“Wishing on a star” di Péter Kerekes
Tramite la figura dell’energica astrologa Luciana, napoletana di mezza età trapiantata in Friuli il cui metodo prediletto consiste nel far trascorrere il compleanno di una persona a specifiche latitudini in modo da ‘ricrearne’ la nascita con un corretto allineamento dei pianeti e, di conseguenza, con stelle più propizie in tutti i sensi, ci viene offerto uno spaccato della vita di alcuni suoi clienti: persone di età e professioni diverse e con retroterra e grattacapi differenti, ma tutti alla ricerca di ciò che pare mancargli per vivere una vita piena e felice. La lettura delle carte natali (e l’effetto placebo che spesso ne scaturisce) sarà abbastanza per aiutarli?
Le storie stralunate (per restare in tema di astri…) di Wishing on a star prendono il via, nei primi fotogrammi, conun’autentica dissonanza cognitiva: dalle finestre di un silenzioso rustico nel Friuli più aspro (quello a metà strada tra campagna e montagna, in cui gli schivi abitanti parlano furlan e nelle case degli anziani troneggia il fogolâr) vengono gettati mobili, dalle sedie ai letti, neanche ci trovassimo in una chiassosa e affollata cittadina della Circumvesuviana tra i botti e i fuochi d’artificio del Capodanno. Perché Luciana, superstiziosa per tradizione familiare e per deformazione professionale, è napoletana e non riesce a rinunciare alle usanze di una terra per cui nutre una profonda nostalgia. Tanto più che i rituali propiziatori sono letteralmente il suo pane quotidiano: esercita infatti il mestiere dell’astrologa in uno studio attrezzato di tutto punto – che a vederlo ricorda ora quello di uno psicologo, ora quello di un medico di base, ora quello di un commercialista – dove riceve i suoi numerosi clienti (presumibilmente come libera professionista con partita IVA?). E se certi spettatori provenienti dall’Italia settentrionale fossero ancora convinti che le carte natali, lo zodiaco e le bizze dei pianeti siano oggetto di feticismo solo a Napoli e dintorni, tra Smorfia e numeri da giocare al lotto, terminata la visione di Wishing on a star dovranno ricredersi: anche nel ‘profondo Nord’ friulano gli affari degli astrologi vanno a gonfie vele.
Il talentuoso regista e produttore slovacco Péter Kerekes, di ritorno a Orizzonti dopo essersi aggiudicato nella stessa sezione della Mostra del Cinema, tre anni fa, il premio per la miglior sceneggiatura con 107 mothers (2021), lavoro di fiction dal piglio documentaristico sulla routine condivisa delle detenute di un carcere femminile di Odesa (spesso recluse per aver ucciso i loro mariti alcolisti e violenti), nelle sue note di regia ha confessato come sin da giovane coltivasse il sogno di girare “un film ‘italiano’ pieno di amore appassionato, emozioni forti, umorismo e moto Vespa”: anziché scegliere come location per la sua incursione (stavolta documentaria dal piglio finzionale) nelle vite degli affezionati dell’astrologia la Campania, sicuramente più vicina, oltre che alla tematica, anche alle immagini snocciolate da Kerekes, si è invece optato per il Friuli (con qualche momento in Croazia), sfondo sicuramente più congeniale al “carattere malinconico ungherese unito a un senso dell’umorismo piuttosto ironico” che, stando alle sue stesse parole, connota un documentarista autore anche di un ottimo excursus sulla storia e le ramificazioni globali del celeberrimo calzaturificio ceco Bata (Storie di Bata, 2019). Wishing on a star, che ha visto la luce grazie a una coproduzione italo-ceco-slovacco-austro-croata (anche con il contributo della Friuli Film Commission), appunto in virtù di una malinconia in filigrana e di un umorismo ironico tendente al nero può effettivamente ricordare, al di là dell’ambientazione italiana, molto cinema mitteleuropeo (ceco e slovacco in primis), sia documentario che di fiction, in cui, al ritmo quieto di una narrazione laconica, asciutta ed essenziale, si pone l’accento sulle dissonanze della quotidianità più prosaica e sul buffo surrealismo che ne consegue (che si fa particolarmente gustoso nella linea narrativa dell’impresario di pompe funebri con la sua attempata relazione sentimentale).
I ‘clienti’ (o ‘pazienti’?) di Luciana sono tutti, per diverse ragioni, insoddisfatti della propria prosaica quotidianità, ma (se ci rifacciamo alle canoniche voci dell’oroscopo), più che di ‘salute’ e ‘denaro’, sono alla ricerca di ‘amore’, che si può concretizzare nel ritorno di fiamma in un matrimonio pluriennale, nell’affettuosa compagnia altrui dopo la morte di una madre malata, nella nascita (seppur con gravidanza in vitro) di un figlio. Talvolta questo bisogno di affetto cela, semplicemente, il bisogno frustrato di parlare dettagliatamente di sé ed essere ascoltati, motivo per cui alcuni dei numerosi dialoghi che scandiscono la narrazione, con Luciana faccia a faccia col cliente di turno, ricordano davvero una seduta di psicoterapia, al netto della scarsa attendibilità scientifica delle procedure ‘curative’ di Luciana.
Eppure, a volte i viaggi in luoghi esotici che Luciana invita a compiere per accogliere il proprio genetliaco sotto astri più favorevoli possono essere comunque un utile diversivo per chiarirsi le idee e addirittura uno spartiacque; altre volte i consigli di Luciana portano in una direzione diversa da quella cercata, che però si rivela, grazie a coincidenze fortuite, ancor più fruttuosa. Lungi dall’avallare i benefici dell’astrologia, Kerekes, dimostrando sempre, anche nei momenti più umoristici, rispetto ed empatia per la varia umanità che si reca da Luciana (e per Luciana stessa), pare suggerirci che le vie del subconscio umano sono davvero infinite. Che si tratti di effetto placebo o di autosuggestione, poco importa: in fin dei conti, diversi frequentatori dello studio di Luciana riescono a trovare una risposta e a ottenere ciò a cui anelavano. Che ci siano arrivati da soli grazie agli spunti forniti, indipendentemente dalla lettura della loro carta natale, è un altro discorso: in fondo, nella pratica astrologica ma anche in quella psicoterapeutica, dalla lettura dei tarocchi a quella delle carte associative metaforiche, si vede e si fa ciò che si vuole (o che il subconscio vuole) realmente vedere e fare, dunque ciò che va maggiormente a genio in quel momento. Come succede alla stessa Luciana, che nel finale, guarda caso, ‘suggerisce’ alla sua stagista astrologa di indicarle la sua adorata Napoli come luogo ideale per fare nuovamente pace con gli astri.