Jing Wu torna per la terza volta dietro la macchina da presa nella doppia veste di regista e attore protagonista con il secondo capitolo della saga dedicata alla letale brigata dei Guerrieri Lupo, abbassando tuttavia notevolmente l’asticella e tradendo le aspettative lasciate dal primo Wolf Warrior (2015).
Il film si riconnette agli eventi del precedente, con Leng Feng – interpretato appunto da Jing Wu – e commilitoni che tornano a casa per rendere le ceneri del compagno caduto. Tuttavia il nostro eroe commette un atto sconsiderato e uccide un piccolo criminale locale che minacciava la famiglia del defunto: come se non fosse abbastanza, mentre è in prigione riceve la notizia che la sua amata Long Xiaoyun – Nan Yu – è stata uccisa durante una missione in Africa. Dalla scarcerazione in poi si dedica quindi alla ricerca dell’assassino, finendo invischiato in una guerra civile e in una missione di salvataggio di alcuni connazionali cinesi.
Se tre anni fa Zhan Lang – questo il titolo originale – nella sua semplicità aveva posto comunque dei paletti narrativi e un limite alla spettacolarità, ora sembra che gli sceneggiatori Qun Dong e Yan Gao non abbiano voluto prendersi nemmeno la briga di approntare l’abbozzo di una trama – come poteva essere quella, semplicissima ma funzionante, della vendetta dello spacciatore Min Deng per l’uccisione del fratello. Nel suo incipit la pellicola ci catapulta a bordo di una nave assaltata dai pirati salvata da un’azione subacquea individuale di Leng Feng, per poi spostarsi in un non ben precisato Stato africano dove una non ben precisata fazione rivoluzionaria – manipolata da una altrettanto non ben precisata task force di mercenari – decide di punto in bianco di mettere a ferro e fuoco il Paese e di mettere in pericolo la vita dei cittadini della Repubblica Popolare ivi residenti.
Wolf Warrior II (2017) è una pellicola che non teme il ridicolo e trasuda un nazionalismo ancor più spicciolo, con il supersoldato che appare una sorta di messia agli occhi dei poveri africani per le sue doti fisiche, morali e intellettuali: doti che ovviamente fanno parte del corredo genetico dei cinesi, il popolo più pronto all’accoglienza e tollerante che ci sia. C’è da dire che comunque il film il suo (sporco) lavoro lo fa: si tratta di due ore di azione senza soluzione di continuità, con stunt più improbabili ed effetti speciali più dozzinali il cui scopo è frustrare l’aspettativa dello spettatore che oltre una certa soglia non si possa andare.
Quello che delude è però che si sia persa la dimensione collettiva, machista e irresistibilmente spaccona della brigata dei Guerrieri Lupo: Leng Feng è stato congedato dal corpo e dice di voler lavorare da solo, ma non esita a mischiarsi con chiunque gli capiti a tiro pur di cavarsela in fretta. E proprio perché ciò che conta è la quantità e non la qualità, possiamo dire addio ai combattimenti ben configurati e alla regia in grado di trasportarci sul campo di battaglia. Il massimo che ci si può aspettare di vedere è tanta, tanta confusione.







