Mentre la Polonia cambia, e dal comunismo emergono prima i sindacati indipendenti, poi la nuova democrazia (e ora di nuovo un governo reazionario…), Andrzej si accorge che anche nel suo intimo le cose si evolvono. Il ragazzo, pur innamorato e fidanzato, ha dei ricorrenti momenti di incertezza sulla propria identità sessuale. Si sposerà con una donna e farà due figli, ma la verità del suo intimo verrà a galla prepotente: non è in pace con il corpo in cui la natura lo/la ha incastrato/a. Solo negli anni post-comunisti sarà possibile intraprendere un percorso di transizione verso l’identità femminile che sente più propria. Nel frattempo il Paese sarà evoluto anch’esso tanto da permettergli questo importante passo esistenziale?
Malgorzata Szumowska è una delle registe polacche più interessanti della sua generazione, formatasi nella gloriosa scuola di Lodz, aiutata agli inizi, fra gli altri, anche dal maestro Jerzy Wojciech Has. Ha iniziato a farsi notare con i suoi primi lungometraggi, come Ono (“Esso”, 2004), incentrato sull’evoluzione psicologica di una madre che lotta per accettare una gravidanza non voluta, con il parzialmente autobiografico 33 Scenes from Life (2008), per poi affrontare questioni come l’omosessualità fra i sacerdoti (In the Name of, 2013), l’anoressia e l’accettazione della morte (in Body, 2015), la riflessione sul rapporto con il corpo e l’identità, in Mug (2018), dove si riflette sulle conseguenze di un incidente che deturpa il volto del protagonista, arrivando così ad imporsi in vari festival di rilievo, con premi ottenuti, per esempio, a Locarno e Berlino.

A cinquant’anni, forte anche di esperienze in Giurie festivaliere di “Classe A” e lavori di produzione (in questo senso ha partecipato anche ad Antichrist di Von Trier), la Szumowska porta a Venezia un’ulteriore collaborazione con il sodale (ed ex-marito) Michal Englert, qui non solo esperto e quotatissimo direttore della fotografia, ma presente anche in vesti di cosceneggiatore. Qualche anno fa la regista di Cracovia era già passata sul Lido con Non cadrà più la neve (2020), storia minimale e quasi assurda di un massaggiatore ucraino con doti taumaturgiche, ma ora ella è tornata ad approfondire tematiche a lei più consone, come quelle, appunto, dei mutamenti corporali.
Il “protagonista iniziale”, Andrzej, ci viene presentato secondo la sua apparenza esteriore, come giovane uomo, e viene accompagnato/a da una narrazione a salti che prova a costruire un parallelo storico-antropologico fra i mutamenti di un Paese intero e l’evoluzione, la ricerca e il ritrovamento di sé stesso/a da parte del(la) protagonista, che alla fine del film diventa finalmente Aniela. Il gioco funziona abbastanza bene all’inizio, per poi lasciare spazio ad un rivolo di avvenimenti leggermente più confusi e feriali (liti domestiche, coinvolgimento in piccole truffe…), che affievoliscono forse il portato simbolico e l’importanza anche sociologica della vicenda.
Se si esclude Fanfic di Marta Karwowska (2023, dove lo stesso protagonista è un attore transgender), questo rimane comunque uno dei primi film polacchi di fiction ad affrontare di petto questa specifica tematica di passaggio di genere, laddove di opere a tematica più genericamente LGBT a Varsavia e dintorni ne erano già state narrate di diverse ed interessanti: oltre alla stessa Szumowska, ricordiamo almeno Floating Skycrapers di Tomasz Wasilewski (2013) o All Our Fears (2021) Lukasz Gutt and Lukasz Ronduda). Ciò detto, Woman of… fa affidamento sull’interpretazione sofferta ma non caricata di Małgorzata Hajewska-Krzysztofik, navigata ed esperta attrice che proviene dal teatro, la quale da un certo punto in poi deve barcamenarsi fra l’Andrzej di partenza e l’Aniela in cui sboccerà finalmente la vicenda principale. La regista e i suoi collaboratori si sono avvalsi di membri della comunità LGBT e in particolare anche di persone trans, che hanno interrogato e consultato per anni, inquadrandone poi alcune nel cast.
È dunque apprezzabile l’attenzione anche “filologica” con la quale si perlustrano i dubbi, le paure, il coraggio e lo shock sociale con cui persone come Andrzej/Aniela devono fare i conti per far sentire la propria voce. La Szumowska, pur senza fare sconti edulcoranti, evita comunque eccessi drammatici: la famiglia ha comprensibili difficoltà ad accettare la transizione, ma non è aggressiva, vi sono alcuni episodi di scontro per strada o sul posto di lavoro, che non raggiungono però estremi violenti, non sembrano nascere specifiche dinamiche di scherno o persecuzione. Che sia questa una scelta sdrammatizzante o il portato di un’indagine concreta e reale, alla fine il film convince solo a metà, forse non evidenziando del tutto le prevedibili difficoltà che l’Andrzej di turno potrebbe oggi affrontare in Polonia. L’autrice ha dichiarato di rifarsi già con il titolo ai gloriosi precedenti di Wajda (L’uomo di ferro e L’uomo di marmo), volendo forse disegnare le peripezie di una “donna di carne e sangue”; il tema quindi è, sì, importante, ma ci sembra che la carne ed il sangue siano rimasti un po’ freddi sul piatto dello schermo.
Questo, infine, si propone come un percorso liberatorio alla scoperta (e alla conquista) della propria vera identità, e dei propri legittimi desideri (in quest’ottica sono particolarmente funzionali le scene di riscoperta sessuale della “nuova” Aniela), ma rimane nel complesso l’impressione di una certa legnosità narrativa che non riesce a far decollare con lievità ed emozione questa importante storia di emancipazione che, temiamo, non avrà vita facile nella cattolicissima Polonia, dominata da un governo ultraconservatore e con tendenze omofobe.
Auguriamo, comunque, una transizione di successo nelle sale e nella vita a questa Aniela e a tutti/e le persone che potranno prendere spunto dalla sua bella e coraggiosa vicenda.






