Dopo l’esordio al lungometraggio Manta Ray (2018), insignito del premio Miglior film Orizzonti a Venezia 75, e l’opera seconda Morrison (2023) presentata a Busan 28, Phuttiphong Aroonpheng torna al Lido nella stessa sezione che l’aveva incoronato vincitore con Yak mai (The Burning Giants), opera dal potente simbolismo tanto radicata nel retroterra storico-culturale della Tailandia da riuscire alquanto ostica allo spettatore ignaro della situazione del Paese al di qua dello schermo, ma non per questo meno accattivante.

Sulle montagne della Tailandia occidentale, nubi di fumo bianco di origine ignota sono latrici di una misteriosa malattia, letale per la gente delle valli. Qui, un’unità della forestale cattura un montanaro (Gandhi Wasuvitchayagit) sfuggito all’ordine di evacuazione, scortandolo in un ospedale-prigione per ulteriori accertamenti. Tra i membri di questa unità c’è anche Lak (Pakapol Srirongmuang), compagno di Aepoh (Phunthida Phairuangkij), una ragazza del posto. Appena viene a conoscenza dell’arresto, Aepoh si chiede se quell’uomo senza nome non sia proprio il marito della sorella Aeva (Waywiree Ittianunkul), costretta a emigrare a Bangkok senza di lui a causa dell’epidemia. Da qui in poi, il tessuto della realtà inizia a disfarsi, con la rivisitazione teatrale di uno dei miti fondativi della monarchia tailandese.

Se in Manta Ray la questione dei rohingya veniva timidamente problematizzata a metà, a causa della mancanza di una chiara direzione narrativa, Yak mai rappresenta un passo in avanti nella misura in la questione della minoranza karen (gruppo etnico delle zone montane al confine tra Tailandia e Myanmar) non viene introdotta per mezzo di una “storia” in senso convenzionale, con Aroonpheng che sin dall’inizio segnala la volontà di condurre un ragionamento per immagini, in senso quasi anti-narrativo.

Popolo soggetto a campagne periodiche di esproprio e genocidio sin dagli anni ’90, i karen furono privati del loro attivista più presente nella vita pubblica del Paese, Porlajee “Billy” Rakchongcharoen, nel 2014: arrestato per un reato minore, non fece più ritorno al suo villaggio – nella regione di Kaeng Krachan, dove il governo centrale aveva intenzione di realizzare un parco nazionale estromettendo i locali –, finché i suoi resti carbonizzati non furono scoperti qualche anno più tardi. I continui tentativi di silenziare la voce dei karen, unitamente alle misure restrittive messe in campo dal governo militare durante la scorsa pandemia, avrebbero quindi ispirato il regista nel realizzare un film di denuncia sui meccanismi del potere in senso ampio, e su come il presupposto ideologico dell’omogeneità razziale sia usato dai governanti per conseguire i propri disegni egemonici.

In quest’ottica, si riesce a comprendere perché l’ultimo quarto del film sia dedicato a reinterpretare il Ramakien, poema epico compilato nel XVIII sec. a partire dal classico indù Ramayana, in cui si narra dell’avatar (incarnazione in forma umana di una divinità) Phra Narai e della sua crociata contro il re degli orchi, a cui segue l’edificazione di un prospero e pacifico regno. Affidandosi a scenografie sfarzose e costumi tradizionali, con tanto di zanne per gli orchi, il regista non sposa qui la causa del dio-uomo – utilizzato spesso dall’intellighenzia nazionalista per legittimare la difesa del monarca, nel nome del quale è stato a più riprese sospeso lo Stato di diritto in Tailandia –, adottando invece il punto di vista dei vinti e istruendo un parallelo tra il loro annientamento e quello dei karen.

Con questa parabola dai toni apparentemente disimpegnati, ma che in realtà si propone di visualizzare la disumanizzazione di tutti i dissidenti, Aroonpheng si inserisce nel solco più prolifico del cinema tailandese, che sovente ricorre al realismo magico e al kitsch per affrontare i traumi collettivi della storia del Paese – il recente A Useful Ghost (2025) di Ratchapoom Boonbunchachoke, in cui fenomeni di possessione di oggetti di uso quotidiano fungono da pretesto per citare la repressione delle proteste democratiche del 2010, ne è un altro esempio illustre.