Nella Cina dei Tre Regni, sovrani, nobili e cortigiani sono pedine di un unico, intricato gioco di potere. Chi manovra e chi è manovrato, chi trama e chi è tradito: nessuno è al sicuro e né il titolo né la posizione sociale sono garanzia di un’esistenza tranquilla. Diffidenza e incertezza hanno portato così i regnanti a cercare e reclutare sosia al fine di preservare la propria incolumità. Queste figure – le ombre del titolo – sono state rimosse dalla storia. O forse sono proprio loro ad averla fatta, la storia?

Zhang Yimou torna alle atmosfere wuxia di Hero e La foresta dei pugnali volanti per raccontare una tragedia di corte dove l’inganno è l’arma più affilata, il tradimento l’essenza delle relazioni e dove l’ambizione prevale sull’amore. Con un’impostazione visiva raffinata e (quasi) sobria – anche grazie alla desaturazione dei colori – e sotto lo scrosciare continuo di una pioggia che non ha nulla di catartico, il regista di Lanterne Rosse dipinge una vicenda dai contorni certamente poco eroici e dall’incedere cauto e drammatico. La storia del Re e di sua sorella, del Comandante Yu, della sua ombra e della moglie che i due condividono, si dipana lentamente e si concede tutti i minuti che servono prima di sfociare nel coreografico bagno di sangue finale.

C’è un che di ipnotico nella perfezione formale raggiunta da Ying, quasi fossero i costumi magnificenti, le inquadrature assolute e la danza continua degli interpreti il vero nucleo della narrazione. Così, mentre risulta fin troppo facile abituarsi al rigore estetizzante proprio del genere, lasciarsi conquistare dagli intrighi di palazzo risulta già più complicato. Su tutto domina la grande metafora dello yin e yang che viene in più di un’occasione sottolineata per raccontare luci e “ombre” dei protagonisti.

I personaggi si muovono tra i chiaroscuri di un racconto torbido, fatto di duelli e di vendette, di macchinazioni diaboliche e sotterfugi più o meno svelati. Nulla accade per caso in Shadow e nulla, nella narrazione come nella realizzazione del film, lascia lo spettatore indifferente. Eppure, nonostante una sostanziale non originalità di forma e contenuti, Shadow continua a esercitare il fascino incantatore delle tragedie popolari che diventano irresistibili se mescolate con la giusta dose di pittorica bellezza.