“Phantosmia” di Lav Diaz
È fin troppo facile servirsi della nozione della madeleine proustiana, abusata pericope che ama citare chi non ha letto Proust pur di palesare la propria ignoranza a chi invece è in grado di coglierne la lourdeur, per introdurre Phantosmia approcciando, appunto, l’eponima fantosmia del sergente Hilarion Zabala – Ronnie Lazaro; infatti chi scrive non si fa problemi a impiegarla, trattandosi di un’immagine tanto pedestre quanto efficace per descrivere la condizione di cui è vittima il protagonista del ventiquattresimo lungometraggio di Lav Diaz, nuovamente in quel di Venezia, nuovamente estromesso dal concorso per motivi ignoti. Il topos andrebbe tuttavia ribaltato, perché nel caso presente è l’odore a venir scatenato dai ricordi e non viceversa.
Zabala è un ex sergente dell’Ilagâ in pensione, responsabile delle persecuzioni politiche ai danni delle minoranze etnoreligiose del Mindanao negli anni ’80, che soffre di allucinazioni olfattive croniche tali da rendergli intollerabilmente nauseante ogni tipo di odore. Il fetore che lo tormenta senza tregua ha origine da un trauma del passato e lo spinge a intraprendere una curiosa terapia psicologica: dietro sollecitazione di una psichiatra cooptata dall’esercito viene allora reintegrato come ufficiale della guardia carceraria nella colonia penale nell’isola di Pulo per rivivere la carriera nelle forze armate e rielaborare le memorie in un diario come parte di un controverso percorso terapeutico.
L’eterno ritorno dell’uguale secondo Diaz ha la forma di una madeleine à la merde, un miasma che si diffonde dapprincipio nella dimora del bello per poi invadere l’intera nazione e far tornare a galla le pagine più cruente della storia della sua terra. Per quanto lo sviluppo narrativo preveda una stratificazione maggiore del solito, basta l’incipit di Phantosmia per rendersi conto di qual è il cuore pulsante del discorso condotto dalla camera fississima del maestro filippino.
In continuità con l’esplorazione dell’orrore dispotico da una prospettiva endogena, prima dal lato del potere vero e proprio (Season of the Devil e The halt) e poi dal lato “civile” (il dittico con protagonista il personaggio di Hermes Papauran), Phantosmia porta in scena un tentativo di sintesi dei due punti di vista a partire proprio dall’inedito sdoppiamento di fronte dell’azione (ricongiunto solo nelle ultime due ore dei 246’): separati dal cancello nord-est della colonia, a distanza di pochi metri si specchiano il fortino di Zabala e il chiosco di Narda – Hazel Horencio –, che assicura ristorazione e prostituzione al personale carcerario. Dove finisca la violenza dell’élite e dove inizi da par suo la connivenza del popolo è la domanda destinata a rimanere priva di risposta che deve porsi lo spettatore attraverso lo scorrere di Phantosmia. A interessare Diaz è naturalmente l’estrinsecarsi dell’interrogativo; esso viene posto reiterando la questione essenziale di Essential truths of the lake: il passato può scorrere fino a venire rimosso ma rimane attorto nel presente.
Pulo è una sineddoche per delle Filippine in cui è già avvenuta l’ecpirosi che tutto brucia (naso di Zabala incluso) e si sta preparando daccapo un nuovo ciclo. Nell’arcipelago ormai cinereo il passato sta tornando con inaudita violenza; la medesima oscurità che ha portato al potere Marcos ha finito di riconfigurarsi nelle vesti di Duterte ed è pronta a ripresentarsi con l’abito nuovo, quello della seconda generazione: gli eredi di Marcos. L’eterno ritorno è declinato come messa in scena del passato in cui l’ex sergente si deve identificare per allinearsi alla postura del Paese, e Zabala ripercorre i passi del giovane se stesso (culminanti col suo primo assassinio politico nell’unico piano-sequenza dinamico del film) così come le Filippine vanno a ritroso nella Storia.
Diaz lo illustra con un’altra metonimia, mettendo a confronto le due generazioni di cani da guardi. La comunque simpatetica figura di Zabala trova la sua giovane controparte nel maggiore Lukas – John Lloyd Cruz –, a capo dei corpi militari di tutta la colonia e perfetta incarnazione dell’anarchia del potere nello scenario attuale. L’iniziale deferenza che questi rivolge al vecchio mentore è frutto del rapporto convulso dello Stato filippino con un passato inopinatamente celebrato e mitizzato. Sono i sensi di colpa del cattivo sergente a cambiare le carte in tavola sulla scia dello schema della silenziosa guerra civile interna ai meccanismi dell’esercizio del potere impostata da When the waves are gone. E Lukas è preda del suo arbitrio assoluto fino a imboccare la parabola parodica del dittatore bicefalo di Season: il campo di prigionia è un tributo alla sua megalomania, tanto inquietante quanto puerile diorama di un campo di concentramento in cui a intervalli regolari risuona dall’altoparlante la voce del padrone per istruire i vari personaggi non giocanti della sua isola (e nauseare sinesteticamente Zabala, che quei principi ha contribuito a formularli e ora preferisce tagliare i fili perché le orecchie stanno seguendo il naso).
Lo stadio ultimo della bruttura morale del maggiore si rivela con Reyna, la figlia adottiva cieca di Narda (dalle origini americane a evocare distrattamente il motivo coloniale), costretta a prostituirsi con l’intero contingente della colonia fino a passare così tanto tempo allettata, kafkianamente orizzontalizzata, da disabituarsi all’uso delle gambe; Lukas è ossessionato dal dominio puro che può ottenere su di lei, superiore persino all’autorità di cui dispone sui prigionieri, e sembra addirittura voler essere amato. Perciò lo scontro esistenziale che va a maturare trai due ufficiali non può che passare da questa figura. Zabala uccide Lukas per liberare Reyna dopo molto travagliato ponzare, prendendo atto delle sue colpe ma rinnovando la logica che ne era alla base (omicidio come necessità: laddove prima c’era la sicurezza del regime ora c’è la difesa dell’innocente); la violenza di Lukas, invece, è senza perché come la rosa di Silesio, lui uccide per uccidere e non per uno scopo razionale, per quanto questionabile – emblematica la scena in cui terrorizza la giovane prostituta sparando ai bersagli delle sue stanze per ribadire che lui mira meglio di Zabala (le cui doti di cecchino gli hanno conferito una certa nomea) al di là di ogni impiego pratico.
Il j’accuse diaziano si innerva proprio nella ripetizione, il dispositivo che per antonomasia porta in superficie l’angoscia; l’angoscia di una nazione intera che patisce la tremenda violenza subita da Reyna, mater dolorosa, novella Florentina Hubaldo, nella forma di un’eco farsesca, che non ha più bisogno nemmeno dello spettro di un fondamento per giustificarsi perché è ormai parte dell’aria che si respira; anche al didentro della fabbrica infernale del totalitarismo a molti si renderà necessario vestire un fazzoletto a coprire la puzza mefitica che è il respiro delle Filippine (o la faccia, per vergogna).
E per quanto, infine, sia possibile ritrovare in Phantosmia svariate istanze delle più recenti iterazioni della poetica di Lav Diaz (titillate nel corpo dell’articolo senza bisogno di approfondire), il termine di paragone più corretto rimane From what is before, che ne germinava la caratteristica di aggregato catalogico di suggestioni raccolte negli anni precedenti, a partire come sempre dall’afflato poetico che concreta lo spirito autentico delle Pilipinas nella creatura mitologica dello Haring Musang, da tutelare dalla caccia empia attraverso le splendide declamazioni del Marlo – un Dong Abay intenso che firma in totale autonomia l’ennesimo picco espressivo dell’ennesima opera epifanica di un autore dallo spessore tale non poter essere confinato da nessuna programmazione miope.