“Jupiter’s moon” di Kornél Mundruczó

Tra gli ultimi film presentati a Cannes 2017 ad arrivare da noi, Jupiter’s moon è la più recente fatica di Kornél Mundruczó, regista ungherese che fatica un po’ a sbocciare in patria a causa della consacrazione di Fliegauf e della recente esplosione di Nemes, ma che è riuscito a distinguersi in più di un’occasione, nonostante gli alterni risultati, grazie a incipit più che originali. E quale idea poteva essere più stravagante, follemente divertente e potenzialmente sagace, vista la situazione del dibattito pubblico a riguardo, di un clandestino volante come protagonista?

Aryan è un ragazzo di origine siriana con un nome molto ironico e due molto meno ironici proiettili nel petto. Arrivato in Ungheria su un barcone (sul Danubio? difficile, si conceda la licenza poetica) viene subito accolto da un corpo di polizia fin troppo zelante, una sorta di squadrone della morte che ritornerà poi nel film. Uno di questi GAL in salsa magiara spara a sangue freddo ad Aryan, che incredibilmente invece non solo sopravvive, ma si scopre anche in grado di levitare.

Qualche mese più tardi rispetto alla prima del film a Cannes, Venezia faceva esordire cinematograficamente Ai Weiwei con Human flow, un documentario sul fenomeno migratorio in Europa. Qualche mese prima invece la Berlinale ospitava Kaurismaki con L’altro volta della speranza, film imperniato sulle vicissitudini di un rifugiato a cui è stato negato l’asilo. Appena tre anni fa lo stesso Mundruczó vinceva con White God nella sezione Un certain regard, declinando sempre la tematica della diversità con una metafora (in un modo tutto particolare che vale la pena andare a scoprire). Questo solo per dire che non serve affatto guardare lontano per comprendere come la questione dell’immigrazione verso l’Europa sia protagonista anche nel cinema d’autore, oltre che, ovviamente, nella dimensione mediatico-politica. Mundruczó non si tira indietro e, sebbene si scorga con qualche difficoltà, costruisce un’opera di fantascienza a cui va sottratta la parte “fanta” provando ad azzerare la distanze da distopia e presente, abbandonando la tecnologia e i futurismi. Progetto senza dubbio ambizioso, anche per la componente critica che necessariamente comporta, purtroppo però riuscito solo a metà.

Il quadro delineato da Mundruczó concede alla parte più fantastica – la levitazione, appunto – qualche minuto di troppo, pur di essere sicuro di evidenziare al massimo il lato grottesco della situazione, facendo leva sugli innesti da cinema d’azione al fine di illustrare i vari paradossi e follie della situazione, finendo però per non andare da nessuna parte. Mundruczó imbocca tutte le direzioni possibili, insegue il suo stesso film andando per associazione di idee, senza mai ottenere però il risultato sperato. Il regista osa ma non porta a casa niente, essenzialmente per lo stesso morbo che affligge questo tipologia di produzioni, cioè l’incapacità sistematica di emanciparsi dalla narrazione dualistica e televisiva, immaginando il mondo in due emisferi distinti dove da una parte c’è Socrate e dall’altra l’interlocutore scemo, impregnando ogni singola inquadratura di senso di responsabilità individuale, sempre dentro al modo di pensare liberale corrente: in sostanza, Jupiter’s moon non dice nulla di nuovo rispetto a quanto possiamo sentire in TV. Certo, la situazione ungherese è tra le più delicate al momento, la componente xenofoba nell’ascesa di Orban è innegabile e lo stesso personaggio ha visto ricevere, a ragione, critiche da tutto il mondo del cinema nazionale, però non è così che si sviluppa una disamina pregnante di origine artistica.

La luna eponima nell’orbita di Giove è ovviamente l’Europa (si vedano a parte eziologie mitologiche e astronomiche), e Mundruczó con questo titolo vorrebbe dirci di “cambiare orbita”, guardare al problema da un altro punto di vista, ma rimane a sua volta prigioniero di quello dominante, girando in tondo rispetto alla vera a messa a nudo socio-culturale del fenomeno. Se dalla sua fanta-scienza è espunta per scelta la prima parte, nemmeno sulla sponda “scienza” però si sta saldi: cioè la parte critica manca di un piano intellettuale di fondo, e fallisce infatti nel porsi come discorso sistemico. Mundruczó sembra anche consapevole di questo, tanto che già da metà pellicola la quadratura del cerchio non appare neppure un lontano miraggio e la regia si lascia andare più che altro al compiacersi dei piani-sequenza che dovrebbe strizzare l’occhio a una mise action per sottolineare i contrasti ma finiscono per sovrapporsi al corrispondente obiettivo polemico.

Jupiter’s moon è un film che non raggiunge il proprio obiettivo, per dirla brutalmente. Punto. Si impegna, osa e provoca, ma è povero di contenuti; rimane una prova registica non indifferente, ma serve a poco. Un po’ come Aryan, novello superumano che non sa bene cosa fare dei suoi poteri, anche Mundruczó non capisce granché di quello che ha intenzione di fare. Quel che rimane è una discreta delusione, perché le potenzialità c’erano e andavano sfruttate.

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