L’artista cinese Ai Weiwei ha girato 22 Paesi in un anno per mostrare la condizione dei rifugiati. Dall’Iraq alla Grecia, dall’Africa all’Ungheria, dal Medio Oriente al Messico fino alla vastità del mare e ai nuovi muri (70 nel 2016, contro gli 11 dopo il 1989).

Un rifugiato trascorre in media 26 anni lontano da casa. È questo solo uno dei tanti dati/statistiche, citazioni di poesie di celebri poeti e titoli di giornale – tutti sotto forma di didascalia lampeggiante sullo schermo – che accompagnano le indagini umane di Ai Weiwei.

Vedute e riprese cinematograficamente spettacolari (è stato utilizzato un drone per le riprese dall’alto) danno a questo documentario un senso ancor più di disperazione. Perché a essere sotto lo sguardo della macchina da presa sono baraccopoli, tendopoli… meglio conosciuti come campi profughi, dove vivono esseri umani in attesa che qualcuno decida il loro destino e li renda liberi.

Ai Weiwei alterna interviste a emigranti che fuggono da guerre, carestie e miserie a operatori del settore, dal medico al personale ONU, dalla principessa di Giordania a madri e giovani in cerca di rispetto.

Ai Weiwei, figlio del poeta Ai Q, va alle radici del problema, ma non fornisce risposte a questo flusso umani, anche perché non sarebbe possibile. Questo progetto è nato nel 2015 quando l’artista si è recato sull’isola di Lesbo dove ha assistito all’arrivo di immigrati provenienti dal Nord Africa.

“Quella che chiamiamo la crisi dei rifugiati è di fatto una crisi umanitaria. Non importa chi può essere rifugiato, potreste essere voi o potrei essere io. Credo che il problema dovrebbe essere compreso da chi ha la fortuna di vivere in pace. E credo che la pace sia sempre una situazione temporanea. Nessuno può essere certo di vivere sempre in pace. Nessuno”.

Un lavoro lungo e lento pensato per spiegare al mondo intero la situazione del Mediterrane e di tutti i profughi che scappano da una non vita.

Il suo messaggio è chiaro. “L’emigrazione – dice –  è un fenomeno che non possiamo più far finta di non vedere nella sua globalità”. Perché L’umanità è una sola, siamo tutti uguali e dobbiamo godere tutti degli stessi diritti.