“Monica” di Andrea Pallaoro
Dopo un intervallo di cinque anni, Andrea Pallaoro si ripresenta in Concorso al Lido con Monica, secondo capitolo della trilogia spirituale iniziata con Hannah (2017) sul tema delle dinamiche dell’abbandono e delle sue conseguenze all’interno dell’universo femminile. Peccato che, al pari – e fors’anche più – del predecessore, la pellicola si risolva in un nulla di fatto, tentando di nascondere dietro pretenziose marche estetiche – e ancor più pretenziose dichiarazioni rilasciate in conferenza stampa – la propria superficialità e mancanza di intenti.
Uscita da poco da una lunga relazione, Monica – Trace Lysett, attrice televisiva transgender nota per il suo ruolo fisso nella serie Amazon Transparent (2014 – 2019) ideata da Joey Soloway, qui prestata al cinema con esiti a dir poco disastrosi – coglie l’occasione per riallacciare i contatti con i suoi parenti più stretti. Recatasi nella sua casa d’infanzia per assistere la madre – la veterana Patricia Clarkson, anche lei alla mercé dei contratti televisivi in questi ultimi anni – malata di tumore, insieme al fratello minore e alla famiglia di lui, Monica avrà occasione di recuperare il tempo perduto e imparare a convivere con gli errori del passato.
Ci sarebbe davvero poco da aggiungere a questa sinossi, dal momento che, proseguendo la parabola inaugurata dalla sua opera prima – il racconto familiare Medeas (2013), presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 70. –, la materia eminentemente narrativa è ridotta al minimo: un lavoro di sottrazione e contemplazione che, se ai meno attenti potrebbe ricordare lo slow cinema più ricercato – facendo un torto a quegli autori che, come Weerasethakul, Tarr e Tsai, hanno dedicato una intera carriera a legittimare la propria visione –, non presenta alcun sottinteso né spazio di manovra per l’interpretazione dello spettatore.
L’aspect ratio ridotta a un perimetro quadrato e la camera fissa, nelle intenzioni del regista pensati per «esaltare il soggetto rispetto al paesaggio, enfatizzando così il senso di co-dipendenza e di soffocamento di due o più corpi all’interno della singola inquadratura», consegue il solo effetto di trasformare il film in un’esperienza unidirezionale, monotona, dove il campo visivo dello spettatore è limitato alla scialba performance di Lysett e comprimari – in Hannah c’era almeno l’attenuante di Charlotte Rampling protagonista -, il cui agire manca di scopo e direzionalità, tanto che non è ben chiaro che tipo di evoluzione – o addirittura “redenzione”, nella parole di Pallaoro stesso – costei stia attraversando.
Caratterizzando tutti i personaggi allo stesso modo come artatamente tenebrosi e tormentati da un non meglio precisato passato oscuro, la sceneggiatura – scritta a quattro mani col fedelissimo Orlando Tirado, coautore sin dal primo corto Wunderkammer (2008) – non arriva al dunque, lasciando un grande punto interrogativo che, con grande arguzia, è stato spacciato per una concessione di libera interpretazione.
Pretenzioso e anodino, e ancor più deludente vista la sostanziosa produzione italo-statunitense alle spalle, Monica riconferma Pallaoro come uno dei grandi impostori del cinema nostrano, che certo farebbe volentieri a meno di registi che si dedicano alla settima arte per soddisfazione personale piuttosto che per reali esigenze espressive.