“Prima della guerra” di Tommaso Usberti
Guido, poco più di vent’anni, vive in una piccola cittadina del Nord Italia. Si è guadagnato il rispetto dei suoi coetanei con la violenza tipica dell’ambiente razzista e misogino in cui è cresciuto. Ma quando incontra Sonia, una giovane immigrata kosovara, qualcosa cambia. Guido si troverà in bilico tra il mondo che lo ha formato e il possibile futuro che lei gli sta offrendo.
Il primo lungometraggio di finzione di Tommaso Usberti, con protagonista il fratello minore Piero, è un ritorno alle origini, un tuffo nel passato e nella nativa città di Piadena (provincia di Cremona), un modesto snodo ferroviario nel cuore della Bassa padana. Nel contesto di insanabile abbruttimento dell’uomo che, come insegnava il principe Saurau, solo la campagna può essere, le giornate di Guido si dividono tra il lavoro saltuario in officina, le battute di caccia al cinghiale con gli amici e il cugino più grande, ex militare che gli sta procurando un impiego in una compagnia militare privata, e le serate nella discoteca locale, un pretesto per menare le mani con i coetanei della numerosa comunità kosovara ivi immigrata.
Mentre si susseguono giorni tutti uguali agli altri, scanditi giusto dalle fiere contadine o da qualche colpo di scena nel folklore locale (come l’arresto dello sfuggente ladro di vacche), Usberti abbozza un ritratto di brutalità rurale in cui la violenza sistemica dell’uomo sull’uomo, sulla donna, sull’animale ingloba ciclicamente le nuove generazioni, allevando ragazzi imbestialiti e isterici, in balia di impulsi quasi primitivi. E il futuro del protagonista promette solo ulteriore bestialità; bestialità quasi ignara, dacché Guido è ostaggio di una personalità bambinesca, incapace di soppesare le conseguenze delle sue azioni, tanto da dover essere costantemente eterodiretto dal cugino. Del resto, la ragazzetta kosovara di cui s’invaghisce lo ricambia (più o meno) perché intravede in lui una sorta di bon sauvage, a suo modo “innocente”, non ancora del tutto corrotto dalle deformità che gronda attorno a lui, nonostante le apparenze – lei è interpretata dall’unica attrice professionista del film, Luàna Bajrami.
In sospeso fra il miraggio di salvezza e la discesa nell’abisso, ambedue declinati in accordo con la meschinità agreste, come fossero parodie di categorie teologiche, il registro stilistico scelto dall’Usberti primogenito pianta la tenda nel campo del realismo, a partire dai 35 mm irrorati di umori, ma, prigioniero nella città natale, affida le sue più alte velleità autoriali all’onirismo, nascondendo le limitazioni logistiche e tecniche dietro un sonoro ipertrofico, ad esempio. Il missaggio copre infatti le restrizioni di budget, permettendo di evocare situazioni che le immagini non hanno modo di raffigurare direttamente: l’intero film è stato girato in location (cioè le campagne), evidentemente un teatro di posa non è stato preso in considerazione. Il sonoro si muove in ottica compensativa anche per quanto riguarda le sequenze più canoniche: le esplosioni di salute giovanile dei ragazzi vengono accompagnate spesso e volentieri da insostenibili litanie trap, mentre i momenti di presunta riflessione da un greatest hits di Mozart, di quelli che una volta si regalavano alle partorienti perché abituassero i nascituri alla bellezza. A volte sembra quasi che Usberti soffra di una sorta di horror vacui acustico, come avesse paura del silenzio.
Trattasi di un vulnus che appare ancora più evidentemente nel prefinale, quando Guido si avventura nel bosco in notturna sterminando la fauna locale per sfogare il senso di immobilismo; la mdp lo mostra sparare all’impazzata nella direzione di vari versi che sembrano campionati da un libro musicale per bambini sugli animali della fattoria. La carneficina si conclude quando dinanzi al novello Geordie si para un cervo reale, riducendolo a più miti consigli grazie al Sublime Campestre evocato dalla sua portentosa stazza in CGI. Il cervo peraltro potrebbe essere stato evocato dalla figura che compare all’inizio del film, la voce narrante tredicenne e onnisciente, sorta di spirito guardiano che veglia sulla foresta planiziale, genius loci autistico che assiste impotente all’inesorabile avanzata della kultur che va soffocando il bucolico territorio naturale.
Prima della guerra, la quota italiana in concorso SIC, è un film che gira goffamente intorno ai suoi impedimenti senza riuscire a delineare una sua identità, il che è paradossale vista la genesi personale (personalistica?) del progetto. Il chiodo finale sulla bara è conficcato dalla scelta linguistica: girare in italiano anziché in dialetto non è nemmeno filologicamente coerente con l’esperienza privata del regista (cresciuto in Francia e dall’italiano zoppicante) e sgrava il film da qualsiasi tratto intimistico.
41ª Settimana Internazionale della Critica a Venezia
Zoom in, zoom out
Our share of sand
London
Prima della guerra
Meteorito
The h@llow man
The end of times