Shi, un giovane game designer, intraprende un difficile viaggio attraverso la città alla ricerca di Gao, il suo coinquilino scomparso. Seguendo un indizio nascosto in un gioco online si imbatte inaspettatamente in YY, la fidanzata di Gao. Mossi dallo stesso desiderio di trovare risposte, Shi e YY avanzano tra mondo reale e spazi virtuali alla ricerca della verità e affrontando i confini sfumati tra memoria, realtà e universi digitali.
Laddove la ricerca dell’uomo scomparso lascia spazio all’indagine a ritroso del suo lascito digitale e, viceversa, la ricostruzione del corpus di tracce online che dà forma all’identità (oltre a garantirne l’identificazione) dell’uomo del XXI secolo finisce per venire ricodificata a sua volta dalla memoria umana, s’incunea il film che apre la competizione della 41esima SIC veneziana. Nello smanioso bisogno di parlare alla e dell’attualità, è logico che la selezione guardi a chi ancora ambisce a sondare l’estensione del limine tra reale e virtuale, specie in un contesto dove l’integrazione tra soggetto umano e oggetto macchinico è giunta al punto di sfumare il confine tra le due parti.
Nella Cina contemporanea in permanente metamorfosi dove, nella visione del già quotato Dong Jie, plurimi piani di realtà si sovrappongono con programmatica rigidità, la scomparsa di un amico assurge a pretesto per uno sterramento cibernetico. L’esistenza reale e la vita digitale si compenetrano. In che misura Gao coincide con la sua persona fisica o il suo passato e quanto di vero in lui è appaltato al suo avatar del videogioco online Omega è l’interrogativo che assilla il precoce disilluso Shi, avviluppato in un contorto processo di immedesimazione con il de cuius al punto da assimilarne tanto un certo idealismo entusiasta quanto l’atavico senso di colpa – poi reificato dall’accidentale corresponsabilità nella morte di un ciclofattorino.
La polifonia espressiva è la chiave di volta di un’opera già visivamente matura come quella dell’esordiente shanghainese: molteplice è il registro del suo rapporto col mezzo, variegata la sua padronanza delle forme; punto di partenza dell’intera faccenda, dopotutto, è il videogioco che figura attivamente nelle riprese, di realizzazione originale e autonomia sufficiente da poter saltuariamente sostituire il piano diegetico principale, cui si sommano poi immagini panoramiche, satellitari o di sorveglianza, e feed social. La costruzione complessiva è tanto coerente sul piano puramente rappresentativo, perché efficace è il ritratto della contemporaneità fornito attraverso l’affastellamento di diverse medialità che illustrano il problematico rapporto con l’immagine alla base dell’iconolatria dei nostri tempi, quanto confusionaria su quello dell’intreccio; le linee narrative si attorcigliano orizzontalmente in modo dispersivo, ognuna della quali facendo capo a un registro formale (e di genere) indipendente. Quella che doveva essere una ragnatela digitale in grado di catturare i protagonisti appare più che altro un groviglio arruffato. Zoom in, zoom out è allora un film eterogeneo, orfano di compattezza quanto carico di suggestioni, retto sull’agglutinazione in luogo della coerenza, tanto da sfociare talvolta nella cacofonia.
L’attenzione verso il realismo videoludico, oltre che una personale velleità del regista stesso, videogiocatore incallito per sua stessa reiterata ammissione, è la via d’accesso a una riflessione sulla pervasività dell’attività ricreativa: Shi “adesca” la fidanzata dell’amico mediante un gioco da tavolo, la frattura tra reale e virtuale viene introdotto dalla sequenza dell’escape room, e financo la trama principale del film a tratti assume le fattezze di una sorta di caccia al tesoro. Non che l’infanzia sia raffigurata in qualche modo, a giocare sono sempre gli adulti. Lo sdoppiamento tra due diversi strati tridimensionali produce uno straniamento in persistente crescendo fino a un autentico ribaltamento della prospettiva, in cui è l’avatar computerizzato ad agire per un momento il giocatore, a sua volta frammento di realtà incastonato su un supporto materiale. Viene così sondata la spazializzazione tanto fisica quanto cognitiva del mondo più-che-contemporaneo cinese, in accordo con la svolta cyberpunk della tradizione fantascientifica (dallo spazio cosmico allo schermo, dall’infinito al frazionamento infinitesimale).
Assente da ogni problematizzazione, d’altro canto, è la natura del gioco in sé e per sé, tanto è radicata nell’immaginario latente della mente registica l’oramai naturalizzata gamification della totalità dell’esistente, e di cui viene ben catturata la densità operativa ma non la qualità intrinseca, se non sul piano psicologico. Dong Jie individua quanto in profondità l’ipertrofia della modalità connettive sia in grado di ricablare la “naturale” grammatica della lingua socio-relazionale ma non arriva mai a interrogare attivamente la ricaduta politica del surveillance footage o le implicazioni dell’iperstimolazione sul cervello sociale in un regime ludico perpetuo. La corrispondenza coatta tra reale e virtuale apre alla vexata quaestio della memoria in senso semiotico – quando la traccia diventa segno? – e analizza l’ampiezza dello spazio esplorabile nel passaggio continuo dall’una all’altra (si veda il gatto che entra ed esce dal gioco) ma al contempo rivela una normalizzazione acritica della fenomenologia di ciascuno di tali processi, ben condensata dall’inusitato happy ending (Gao che trascende la morte in qualità di NPC).
Interessata ad approfondire una rappresentazione realistica del presente, a partire da quella intermediale (ovvero: come si racconta un computer), Zoom in, zoom out si impone di descrivere la compenetrazione del reale nel virtuale-digitale – non il contrario. Mentre il compartimento sonoro delle animazioni videoludiche viene irregimentato dal montaggio, filtrando nella narrazione principale, la logica lusoria tracima al di là dello schermo in modo così subdolo da non essere più ricostruibile, così come una ricerca allo scopo di restituire un senso alla morte di un amico finisce per rivelare più della visione del mondo dell’investigatore che non dell’investigato. Dong Jie accoglie la natura del gioco come base dell’interazione umana e la declina tutto sommato ottimisticamente nel contesto attuale.

41ª Settimana Internazionale della Critica a Venezia
Zoom in, zoom out
Our share of sand
London
Prima della guerra
Meteorito
The h@llow man
The end of times











