Sharp objects: 1×05 – Closer
La boa è stata oltrepassata e ormai si sta tornando indietro, aprendo alla seconda metà della prima e unica stagione di Sharp objects, con Closer, puntata già malferma in partenza per via della discontinuità delle due paia di episodi che l’hanno preceduto, ovvero una prima accoppiata efficace anche se tutto fuorché sfavillante e un prosieguo decisamente non all’altezza. Andiamo a vedere la direzione su cui si instrada la creazione di Marti Noxon, giunta all’ennesimo bivio.
Il punto della situazione
Il momento del Calhoun day arriva, e con esso quel vecchio momento stereotipato degli stati USA del sud di celebrare le truppe confederate e bere fino a svenire. Mentre a seguito della continue pressioni del direttore esce finalmente l’articolo di Camille causando non poco scompiglio, Adora tenta di portare dalla sua parte il detective Willis mettendolo contro la figlia maggiore, confidando che il compito le venga facilitato dall’implosione della stessa, imminente. Amma nel frattanto è confinata sul palco a interpretare chissà quale eroina proprio nel momento in cui la tensione non è più sopportabile e sfocia in una rissa trai due principali sospettati, Bob e John, rispettivamente il padre e il fratello della prima e della seconda vittima.
La miniserie
Per il resto si tratta di un episodio interlocutorio ma ordinato, con Vallée che ritorna a essere determinante nello svolgere elegantemente il lavoro di demiurgo delle geometrie di questa festa lunga un giorno intero. La sua macchina non è più invasiva come al principio, anzi, è capace di trovare i momenti giusti in cui inserirsi per gestire la situazione al meglio, come una Adora fuori dallo spazio diegetico. Adora che, tra l’altro, forse un po’ troppo pateticamente, inizia a preoccuparsi e a muovere i pezzi, facendo sì che “l’autolesionismo grafomane” di Canille venga reso manifesto ad Amma per allontanare le due, e insinuandosi nella testa di Willis, potendo già contare sulla completa collaborazione, se non totale asservimento, della polizia locale. Formalmente ci muove molto, sostanzialmente poco, ma dopo il quarto capitolo era la mossa giusta da fare: riordinare i pezzi, sfrondare le sottotrame, alleggerire la tensione con le gag delle squinzie di mezza età, insistendo come al solito su quest’immagine del sud ipocrita come se fossero davvero un branco di bifolchi antropologicamente inferiori a quelli degli stati di matrice unionista (spoiler: sono americani, sono tutti tonti allo stesso modo).