Settimana Internazionale della Critica 2008 Archivi - NonSoloCinema https://www.nonsolocinema.com/tag/Settimana-Internazionale-della-6389 Informazione cinematografica e culturale Wed, 10 Sep 2008 09:23:09 +0000 it-IT hourly 1 https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2024/07/cropped-faviconV2-32x32.png Settimana Internazionale della Critica 2008 Archivi - NonSoloCinema https://www.nonsolocinema.com/tag/Settimana-Internazionale-della-6389 32 32 “L’apprenti” vince la Settimana della Critica 2008 https://www.nonsolocinema.com/L-apprenti-vince-la-Settimana_12419.html Sat, 06 Sep 2008 09:40:32 +0000 http://L-apprenti-vince-la-Settimana_12419 La giuria della 23. Settimana Internazionale della Critica, composta dai critici internazionali Bruno Fornara, Deborah Young ed Elisabeth Lequeret ha assegnato il premio come miglior film in competizione a L’apprenti di Samuel Collardey. Questa la motivazione della giuria: “Per la sincerità e la sottigliezza con cui il regista riesce, tra sguardo documentario e invenzione narrativa, […]

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La giuria della 23. Settimana Internazionale della Critica, composta dai critici internazionali Bruno Fornara, Deborah Young ed Elisabeth Lequeret ha assegnato il premio come miglior film in competizione a L’apprenti di Samuel Collardey.

Questa la motivazione della giuria: “Per la sincerità e la sottigliezza con cui il regista riesce, tra sguardo documentario e invenzione narrativa, a mostrare la verità di una vita semplice e al tempo stesso profonda.”

Il premio consiste in 3000 euro assegnati al regista del film. La consegna del premio avverrà nel corso della cerimonia di consegna dei premi collaterali in programma domani.

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“PINUCCIO LOVERO. SOGNO DI UNA MORTE DI MEZZA ESTATE” di Pippo Mezzapesa https://www.nonsolocinema.com/PINUCCIO-LOVERO-SOGNO-DI-UNA-MORTE_12448.html Sat, 06 Sep 2008 00:24:00 +0000 http://PINUCCIO-LOVERO-SOGNO-DI-UNA-MORTE_12448 Settimana della Critica Pinuccio ha sempre coltivato un sogno: lavorare nel cimitero della sua città, Bitonto. A causa della mancanza di posti nel settore, il protagonista si è accontentato per anni di aiutare i responsabili del camposanto del paese finché non si è presentata l’occasione tanto attesa. Diventato custode del cimitero di Mariotto, piccola frazione […]

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Settimana della Critica
Pinuccio ha sempre coltivato un sogno: lavorare nel cimitero della sua città, Bitonto. A causa della mancanza di posti nel settore, il protagonista si è accontentato per anni di aiutare i responsabili del camposanto del paese finché non si è presentata l’occasione tanto attesa. Diventato custode del cimitero di Mariotto, piccola frazione di Bitonto, Pinuccio si dedica con passione alla sua nuova occupazione ma un avvenimento curioso non permette al giovane di realizzare fino in fondo il proprio sogno: da quando Pinuccio è stato assunto non è più morto nessuno.

Nel mezzo di una luminosa e bollente estate, Pinuccio Lovero aspetta fiducioso il primo funerale per inaugurare la sua carriera di custode cimiteriale ma, proprio dal giorno dell’assunzione, nessun abitante di Mariotto è ancora deceduto. Nonostante il Fato non voglia concedere a Pinuccio un cadavere da sotterrare, egli non si perde d’animo e si adopera per rendere più confortevole possibile il camposanto: pulisce le lapidi, provvede al funzionamento dei lumini e cura minuziosamente il giardino fiorito tra i loculi.

Dopo cinque mesi, persistendo la penuria di decessi, Pinuccio è diventato il beniamino dei vecchietti di Mariotto e viene considerato un portafortuna capace di allungare la vita. Mentre gli anziani fanno la coda per offrirgli un caffè o per poterlo semplicemente toccare, i titolari di pompe funebri e i fiorai lo detestano perché, non essendoci più morti e funerali, le loro attività stanno andando in crisi.
Durante le ore d’attesa passate indossando con fierezza l’uniforme da becchino, Pinuccio torna a sognare il cimitero di Bitonto, sua ideale collocazione lavorativa e definita una “metropoli di defunti” per il numero di decessi che si verificano giornalmente.

Poiché Pinuccio è inizialmente presentato attraverso una specie di brevi interviste rilasciate dai suoi concittadini, il film assume un’impronta documentaristica che sembra trattare l’argomento quasi con freddezza. Tuttavia questa sensazione svanisce con il passare dei minuti grazie al calore dei conoscenti intervistati e si trasforma in una partecipazione spigliata e divertita.
Il vivace accompagnamento musicale è una componente essenziale dell’opera, indispensabile per delineare il lato di “musicista tuttofare” di Pinuccio e per accentuare il travolgente umorismo “nero”, esaltato dal dialetto pugliese che conferisce un’esuberanza comica alle vicende.

La storia del personaggio pugliese è raccontata come se il protagonista confessasse le sue avventure e delusioni allo spettatore: la macchina da presa collega direttamente il pubblico con le riflessioni di Pinuccio, che spesso sembra quasi cercare lo sguardo della gente seduta sulle poltrone fissando l’obiettivo. La conoscenza di tutti i particolari della vita del personaggio, dagli innamoramenti ai suoi ricordi più lontani nel tempo non omettendo seri momenti introspettivi, forgia un forte rapporto di complicità.
La creazione di una sorta di familiarità non riguarda soltanto Pinuccio ma tutti gli abitanti di Bitonto e di Mariotto; il pubblico viene così coinvolto nella singolare atmosfera che si respira in certi paesi del Sud, caratterizzata da superstizioni, feste religiose e tanta semplicità.

Titolo originale: Pinuccio Lovero. Sogno di una morte di mezza estate
Regia: Pippo Mezzapesa
Sceneggiatura: Pippo Mezzapesa, Antonella Gaeta
Interpreti: Pinuccio Lovero
Paese: Italia
Anno: 2008
Durata: 62 min.
Montaggio: Andrea Maguolo
Musica: Cesare Dell’Anna, Umberto Smerilli
Scenografia: Miky De Palo
Fotografia: Michele D’Attanasio
Produzione: Gregorio Pavonessa, Paky Fanelli e Pippo Mezzapesa
Distribuzione: Vivo Film

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23. SETTIMANA DELLA CRITICA https://www.nonsolocinema.com/SETTIMANA-DELLA-CRITICA_12461.html Fri, 05 Sep 2008 10:50:00 +0000 http://SETTIMANA-DELLA-CRITICA_12461 Nella [Settimana della Critica->+-Settimana-Internazionale-della,6389-+.html?id_secteur=2] si sono spesso visti film di impegno alla ricerca di linguaggi nuovi, coincidenti per lo più con opere intellettualistiche o virtuose all’eccesso. Nella ricerca esasperata di essere originali e farsi notare, i concorrenti di questa sezione presentavano film cupi, estremi di vite desolate. Quest’anno qualche gioiello fra le pellicole pretenziose si […]

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Nella [Settimana della Critica->+-Settimana-Internazionale-della,6389-+.html?id_secteur=2] si sono spesso visti film di impegno alla ricerca di linguaggi nuovi, coincidenti per lo più con opere intellettualistiche o virtuose all’eccesso. Nella ricerca esasperata di essere originali e farsi notare, i concorrenti di questa sezione presentavano film cupi, estremi di vite desolate. Quest’anno qualche gioiello fra le pellicole pretenziose si è colto per piacevoli novità, spiritose e divertenti.

Si è verificato l’inatteso fenomeno di spettatori che, esasperati da certi film inspiegabilmente inseriti nella sezione maggiore del concorso, si rifugiassero nella Sala Perla per rinfrancare spirito e intelletto. In questo clima di rinnovato entusiasmo per questa sezione, è stata una piacevole sorpresa il divertente Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio, capace di ripetere i felici esiti del film di Molaioli.
Anche quest’anno il giornalista del Gazzettino e critico cinematografico Adriano De Grandis ha fatto parte della Commissione selezionatrice dei film della 23. Settimana Internazionale della Critica. Con la consueta cordialità ci intrattiene
con interessanti considerazioni.

NSC: Passando a volo d’uccello su questa 65. edizione della Mostra, in generale si ha l’impressione che Mueller, costretto dall’assenza della Major piegata dallo sciopero degli sceneggiatori e dalla feroce concorrenza di Cannes e Toronto, abbia scelto la strada ardua di film innovativi e impopolari, puntando su Asia e Africa, documentari e retrospettive anziché rispettare la tradizionale separazione fra sezioni. Ci sembra così che temi, soggetti, atmosfere caratterizzanti un tempo la Settimana della Critica abbiano ormai invaso anche la sezione principale, quella dei film in concorso. Condivide questa analisi?

A.D.G.: No. A parte la considerazione che non si sono visti film innovativi nella sezione principale. Sostanzialmente dei registi della S.I.C. si è assistito a opere interessanti, registi che hanno voglia di raccontare e di emergere.

NSC: Disagio, desolazione, riscatto nel mondo contadino (vedi L’apprendista del francese Samuel Collardey), mutamenti radicali nella famiglia (Il Cetriolo del cinese Zhou Yaowu), lo sguardo ironico sulla vecchiaia (Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio), il potere distorto della Televisione (Vendi! del malesiano Yeo Joon Han) sembrano i comuni denominatori delle opere presentate dalla Settimana della Critica.

A.D.G.: Essi raccontano le loro esperienze, ciò che vedono nel mondo: attorno non c’è tanta allegria. La ricerca personale per lo più è tormentata, anche se ci sono eccezioni come avete costatato voi prima.


NSC: Uno dei meriti della vostra rassegna è quello di dare spazio a giovani emergenti. Segue le vicende professionali di questi esordienti? E’ stata la Settimana trampolino di lancio verso il successo ?

A.D.G.: La S.I.C. ha lanciato registi che hanno conquistato perfino Il Leone d’oro e premi internazionali. E’ sempre stata una fucina di scorperte di autentici talenti. Vedi Mike Leigh, Kechiche, Peter Mullan, Stefano Magro e molti altri.

NSC: La donna del lago di Molaioli presente nella Settimana la scorsa edizione ha vinto numerosi premi, ha conosciuto successo di pubblico e critica. Ritiene che quest’anno possa ripetersi una così fausta scoperta?

A.D.G.: Certo che si è ripetuta con Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio. Gli organizzatori sono stati costretti a proporre quattro proiezioni e nemmeno queste sono bastate per accontentare le richieste del pubblico. Proiezioni seguite con grande entusiasmo. Ora il film viene proiettato nelle sale pubbliche con grande successo di botteghino. E’ una pellicola che guarda alla terza età con esuberanza amorosa e ironica. Ciò dimostra che la S.I.C. è stata molto attenta a scegliere il meglio del cinema italiano. Un’opera dunque riuscitissima, un evento che il pubblico ha apprezzato con entusiasmo

NSC: L’apprendista del francese Samuel Collardey però è uscito vincitore…

A.D.G.: Ogni giuria ha il proprio metro di giudizio e va rispettato. La vittoria di Collardey amplia il raggio della bontà dei film rappresentati nella S.I.C. Questo lavoro poi è un inno al recupero degli affetti più puri e intimi che ogni figlio si attende. In più si assiste a un crescendo, delicato e profondo, nella disamina interiore di un adolescente.

NSC: Qualcuno dei film presentati avrebbe secondo lei meritato la sezione principale dei film in concorso?

A.D.G.: Ciò non ha importanza. Siamo contenti di averli inseriti nella S.I.C. Essi dimostrano il lavoro rigoroso portato avanti dalla Commissione selezionatrice. Questo è il premio migliore per noi.


NSC: Le è mai nata la voglia di cimentarsi con la macchina da presa?

A.D.G.: La voglia c’è stata ma per piccole cose. Per impegnarsi più seriamente ci vuole tempo e denaro.

NSC: Non le pare eccessivo l’amore di Mueller per i film asiatici? Ne conosce le motivazioni?

A.D.G.: Mueller è un appassionato della cinematografia cinese e asiatica in generale. E’ più che umano amare una certa area culturale. Rispettiamo le sue scelte. Qualche film asiatico in meno tuttavia sarebbe stato preferibile.

NSC: Perché lei ha scelto di commentare, sul catalogo della Settimana della Critica, i film Huanggua – Cetriolo di Yaowu e quello della norvegese Eva Sorhaug Lonsj? Attratto da qualche affinità culturale o pura curiosità?

A.D.G.: Huanggua del cinese Zhou Yaowu è un film stilisticamente rigoroso e impegnativo. Dimostra uno sguardo maturo nella scelta dei tempi e nelle inquadrature, oltre all’attualità del contenuto. In Lonsj mi ha colpito il modo di raccontare la commedia, ribaltando la visione che si ha dei popoli del Nord. Non sono quelli che possiedono tutte le perfezioni. Anche tra loro c’è cattiveria, ci sono i bari e i cinici. Pur funzionando socialmente bene, nel privato esce il male di vivere. Il regista ha scavato nell’ animo umano in maniera profonda.

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“Pranzo di Ferragosto” di Gianni Di Gregorio https://www.nonsolocinema.com/Pranzo-di-Ferragosto-di-Gianni-Di_12387.html Thu, 04 Sep 2008 16:36:44 +0000 http://Pranzo-di-Ferragosto-di-Gianni-Di_12387 Simpatiche, infantili, scanzonate, ironiche, fastidiose, dolci, sensibili, allegre, malinconiche, emozionate ed emozionanti. Sono le quattro ‘dive’ sedute intorno al tavolo di Gianni Di Gregorio, sceneggiatore e regista che decide con semplice e affascinante verità di raccontare un divertentissimo 15 Agosto. In Parenti Serpenti di Monicelli, i poveri anziani venivano in tutti i modi sovrastati da […]

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Simpatiche, infantili, scanzonate, ironiche, fastidiose, dolci, sensibili, allegre, malinconiche, emozionate ed emozionanti. Sono le quattro ‘dive’ sedute intorno al tavolo di Gianni Di Gregorio, sceneggiatore e regista che decide con semplice e affascinante verità di raccontare un divertentissimo 15 Agosto.

In Parenti Serpenti di Monicelli, i poveri anziani venivano in tutti i modi sovrastati da diabolici figli tanto da portare la storia nei meandri dell’umorismo nero, del feroce cinismo dell’acida conclusione. Qui un figlio, ormai di decadente mezz’età, cerca in tutti i modi di sbarcare il lunario, ma soprattutto di regalare alla mamma capricciosa (nobildonna opprimente) ultimi momenti di serenità leggendole libri per farla addormentare e cucinandole dei prelibati piatti d’alta cucina. Questo insolito nucleo familiare vive in un fatiscente appartamento nel centro di Roma.

Tra debiti e bollette non pagate, incontriamo Alfonso, l’amministratore del condominio, che propone a Gianni l’estinzione di tutte le spese condominiali in cambio di un favore: ospitare la madre per la notte e il successivo pranzo di ferragosto in modo che lui possa partire per le terme. Gianni non può non accettare. Ma subito c’è una sorpresa: Alfonso porta la mamma accompagnata dalla zia. A queste due nuove coinquiline se ne aggiunge una terza, la mamma dell’amico dottore. Sul palcoscenico tutti gli attori hanno preso posto e soprattutto il proprio ruolo. Attingendo dagli aspetti caratteristici del teatro popolare, Di Gregorio mette in scena queste “bambine” piene di capricci, di voglie, di racconti, di sentimenti, che vedono nella bontà “retribuita” del disperato Gianni un ottimo bastone su cui appoggiarsi per essere felici. Una serie di gag offrono, seppur in modo volutamente superficiale, punti di riflessione sulla frenesia della vita che ci circonda e che troppo spesso ci fa dimenticare l’affetto che i parenti più anziani vogliono, e pretendono, per “sentirsi in vita” e non abbandonati a se stessi.

L’ingrediente vincente di questa commedia, prodotta da Matteo Garrone e distribuita dalla Fandango di Procacci, è la genuina esuberanza delle quattro attrici non professioniste, che egregiamente coordinate da Di Gregorio (è esagerato usare il termine ‘dirette’ in questo caso…) regalano al pubblico momenti di serenità decorata da importanti riflessioni sulla condizione dell’anziano nella società d’oggi.

Titolo originale: Pranzo di ferragosto
Nazione: Italia
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 75′
Regia: Gianni Di Gregorio
Cast: Valeria de Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Cali, Grazia Cesarini Sforza, Alfonso Santagata, Gianni Di Gregorio, Luigi Marchetti, Marcello Ottolenghi, Petre Rosu
Produzione: Archimede
Distribuzione: Fandango
Data di uscita: Venezia 2008 05 Settembre 2008

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“L’apprenti” di Samuel Collardey https://www.nonsolocinema.com/L-apprenti-di-Samuel-Collardey_12371.html Wed, 03 Sep 2008 15:35:14 +0000 http://L-apprenti-di-Samuel-Collardey_12371 Settimana della Critica Al suo primo lungometraggio Samuel Collardey, già collaboratore di Claire Simon e Philippe Garrel, giunge accompagnato da una peculiare sensibilità documentaristica, maturata con tre cortometraggi di cui l’ultimo (Du soleil en hiver, 2005) presentato alla Quinzaines des Réalisateurs di Cannes. L’etichetta “documentario” tuttavia, non rende pienamente giustizia a L’apprenti; che anzi, se […]

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Settimana della Critica
Al suo primo lungometraggio Samuel Collardey, già collaboratore di Claire Simon e Philippe Garrel, giunge accompagnato da una peculiare sensibilità documentaristica, maturata con tre cortometraggi di cui l’ultimo (Du soleil en hiver, 2005) presentato alla Quinzaines des Réalisateurs di Cannes.

L’etichetta “documentario” tuttavia, non rende pienamente giustizia a L’apprenti; che anzi, se guardato senza conoscere anticipatamente gli intenti del regista, potrebbe essere ragionevolmente scambiato per un’opera narrativa dal ritmo lento ed intenso. Collardey restituisce per immagini la storia di Mathieu, quindicenne che si sta formando presso una scuola d’agraria, e che nel corso dei suoi studi si trova a dover affrontare un periodo di tirocinio (quello che si dice ormai comunemente “stage”) presso la fattoria di un anziano di nome Paul. Mathieu desidera profondamente progettarsi un futuro nell’allevamento e nella vita campestre: tale sua inclinazione si scontra tuttavia con i desideri della sua famiglia. Per i genitori, separati, parla la madre, che vorrebbe il figlio impegnato in un lavoro maggiormente sicuro a livello economico; il padre rimane figura sfuggente, lontana, incapace di educare un figlio. “Quando ci vediamo rimaniamo in silenzio, e se ci parliamo, litighiamo”, afferma Mathieu.

Ma nel progetto di vita di Mathieu c’è posto anche per il superamento di questi problemi, o meglio per una riconciliazione con il sé. Gli svaghi e le frivolezze dell’adolescenza, che punteggiano le settimane del ragazzo, cedono sempre più di frequente il passo alle difficoltà del tirocinio in fattoria, dove l’entusiasmo si scontra con l’inesperienza. E dove l’apprendistato si trasforma in educazione, trovando nel maestro-fattore una figura di riferimento capace di restituire in parte ciò che l’assenza paterna aveva sottratto.

Collardey è sincero e privo d’enfasi indebite: l’impegno in fattoria e la vita in casa o a scuola sono descritti con sguardo lucido e parimenti trasparente nel documentare una discussione in famiglia, una festa tra studenti o la macellazione di un maiale. Difficile dire, contemplando il risultato artistico, quanto l’apporto degli “attori” (dotati di naturalezza e abilità comunicative non usuali) sia stato guidato da indicazioni registiche, e quanto invece vi sia di spontaneo. Ma forse proprio questo dilemma è la miglior prova del buon esito a cui è pervenuto il lavoro del regista.

L’apprenti
Francia, 2008; 85′
Regia: Samuel Collardey
Interpreti: Mathieu Bulle, Paul Barbier
Produzione: Grégoire Debailly

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“Lønsj (Cold lunch)” di Eva Sørhaug https://www.nonsolocinema.com/Lonsj-Cold-lunch-di-Eva-Sorhaug_12347.html Tue, 02 Sep 2008 10:17:10 +0000 http://Lonsj-Cold-lunch-di-Eva-Sorhaug_12347 Settimana della Critica – Fuori Concorso C’è qualcosa di marcio in Norvegia. E non si tratta di grandi catastrofi o di crimini eclatanti, ma solo della quotidiana e multiforme manifestazione della difficolta di stare al mondo. Questo sembra essere il succo di Cold lunch, film dalle molte anime che intreccia, con garbo e mitezza tipicamente […]

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Settimana della Critica – Fuori Concorso
C’è qualcosa di marcio in Norvegia. E non si tratta di grandi catastrofi o di crimini eclatanti, ma solo della quotidiana e multiforme manifestazione della difficolta di stare al mondo. Questo sembra essere il succo di Cold lunch, film dalle molte anime che intreccia, con garbo e mitezza tipicamente scandinave, le vicende di tre personaggi molto diversi tra loro.

Christer (Aksel Hennie) è un ragazzo che ama essere snob e all’ultima moda ma, in realtà, viene da un quartiere povero e non ha neppure i soldi per pagarsi un tetto sopra la testa. Leni (Ane Dhal), invece, è semplice, mite e spaurita. Cresciuta con il padre in un ambiente ovattato e asettico, dopo l’improvvisa morte del genitore è costretta suo malgrado ad affrontare da sola un mondo di cui non sa davvero nulla. Heidi (Pia Tjelta) è l’avvenente moglie di un immobiliarista violento e insopportabile: si lascia picchiare dal marito davanti al loro figlio in fasce e non reagisce mai, autoconvincendosi di colpe mai esistite. A legarli, a parte qualche incontro fisico del tutto occasionale e privo di ogni rilevanza, è il comune stato di irrequietudine ed il trovarsi senza preavviso a un punto di svolta decisivo nelle loro anonime, eppur problematiche vite.

L’atmosfera, lo stile e gli accenti di Lønsj sono così diversi da quelli dei film standard, che è davvero molto difficile dare a quest’opera una definizione precisa. Al racconto delicato e composto si abbinano vicende allucinanti, che solo un autore nordeuropeo potrebbe affornatare con tale flemma, come se si trattasse di eventi di ordinaria micro-follia. L’impianto pacato che porta ad un invisibile crescendo di assurdo e di tragicità, potrebbe magari ricordare il dramma borghese, ma di questo genere mancano sie le atmosfere cupe e grige, sia la sufficiente intensità. Il picco emozionale del film, il momento in cui i destini dei personaggi dovrebbero volgere finalmente ad una risoluzione – tanto per fare un esempio – è rappresentato dalla pseudo-magica apparizione di uno stormo di gabbiani.

Anche gli inter-titoli del film, in cui si descrive brevemente lo stadio di evoluzione dei problemi dei protagonisti, sembrano far trapelare con sottile ironia la consapevolezza di stare dipingendo con tinte pastello drammi umani che altri cinematografie avrebbero trasformato in obesi mélo. Lønsj, in definitiva, è un film “estraneo” e difficilmente classificabile, che può annoiare come divertire, lasciare indifferenti o sconvolgere, fosse solo per il suo stile assolutamente inconsueto. Davvero un “piatto freddo”, davanti al quale sembra ridursi tutto a una questione di gusti.

Titolo originale: Lønsj
Nazione: Norvegia
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 85′
Regia: Eva Sørhaug
Sito ufficiale:
Cast: Ane Dahl Torp, Aksel Hennie, Pia Tjelta, Nicolai Cleve Broch, Biørn Floberg, Anneke von der Lippe, Jan Gunnar Røise, Ingar Helge Gimle
Produzione: Spillefilmkompaniet 4 1/2

Data di uscita: Venezia 2008

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“KABULI KID” di BARMAK AKRAM https://www.nonsolocinema.com/KABULI-KID-di-BARMAK-AKRAM_12338.html Tue, 02 Sep 2008 10:12:02 +0000 http://KABULI-KID-di-BARMAK-AKRAM_12338 Settimana della Critica Barman Akram è il regista di questo lungometraggio (il primo film di finzione dopo tanti documentari sulla cultura afgana) girato interamente a Kabul e prodotto dalla Wild Bunch francese. Rifugiato politico dal 1966, dal 2002 passa metà del suo tempo nella sua terra natia per “entrare nella realtà e non provare a […]

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Settimana della Critica
Barman Akram è il regista di questo lungometraggio (il primo film di finzione dopo tanti documentari sulla cultura afgana) girato interamente a Kabul e prodotto dalla Wild Bunch francese. Rifugiato politico dal 1966, dal 2002 passa metà del suo tempo nella sua terra natia per “entrare nella realtà e non provare a raccontare una società che non conosco e che è in continua evoluzione”, come dichiara alla fine della proiezione del suo film. Ed è riuscito nell’intento di farci conoscere cosa si nasconde dietro le tante macerie della capitale afgana che da ormai 25 anni conosce solo la guerra e che da anni vediamo alla televisione senza esserci mai davvero ‘entrati’.

La città, molto simile all’Italia fotografata dai nostri neorealisti (non a caso il regista cita Rossellini), è una delle protagoniste. E’ un luogo distrutto nell’animo e lo spaesamento delle persone che la abitano è forte. Il secondo protagonista, come dice il titolo, è un bambino, un neonato di pochi mesi che viene lasciato su un taxi da una donna che porta ancora il tchadri nella terra che gli occidentali si vantano di aver liberato dall’oppressione dei talebani. “Ma se lo tolga che fa caldo” gli dice il taxista quando decide di caricarla.
_ L’uomo è il buono della situazione, è fortemente convinto che la donna abbia dimenticato il figlio, non riesce ad immaginare che possa averlo abbandonato. Passa un’intera giornata a cercarla, poi torna a casa con il neonato e lì la moglie, madre di una figlia della stessa età, lo allatta.

“Un film è una domanda. E’ il pubblico che deve trovare le risposte” afferma il regista che, a chi inizia a proporgli paragoni con Chaplin, Kiarostami, Scorsere, dichiara di non essersi ispirato a nessun cineasta in modo particolare. “Volevo raccontare una mia storia, attraverso gli occhi di questo taxista che vede la sua città attraverso il parabrezza della sua auto, esattamente come noi spettatori la vediamo attraverso lo schermo di una televisione o di un cinema”.
Centrale nel film è anche la figura delle donne: la madre che abbandona, la madre che accoglie (la moglie del taxista), le figlie del taxista.

Il regista si commuove quando si parla della condizione femminile in Afghanistan dove ci sono donne costrette a gesti estremi per i motivi più diversi (volutamente non conosciamo le ragioni dell’abbandono del neonato), che non hanno voce o comunque non è richiesta la loro opinione (è sconcertante la sequenza del ritorno a casa del taxista: non porta il piccolo alla moglie, non parla con lei dell’accaduto). Però il regista spera in un cambiamento attraverso le giovani generazioni. Non a caso una delle figlie dell’uomo manifesta la propria volontà di non sposarsi, la volontà di essere e di non continuare a subire: chiede di poter dar da mangiare ai piccioni, lavoro riservato agli uomini e forse non a caso sarà il nonno a consentirglielo.

Titolo originale: Kabuli Kid (Il bambino di Kabul)
Nazione: Francia, Afghanistan

Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 94′
Regia: Barmak Akram
Sito ufficiale:

Cast: Hadji Gul, Valery Shatz, Amélie Glenn, Messi Gu, Mohammad Chafi Sahel, Helena Alam
Produzione: Fidelite Films
Distribuzione:
Data di uscita: Venezia 2008

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“Iki Cizgi (Two lines)” di Selim Evci https://www.nonsolocinema.com/Iki-Cizgi-Two-lines-di-Selim-Evci_12336.html Tue, 02 Sep 2008 10:05:30 +0000 http://Iki-Cizgi-Two-lines-di-Selim-Evci_12336 Se la Mostra del Cinema di Venezia necessitasse di un tema trasversale alle varie sezioni e rassegne parallele, quest’anno si dovrebbe parlare di una selezione consacrata al racconto della desolazione spirituale e materiale. Iki Cizgi (Two Lines) dell’esordiente regista turco Selim Evci, rientra tra quei titoli che più direttamente rientrerebbero nell’ideale rubrica di cui si […]

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Se la Mostra del Cinema di Venezia necessitasse di un tema trasversale alle varie sezioni e rassegne parallele, quest’anno si dovrebbe parlare di una selezione consacrata al racconto della desolazione spirituale e materiale.

Iki Cizgi (Two Lines) dell’esordiente regista turco Selim Evci, rientra tra quei titoli che più direttamente rientrerebbero nell’ideale rubrica di cui si è detto: storia di una coppia di Istanbul il cui rapporto è minato da una difficoltà di comunicazione che, lentamente, si avvia verso mutismi parossistici. Lei (Gulcin Santircioglu)attrice amante della musica classica; lui (Kaan Keskin) fotografo che preferisce frastuoni rock e voyeuristiche escursioni del suo obiettivo sulla facciata del palazzo di fronte al suo appartamento, palazzo dove si affaccia la finestra dell’abitazione di due avvenenti ragazze. L’incursione notturna di un estraneo in casa dei due innescherà il declino finale del loro rapporto, conseguente infine ad un viaggio durante il quale le parole, lentamente, vengono meno o si prestano meramente a monologhi giustapposti privi d’interrelazioni.

Il tema di Two Lines è sufficientemente chiaro: il problema dell’alterità, della comunicazione con un prossimo destinato a rimanere irresolubilmente scisso dall’individualità personale. S’inizia con un estraneo in casa (di cui non si vedrà il volto, e dal quale ci si difenderà semplicemente ignorandolo, ovvero fingendo di dormire); si finisce con il contatto che massimamente nega la reciproca comprensione, ovvero la violenza carnale. Il tutto inquadrato in una serie di riferimenti alla rappresentazione e alla teatralità dell’azione sociale (il film si apre con la messinscena in palcoscenico di un paradossale abbandono tra coniugi), che intenderebbero rafforzare e far coagulare gli spunti.

Lo svolgimento del discorso filmico, tuttavia, appare difficoltoso. Sparita la parola, i restanti significati filmici compongono un quadro dell’incomunicabilità certo evidente quanto frammentario, incapace di imporsi all’attenzione in maniera coerente. Le premesse e gli sviluppi del mutismo e dell’impossibilità di relazione vengono estenuati da sequenze tra loro scollegate, lunghissimi silenzi, inquadrature a macchina fissa il cui unico pregio è mostrare una dignitosa fotografia ed un ritratto spesso luminoso del paesaggio turco. Come la versione semplificata e mal eseguita della prima Gymnopédie di Erik Satie che suona la protagonista in una scena, Two Lines appare incompleto e sostanzialmente fallimentare nei suoi intenti: un film sull’incomunicabilità che non riesce a comunicare in maniera forte con il suo pubblico.

Titolo originale: Iki Çizgi (Due linee)
Nazione: Turchia
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 93′
Regia: Selim Evci
Sito ufficiale:
Cast: Gülcin Santirc?og(lu, Kaan Keskin
Produzione: Evci Film Production Company
Distribuzione:
Data di uscita: Venezia 2008

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“HUANGGUA (CETRIOLO)” DI ZHOU YAOWN https://www.nonsolocinema.com/HUANGGUA-CETRIOLO-DI-ZHOU-YAOWN_12520.html Tue, 02 Sep 2008 09:23:00 +0000 http://HUANGGUA-CETRIOLO-DI-ZHOU-YAOWN_12520 Settimana della Critica Nella Pechino di oggi si intrecciano le storie di personaggi giunti nella metropoli dalla provincia. Una famiglia di fruttivendoli deve lottare contro le scarse vendite e le pretese del racket, un giovane regista è in cerca di finanziamenti per il suo film senza sapere che la sua ragazza lo mantiene prostituendosi, mentre […]

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Settimana della Critica
Nella Pechino di oggi si intrecciano le storie di personaggi giunti nella metropoli dalla provincia. Una famiglia di fruttivendoli deve lottare contro le scarse vendite e le pretese del racket, un giovane regista è in cerca di finanziamenti per il suo film senza sapere che la sua ragazza lo mantiene prostituendosi, mentre va in scena l’ennesima rappresentazione della crisi di un nucleo familiare per colpa dei tradimenti della moglie e la violenza del figlio aggregato ad una gang giovanile.

A legare le vicende di questi personaggi è il cetriolo del titolo, ortaggio molto presente nella cucina cinese, ingrediente indispensabile per le tre vivande che in momenti diversi del film fanno la loro comparsa. Non si verificano che piccoli eventi capaci però, nel corso di un luglio afoso e soffocante, di dare una svolta imprevista a queste vicende apparentemente slegate fra loro ma che finiscono con l’intrecciarsi.

Sradicati dalla loro terra, trapiantati in una Pechino estranea ed indifferente, questi uomini e donne, banali e socialmente irrilevanti, vivono un disagio esistenziale sognando un impossibile riscatto: il regista squattrinato sogna la fama, il povero verduraio, vede nel figlio, studente in una prestigiosa scuola della città, figlio per cui si sacrifica assieme alla moglie, lo strumento per una rinascita futura. Le storie appaiono banali e la rappresentazione di questa mediocritas tutt’altro che aurea, risulta a sua volta piuttosto monotona.

Il regista, alla sua prima esperienza dimostra però classe e capacità di manovrare i fili delle tre storie e originale appare anche la sua scelta di affidare l’intera responsabilità di dare coerenza all’insieme, al cetriolo, alla sua insostituibilità nel confezionare piatti tipici cinesi, per lo più molto amati ma a volte divenuti insopportabili per certi giovani palati ormai compromessi dai nuovi gusti e sapori degli onnipresenti Mc Donald’s. Modo eccentrico e senz’altro originale di raccontare da una prospettiva nuovo l’antica storia del male di vivere. Sullo sfondo una Cina che cambia, che stravolge culture e tradizioni secolari nel vortice di una globalizzazione selvaggia e disumanizzante.

Titolo originale: Huanggua
Nazione: Cina
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 100′
Regia: Zhou Yaowu

Cast: Jiang Zhongwei, Shang Xia, Wang Zaihe, Ren Duoduo, Zhao Wengang, Liu Shuchen, Wang Yujiao, Xiao He
Produzione: Beijing New Sound of Music Advertising Co
Data di uscita: Venezia 2008

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“$e11.Ou7! (Sell Out!)”, di Yeo Joonhan https://www.nonsolocinema.com/e11-Ou7-Sell-Out-di-Yeo-Joonhan_12314.html Sun, 31 Aug 2008 08:43:42 +0000 http://e11-Ou7-Sell-Out-di-Yeo-Joonhan_12314 Settimana della Critica Rafflesia ed Eric sono due dipendenti della multinazionale Fony. Lei presentatrice televisiva a cui viene affidata la conduzione di un reality show sulla morte in diretta, lui un ingegnere che ha inventato una macchina per preparare cibi e bevande a base di soia. L’intransigenza dell’amministratore della multinazionale porta la giovane a utilizzare […]

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Settimana della Critica
Rafflesia ed Eric sono due dipendenti della multinazionale Fony. Lei presentatrice televisiva a cui viene affidata la conduzione di un reality show sulla morte in diretta, lui un ingegnere che ha inventato una macchina per preparare cibi e bevande a base di soia. L’intransigenza dell’amministratore della multinazionale porta la giovane a utilizzare come protagonista del suo programma il giovane ingegnere innamorato di lei e depresso per l’ostilità dei dirigenti nei confronti della sua invenzione.

Il film del giovane regista malese Yeo Joonhan, di cui è anche sceneggiatore e coautore delle canzoni, è stato presentato alla 65 Mostra del cinema di Venezia nella sezione Settimana della Critica. Joonhan aveva già ricevuto a Venezia una menzione speciale nel 2006 per il cortometraggio Adults only. Il film è una commedia musicale anomala, in cui esibizioni canore e momenti musicali sono mostrati come eventi accidentali della struttura filmica e non come forme primarie del genere musical. L’effetto ridicolo che ne scaturisce, costruisce il terreno d’azione per una critica sulle conseguenze del processo di globalizzazione e sul rapporto tra realtà e finzione.

L’estremizzazione tragicomica della società dello spettacolo è resa simbolicamente dal programma “Le ultime parole”, in cui persone prossime alla morte vengono seguite dalla telecamera con tanto d’intervista nella fase terminale. Personaggi al limite della caricatura si muovo all’interno di uno spazio surreale che cerca di riprodurre lo stato di noia che contraddistingue la quotidianità dell’esperienza umana.

Persino la morte diventa funzionale allo scopo delle imprese che pensano in termini di profitto (la Fony). Così anche chi lavora sodo e in modo puntuale come Eric che dopo aver inventato un macchinario utile e resistente viene obbligato a costruirne uno in grado di rompersi appena concluso il periodo di garanzia. L’unico modo per poter salvarsi da questo gioco perverso è quello di (s)vendersi (sell out).

Il film mostra senza vergogna i propri limiti, primo tra tutti di essere un prodotto a basso costo, lontano da quel progetto originario proposto dal regista e poi modificato per soddisfare le logiche di mercato, le stesse che conducono la giovane Rafflesia a coinvolgere il pubblico del suo programma per decidere quale dei due Eric uccidere, il sognatore o quello pratico. Degno di nota il lavoro compiuto dal regista con la macchina a mano, soluzione efficace nel rendere instabile la situazione di precarietà compiuta dalla dirigenza del multinazionale per fare profitto. Il corpo filmico è suddiviso in due parti, la prima è l’intervista della conduttrice a un regista premiato per il suo cortometraggio “L’amore è amore e null’altro”, film che poi noi vediamo in tutto il suo tragico non senso.

Titolo originale: $E11.OU7! – Sell Out!
Nazione: Malesia
Anno: 2008
Genere: Musical
Durata: 115′
Regia: Yeo Joonhan

Data di uscita: Venezia 2008

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