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	<title>Fuori Concorso Archivi - NonSoloCinema</title>
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	<description>Informazione cinematografica e culturale</description>
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	<title>Fuori Concorso Archivi - NonSoloCinema</title>
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		<title>&#8220;Mickey 17&#8221; di Bong Joon-ho</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Paola Assom]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Feb 2025 19:03:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Berlinale 2025]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Satira politica, metafora della modernità”: così, nell’ormai lontanissimo 2006, si scriveva su questa medesima testata di “Fascisti su Marte”, il film di Corrado Guzzanti che ironizzava sul passato per raccontare l’attualità dell’Italia di allora.Difficile che il regista sud coreano Bong Joon-ho &#8211; fattosi conoscere dal grande pubblico soprattutto con il film “Parasite” (Palma d&#8217;Oro al [&#8230;]</p>
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<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained">
<p>“Satira politica, metafora della modernità”: così, nell’ormai lontanissimo 2006, si scriveva su questa medesima testata di “<a href="https://www.nonsolocinema.com/FASCISTI-SU-MARTE-DI-CORRADO.html">Fascisti su Marte</a>”, il film di Corrado Guzzanti che ironizzava sul passato per raccontare l’attualità dell’Italia di allora.<br>Difficile che il regista sud coreano Bong Joon-ho &#8211; fattosi conoscere dal grande pubblico soprattutto con il film “<a href="https://www.nonsolocinema.com/parasite-di-bong-joon-ho.html">Parasite</a>” (Palma d&#8217;Oro al festival di Cannes 2020) &#8211; abbia mai sentito parlare di Guzzanti, men che meno che abbia visto quel film. Eppure in Mickey 17 per molti aspetti lo spirito è ancora lo stesso della pellicola italiana del 2006. Bong Joon, che ha scritto e diretto questa pellicola, non smentisce la sua fama, anzi la rafforza, grazie anche a un budget stellare, effetti speciali stratosferici e un cast internazionale.<br>Adattamento cinematografico del romanzo del 2022 Mickey7 di Edward Ashton, questa satira tragicomica ci immerge in un futuro distopico dove Kenneth Marshall (Mark Ruffalo), un riccone esaltato con ciuffo ribelle (ogni riferimento a persone e fatti reali non è affatto casuale) con tanto di moglie megera, Ylfa (Toni Collette), raccoglie una massa di diseredati della terra per farne l’equipaggio “sacrificabile” di una navicella spaziale destinata a colonizzare il gelido, sconosciuto e misterioso pianeta di Niflheim.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2025/02/Mickey-17-film-trailer-1-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-570718" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2025/02/Mickey-17-film-trailer-1-1024x576.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2025/02/Mickey-17-film-trailer-1-300x169.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2025/02/Mickey-17-film-trailer-1-1536x864.jpg 1536w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2025/02/Mickey-17-film-trailer-1-746x420.jpg 746w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2025/02/Mickey-17-film-trailer-1-696x392.jpg 696w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2025/02/Mickey-17-film-trailer-1-1068x601.jpg 1068w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2025/02/Mickey-17-film-trailer-1.jpg 1800w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><br>L’eroe per caso della ciurma è Mickey Barnes (Robert Pattinson) il più sacrificabile di tutti, maldestro e perdente, ripetutamente destinato a esperimenti estremi dove invariabilmente muore e viene rimpiazzato da un clone identico al precedente, realizzato con una stampante 3D. Di morte in morte, di clone in clone, si arriva al Mickey numero 17, che riesce persino a vivere una storia d’amore e a non morire quando finisce sottozero. La presa di coscienza, individuale e collettiva, è la svolta che cambia (proprio come in Fascisti su Marte) il corso della storia e il destino del 17, che non porterà mai più sfortuna.</p>



<p><br>Presentato in anteprima mondiale fuori concorso al festival del cinema di Berlino 2025, questo film, da non perdere per gli appassionati del genere e ottimo da vedere per tutti, sarà nelle sale italiane dal<strong> 6 marzo 2026.</strong></p>
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		<title>&#8220;Paolo Conte. Via con me&#8221; di Giorgio Verdelli</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/paolo-conte-via-con-me-di-giorgio-verdelli.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Falcone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2020 06:21:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Festival]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
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		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Conte Paolo]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 77. Fuori Concorso]]></category>
		<category><![CDATA[Verdelli Giorgio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Imperdibile. Delizioso. Commovente. Dal Fuori Concorso della 77. Mostra del Cinema di Venezia al Cinema per 3 giorni grazie a Nexo Digital, non potete perdervi questo docufilm che si tuffa nella storia della musica italiana parlando di uno dei più grandi poeti contemporanei: Paolo Conte. Giorgio Verdelli, uno dei maggiori esperti a livello internazionale di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Imperdibile. Delizioso. Commovente.</p>
<p>Dal Fuori Concorso della 77. Mostra del Cinema di Venezia al Cinema per 3 giorni grazie a Nexo Digital, non potete perdervi questo docufilm che si tuffa nella storia della musica italiana parlando di uno dei più grandi poeti contemporanei: Paolo Conte.</p>
<p>Giorgio Verdelli, uno dei maggiori esperti a livello internazionale di musica, ha attinto all’immenso patrimonio dell’archivio personale di Conte, immagini e filmati di repertorio (un tesoro) e lo ha montato con nuove interviste &#8211; girate per l&#8217;occasione &#8211; fronte camera, riprese dei tour internazionali.</p>
<p>Storie di legami e di amicizie o anche storie di tante vite che hanno composto la colonna sonora di tante altre vite, aneddoti e ricordi di (vanno citati tutti) Roberto Benigni, Vinicio Capossela, Caterina Caselli, Francesco De Gregori, Stefano Bollani, Giorgio Conte, Pupi Avati, Luisa Ranieri, Luca Zingaretti, Renzo Arbore, Paolo Jannacci, Vincenzo Mollica, Isabella Rossellini, Guido Harari, Cristiano Godano, Giovanni Veronesi, Lorenzo Jovanotti, Jane Birkin, Patrice Leconte, Peppe Servillo, <em><strong>Paolo Conte. Via con me </strong></em>allieta l&#8217;anima con la sua ironia e riempie il cuore con note immortali.</p>
<p>Purtroppo al cinema solo fino al 30 settembre. Accorrete, non lasciatevi scappare l&#8217;occasione coinvolgente e affascinante di far parte di un pezzo di storia della musica italiana.</p>
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		<title>&#8220;Assandira&#8221; di Salvatore Mereu</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/assandira-di-salvatore-mereu.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alvise Mainardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2020 19:12:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Ledda Gavino]]></category>
		<category><![CDATA[Mereu Salvatore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Venezia 77 è anche una Mostra di ritorni, il ritorno di Salvatore Mereu al lungometraggio dopo otto anni (Bellas mariposas è del 2012), il ritorno dello scrittore Gavino Ledda sul grande schermo come attore dopo trentasei anni (si veda Ybris, 1984), il ritorno di un grande film italiano con aspirazioni autoriali alla kermesse lagunare dopo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Venezia 77 è anche una Mostra di ritorni, il ritorno di Salvatore Mereu al lungometraggio dopo otto anni (<a href="https://www.nonsolocinema.com/Venezia-69-Bellas-Mariposas-di_25918.html"><em>Bellas mariposas</em></a> è del 2012), il ritorno dello scrittore Gavino Ledda sul grande schermo come attore dopo <em>trentasei</em> anni (si veda <em>Ybris</em>, 1984), il ritorno di un grande film italiano con aspirazioni autoriali alla kermesse lagunare dopo magari non altri trentasei, ma comunque molti.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dall&#8217;omonimo romanzo di Giulio Angioni, <em>Assandira </em>è il lato oscuro della moda degli agriturismi degli anni &#8217;90, una storia che sa di antica tradizione e dello scontro con un mondo che cambia dando solo l&#8217;<strong>errata impressione di avanzare</strong>, una tragedia nel senso etimologico del termine capace di raccontare una storia colma di rabbia prima e rassegnazione poi, di presa di posizione e responsabilità e, da ultimo, di sacro e profano in un senso tutto suo.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira-2-1024x576.jpeg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-542165" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira-2-1024x576.jpeg" alt="" width="1024" height="576" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira-2-1024x576.jpeg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira-2-1024x576-300x169.jpeg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira-2-1024x576-747x420.jpeg 747w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La prima immagine che ci colpisce e ci accompagnerà per tutto il film è quella di un abbattuto Costantino, anziano pastore sardo di fronte ai ruderi ancora fumanti dell&#8217;agriturismo Assandira da lui gestito con il figlio Mario e dalla nuora Greta: il primo è appena morto schiacciato da una trave mentre la seconda ha perso il figlio all&#8217;ottavo mese di gravidanza. Costantino è chiamato a ricostruire la vicenda dal magistrato e di pari passo, con le parole e flashback canonici, Mereu ritorna indietro e piano piano ci svela un complesso intreccio fatto di <strong>sentimentalità corrotte e rapporti insani in un triangolo padre-figlio-nuora che scopre uno strato di morbosità dietro l&#8217;altro</strong>, specie quando la giovane coppia, non riuscendo ad avere un figlio, si rivolge a Costantino per quello che questi definirà intimamente &#8220;incesto in provetta&#8221;.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-2.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-542166" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-2.jpg" alt="" width="1000" height="563" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-2.jpg 1000w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-2-300x169.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-2-746x420.jpg 746w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato l&#8217;anziano pastore si lascia sedurre dalle forme giunoniche della germanica Greta, Mario di fronte a questa complessità regredisce dando prova del fatto che scappare dalla Sardegna non significa aprire la mente abbastanza da reggere l&#8217;urto con il mondo reale mentre Greta perde ogni riferimento di fronte a qualche banconota in più, inseguendo un puerile sogno egoistico, tradendo il marito per qualche recensione positiva o arrivando a sminuire l&#8217;incendio dell&#8217;inizio/fine del film con uno sgrammaticato &#8220;a turisti piace pericolo&#8221;. Di questo parla <em>Assandira</em>, di un consumismo che ha devastato una terra, tracciando di pari passo una una storia familiare disarticolata in putrefazione che sullo sfondo di una storia <em>noir</em> allunga le mani della narrazione fino a delineare una specie di guerra di <strong>civilizzazione</strong>.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira_R7_COLOR_VFX__E098C009_190807_R3Y64_7943-1024x576.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-542164" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira_R7_COLOR_VFX__E098C009_190807_R3Y64_7943-1024x576.jpg" alt="" width="1024" height="576" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira_R7_COLOR_VFX__E098C009_190807_R3Y64_7943-1024x576.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira_R7_COLOR_VFX__E098C009_190807_R3Y64_7943-1024x576-300x169.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Assandira_R7_COLOR_VFX__E098C009_190807_R3Y64_7943-1024x576-747x420.jpg 747w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Gavino Ledda offre un&#8217;interpretazione gigantesca che sarebbe da registrare anche solo per il ribaltamento di fronte che lo vede nel ruolo di padre &#8211; lui, autore di <em>Padre padrone</em> -, un padre tradizionalista che subisce le scelte del figlio sobillato dalla moglie teutonica e che alla fine è costretto, in un&#8217;ipotetica versione sarda del <em>seppuku</em>, ad assumersi la responsabilità per tutto l&#8217;accaduto offrendo in cambio la sua vita come a voler sostituire all&#8217;iter giudiziario una cerimonia <strong>pagana</strong>. L&#8217;espediente del <em>voice-over</em> dello stesso personaggio non sarà raffinatissima, ma offre un ritratto compiuto dello iato tra le azioni e le parole di Costantino, parole di un uomo burbero, e il flusso dei suoi pensieri, ben più sviluppato di tutti gli altri personaggi, &#8220;più avanzati&#8221; soltanto perché piace loro credere di essere tali.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-542110" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-1.jpg" alt="" width="970" height="647" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-1.jpg 970w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-1-300x200.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/assandira-1-630x420.jpg 630w" sizes="auto, (max-width: 970px) 100vw, 970px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Assandira </em>è anche arrivato a Venezia un po&#8217; di fretta, il montaggio è stato ultimato in tempi brevissimi al di là della difficoltà, e si nota dal fatto che alcuni scambi verbali risultano spesso ridondanti e il progetto ultimato avrebbe avuto bisogno di essere asciugato di un&#8217;ulteriore decina di minuti per ritenersi più efficace, ma qualche minuto di troppo non pregiudica un risultato finale di un film sentito, collerico e in grado di offrire un doppio punto di vista (per metà metaforico) su una realtà così particolare e unica come la Sardegna rurale massacrata dall&#8217;industria turistica e sul pari massacro emotivo che subiscono coloro i quali abitano quella realtà e se la vedono ribaltare sotto gli occhi; non a caso la critica specializzata evidenzia a più riprese l&#8217;influenza della letteratura neocoloniale nel movimento della nuova letteratura sarda, di cui fa parte anche Angioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un&#8217;opera radicale a suo modo, prendere o lasciare. Per una volta sarebbe forse il caso di <strong>prendere</strong>, e non di relegare film come questi fuori concorso per farci rappresentare all&#8217;estero da film come <a href="https://www.nonsolocinema.com/padrenostro-di-claudio-noce.html"><em>Padrenostro</em></a>. Ce ne vogliono, anche se imperfetti, di film così. E non solo per gli altri.</p>
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		<title>&#8220;Mandibules&#8221; di Quentin Dupieux</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/mandibules-di-quentin-dupieux.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alvise Mainardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2020 18:16:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Presentato a Venezia fuori concorso, esattamente come il suo regista Mr. Oizo, al secolo Quentin Dupieux, fuori luogo ovunque lo si voglia collocare e impossibile da ascrivere a qualsiasi tradizione, il film Mandibules è una commedia rigorosamente demenziale difficile da catalogare anche nella stessa filmografia del non-autore francese. Se nel 2015 con Réalité, pellicola assai più [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Presentato a Venezia fuori concorso, esattamente come il suo regista Mr. Oizo, al secolo Quentin Dupieux, fuori luogo ovunque lo si voglia collocare e impossibile da ascrivere a qualsiasi tradizione, il film <strong><em>Mandibules</em></strong> è una<strong> commedia rigorosamente demenziale</strong> difficile da catalogare anche nella stessa filmografia del non-autore francese. Se nel 2015 con <a href="https://www.nonsolocinema.com/Reality-di-Quentin-Dupieux_30366.html"><i>Réalité</i></a>, pellicola assai più complessa delle precedenti sul piano dell&#8217;architettura strutturale, questi aveva marcato una decisa virata nel suo modo di fare cinema, abbandonando una parte di <em>nonsense </em>per consentirsi una regia più canonica e variegata nonché maggiore spazio per la narrazione e i dialoghi &#8211; poi proseguita e radicalizzata con <em>Le daim</em> &#8211; grazie a <em>Mandibules</em> riesce a ricordarci che sbagliamo noi a volerlo inquadrare con espressioni inopportune quali &#8220;passo avanti&#8221; o &#8220;passo indietro&#8221;.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/mandibules.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-542157" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/mandibules.jpg" alt="" width="1600" height="727" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/mandibules.jpg 1600w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/mandibules-300x136.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/mandibules-1024x465.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/mandibules-924x420.jpg 924w" sizes="auto, (max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mandibules</em> scarta di lato, unendo la comicità paradossale dei primi film del decennio scorso con la possibilità di articolare un&#8217;opera che possa essere definita dalla sua storia, dal suo intreccio, come nei casi più recenti; insieme proprio a <em>Le daim</em>, si tratta del primo film di Dupieux del quale forse può essere improvvisata una sinossi a beneficio di un eventuale curioso che volesse sapere <em>en passant</em> &#8220;di cosa parla il film?&#8221;. Se quello stesso curioso ci facesse la stessa domanda facendo riferimento a <em>Rubber</em> o <em>Wrong</em>, ad esempio, inutile dire che ci prenderebbe per fessi vedendoci gesticolare o associare pneumatici senzienti a catabasi urbane.</p>
<p style="text-align: justify;">Al curioso di cui sopra basterebbe parlare di due strani amici, poveri, senza casa, lavoro e futuro come Manu e Jean-Gab che mentre cercano di raccattare qualche soldo trovano per caso <strong>una mosca gigante in un bagagliaio</strong>: la bizzarra scoperta li porterà a voler addestrare il colossale insetto per non dover mai più preoccuparsi del denaro per mangiare, trovandosi poi ospitati in una casa di villeggiatura di sconosciuti che li hanno scambiati per amici d&#8217;infanzia. <em>Mandibules</em> è la tipica commedia di Dupieux, folle e stravagante, indirizzata su un apparentemente monotono rettilineo in diretta prosecuzione del film precedente, con il passaggio di consegne reso attraverso la doppia citazione a <em>Pulp fiction</em> (il montaggio dell&#8217;assistente e la sottotrama della valigetta). Come una sorta di <em>Scemo &amp; più scemo</em> ma con una dignità cinematografica, il nostro trasporta la sua bizzarra coppia protagonista in una serie di situazioni surreali che presto diventano problemi da risolvere, cosa che Manu e Jean-Gab riescono a fare con colpi di <strong>genio</strong> (eufemismo), colpi di <strong>fortuna</strong> (altro eufemismo) e un raziocinio così parossistico che nel contesto in cui è calato diventa un&#8217;arma.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/MANDIBULES-XL.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-542158" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/MANDIBULES-XL.jpg" alt="" width="1340" height="657" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/MANDIBULES-XL.jpg 1340w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/MANDIBULES-XL-300x147.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/MANDIBULES-XL-1024x502.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/MANDIBULES-XL-324x160.jpg 324w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/MANDIBULES-XL-533x261.jpg 533w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/MANDIBULES-XL-857x420.jpg 857w" sizes="auto, (max-width: 1340px) 100vw, 1340px" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mandibules</em> è un film ridanciano, divertito prima che divertente e senza significato particolare per sua stessa ammissione, non pretende nulla se non far ridere e giocare con la sua invettiva, la sua verve spontanea e genuinamente arzigogolata. Il duo vede continuamente frustrate le proprie possibilità di poter addestrare la mosca e portare a compimento il piano, ma nei limiti il loro modo di stare al mondo rivela nuove facce, sprigionando efficaci scuse e contromosse spietate considerando che quasi tutti i personaggi del film li deridono come &#8220;ritardati&#8221;. A questo <strong>caos organizzato</strong> si uniscono due elementi fondamentali che fanno da supporto all&#8217;architrave del film. Il primo è un sincero estro popolare che esalta gli ultimi e gli sconfitti con l&#8217;esuberanza antiborghese delle commedie di cinquant&#8217;anni fa, mentre il secondo è la performance dissonante (e assordante) di <strong>Adèle Exarchopoulos</strong>, alle prese con una disabilità inedita &#8211; il suo cervello non capisce il concetto di volume e lei è costretta a urlare sempre &#8211; che alla fine le costerà la libertà in un pre-finale che sarebbe cinico se non fossimo un film di Dupieux, o meglio, in un film del &#8220;secondo&#8221; Dupieux, per cui la componente riflessiva sulla mortalità e l&#8217;affanno di Wrong lasciano il posto a un lieto fine velato di malinconia che non può non strappare un sorriso anche e chi non sopporta tale umorismo.</p>
<p><figure id="attachment_542015" aria-describedby="caption-attachment-542015" style="width: 1200px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/DSC4285.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-542015 size-full" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/DSC4285.jpg" alt="" width="1200" height="1800" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/DSC4285.jpg 1200w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/DSC4285-200x300.jpg 200w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/DSC4285-683x1024.jpg 683w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/DSC4285-280x420.jpg 280w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a><figcaption id="caption-attachment-542015" class="wp-caption-text">Adèle Exarchopoulos &#8211; Foto © Alcide Boaretto</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">In fondo <em>Mandibules</em> trova la sua perfetta metafora nel gesto d&#8217;intesa &#8220;toro!&#8221; dei suoi due protagonisti, residuo infantile di una stretta di mano e di una complicità che non hanno mai perso nonostante tutto. <strong>Non c&#8217;è un perché</strong>, è così e basta, e c&#8217;è bisogno di anche questo tipo di film qui, che ci ricordano di non prendere mai nulla troppo sul serio, nemmeno il cinema stesso.</p>
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		<title>&#8220;Di yi lu xiang (Love After Love)&#8221; di Ann Hui</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo S. Pistolato]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2020 21:25:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella spumeggiante Hong Kong pre Seconda guerra mondiale, ricche famiglie fanno a gara per sfoggiare gli abiti più glamour, organizzare feste sempre più eleganti ed esibire spudoratamente i propri vizi. Tra mode occidentali, stuoli di concubine e giovani belli e sfaccendati, la giovane Ge Weilong arriva da Shanghai per sfuggire all&#8217;anonimato del ramo povero della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella spumeggiante <strong>Hong Kong</strong> pre Seconda guerra mondiale, ricche famiglie fanno a gara per sfoggiare gli abiti più glamour, organizzare feste sempre più eleganti ed esibire spudoratamente i propri vizi. Tra mode occidentali, stuoli di concubine e giovani belli e sfaccendati, la giovane Ge Weilong arriva da Shanghai per sfuggire all&#8217;anonimato del ramo povero della famiglia. Finirà invischiata nei sordidi <strong>giochi di potere</strong> e adescamento della zia Liang, dai quali probabilmente nemmeno l&#8217;amore per il playboy George Qiao riuscirà a salvarla (anzi).</p>
<p>Tratto dal racconto di <strong>Zhang Ailing (Eileen Chang)</strong>, la stessa autrice di <a href="https://www.nonsolocinema.com/tag/Lussuria-Seduzione-e-tradimento"><em>Lussuria</em></a>, la cui trasposizione cinematografica di Ang Lee ha vinto il Leone d&#8217;Oro a Venezia, <em>Love After Love</em> è un raffinato melodramma che preferisce concentrarsi sullo stile piuttosto che sulle emozioni. Come sempre però, la grazia registica di <strong>Ann Hui</strong> &#8211; premiata a Venezia 77. con il <a href="https://www.nonsolocinema.com/ann-hui-e-tilda-swinton-leoni-doro-alla-carriera-di-venezia-77.html">Leone d&#8217;Oro alla Carriera</a> &#8211; affascina per il consueto tocco delicato e leggero che sfiora i protagonisti senza giudicarli, esponendoli semplicemente alla loro stessa natura.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/love-after-love-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-541886" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/love-after-love-1.jpg" alt="" width="1600" height="729" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/love-after-love-1.jpg 1600w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/love-after-love-1-300x137.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/love-after-love-1-1024x467.jpg 1024w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/love-after-love-1-922x420.jpg 922w" sizes="auto, (max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></a></p>
<p>Il fulcro della storia ruota attorno all&#8217;esibizione di sentimenti e relazioni altrove considerati, almeno nella forma, riprovevoli. Tutti sfruttano tutti apertamente, senza remore, in un gioco a carte scoperte che richiede però una discreta dose di cinismo (da acquisirsi il prima possibile). Il tempo, come il corpo, diventa <strong>merce di scambio</strong> in un grande palcoscenico costruito da pettegolezzi e desideri, tra noia e <em>horror pauperi</em>.</p>
<p>In quest&#8217;ozio diffuso, dove tutto è contorno e a riempire le giornate ci sono i giochi dei grandi, l&#8217;importante è non lavorare. Non ci sono fitte trame di inganni e tradimenti, seduzioni e complotti, solo calcoli e <em>divertissement</em>, rispedendo all&#8217;origine ogni rigurgito di amore vero. In questo contesto Ann Hui dipinge una <strong>ricca borghesia decadente e ipocrita</strong>, di giorno in giorno più arida, confusa e svuotata. E infatti il rischio è che anche il film, come gli intrecci tra i suoi protagonisti, soffra gli stessi vizi forma, immerso nella perfezione estetica a discapito di un pulsante cuore narrativo.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/foto-Love-after-Love-fuori-696x464.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-541899" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/foto-Love-after-Love-fuori-696x464.jpg" alt="" width="696" height="464" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/foto-Love-after-Love-fuori-696x464.jpg 696w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/foto-Love-after-Love-fuori-696x464-300x200.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/foto-Love-after-Love-fuori-696x464-630x420.jpg 630w" sizes="auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px" /></a></p>
<p>Per fortuna l&#8217;abilità di Ann Hui è tale da scongiurare approcci troppo superficiali. E quando invece l&#8217;amore vero fa capolino, diventa ironicamente esso stesso il simbolo di una sconfitta: per tenersi o guadagnarsi l&#8217;amore bisogna &#8220;lavorare&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;One Night in Miami&#8221; di Regina King</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/one-night-in-miami-di-regina-king.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo S. Pistolato]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2020 04:20:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La sera del 25 febbraio 1964, Cassius Clay concia per le feste Sonny Liston. Alla settima ripresa, il campione in carica rimane seduto all&#8217;angolo. È la consacrazione di Clay &#8220;the greatest&#8220;, il più grande. Quella notte a Miami, in un motel di periferia, si consuma un match forse ancora più importante tra quattro amici, quattro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La sera del 25 febbraio 1964, <strong>Cassius Clay</strong> concia per le feste Sonny Liston. Alla settima ripresa, il campione in carica rimane seduto all&#8217;angolo. È la consacrazione di Clay &#8220;<em>the greatest</em>&#8220;, il più grande. <strong>Quella notte a Miami</strong>, in un motel di periferia, si consuma un match forse ancora più importante tra quattro amici, quattro icone black impegnate a discutere del presente e del futuro della comunità nera e della società americana: lo stesso Clay (prossimo a diventare Mohamed Ali), l&#8217;attivista <strong>Malcom X</strong>, il campione NFL <strong>Jim Brown</strong> e il &#8220;re del soul&#8221; <strong>Sam Cooke</strong>. Tra confessioni e litigi, impegno e responsabilità, quella notte, sul piatto c&#8217;è il significato di essere neri negli Stati Uniti e nel mondo.</p>
<p><a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/08/ONE-NIGHT-IN-MIAMI-Official-still.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-541250" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/08/ONE-NIGHT-IN-MIAMI-Official-still.jpg" alt="" width="800" height="533" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/08/ONE-NIGHT-IN-MIAMI-Official-still.jpg 800w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/08/ONE-NIGHT-IN-MIAMI-Official-still-300x200.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/08/ONE-NIGHT-IN-MIAMI-Official-still-630x420.jpg 630w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
<p>Dall&#8217;omonimo atto unico teatrale di <strong>Kemp Powers</strong> &#8211; qui in veste di sceneggiatore &#8211; l&#8217;attrice premio Oscar <strong>Regina King</strong> realizza il suo primo film dietro la macchina da presa. <em>One Night in Miami</em> condensa in una notte le riflessioni &#8211; purtroppo ancora tristemente attuali &#8211; di generazioni di afroamericani impegnati ancora oggi a reclamare i propri diritti e a lottare per l&#8217;uguaglianza. Una scarna camera d&#8217;albergo diventa lo sfondo per densi dialoghi e profonde considerazioni &#8211; stimolate da Malcom X &#8211; sul contributo che le grandi star nere (ma non solo loro) possono dare alla causa dei diritti civili. Tutti hanno una responsabilità, anche se ognuno la gestisce a proprio modo.</p>
<p>Non nasconde l&#8217;intento politico, né la natura teatrale del testo l&#8217;opera prima di Regina King. <em>One Night in Miami</em> diventa un compendio dell&#8217;<strong>impegno civile</strong>, una bussola delle complesse dinamiche che entrano in campo tra rivendicazioni collettive e scelte private. Eppure, nonostante l&#8217;estrema sintesi e le inevitabili semplificazioni, ascoltare dialoghi così verosimili e stimolanti attribuisce un tenore di necessità al film, a maggior ragione in questi giorni in cui siamo impegnati a ribadire: <strong><em>Black Lives Matter</em></strong>.</p>
<p><figure id="attachment_541865" aria-describedby="caption-attachment-541865" style="width: 640px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Ali_MalcolmX_1964.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-541865" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Ali_MalcolmX_1964.jpg" alt="" width="640" height="432" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Ali_MalcolmX_1964.jpg 640w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Ali_MalcolmX_1964-300x203.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Ali_MalcolmX_1964-622x420.jpg 622w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a><figcaption id="caption-attachment-541865" class="wp-caption-text">La foto che ha ispirato One Night in Miami</figcaption></figure></p>
<p>La regia è al servizio del messaggio di consapevolezza, anzi, dei messaggi, ma riesce a mantenere un bilanciato equilibrio tra la portata rivoluzionaria di alcune considerazioni e il rapporto intimo, di amicizia, tra quattro uomini che, ognuno a proprio modo, hanno fatto la storia. Grazie anche alle buone interpretazioni di tutti i protagonisti, credibili e affiatati, e ad alcune valide e fugaci &#8220;aperture&#8221; (su tutte la scena del concerto di Sam Cooke a Boston), <em>One Night in Miami</em> intrattiene e incoraggia la riflessione. Allo stesso modo, il film non manca di sintonizzarsi sullo spirito del tempo che, assurdamente immutato nel tempo, ha come sottofondo un&#8217;aura di morte e violenza (Malcom X fu assassinato esattamente un anno dopo).</p>
<p>Non è dato sapere se una notte così ci sia mai stata, ma ci piace pensarlo. Come ci piace credere che il miglior antidoto per il razzismo e l&#8217;intolleranza sia il confronto e il riconoscimento delle responsabilità individuali e collettive che ha ognuno nei confronti di tutti, basate sul rispetto e l&#8217;uguaglianza. Regina King lo dimostra con pacatezza e sensibilità, e noi siamo con lei.</p>
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		<title>&#8220;I am Greta&#8221; di Nathan Grossman</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/i-am-greta-di-nathan-grossman.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo S. Pistolato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2020 16:22:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi è Greta Thumberg? Se non lo sapete non siete di questo pianeta (e forse è meglio così, anche se, sullo stesso pianeta ci siamo anche noi). I am Greta segue da vicinissimo la vorticosa storia di una giovane e timida studentessa svedese divenuta, nel giro di pochi mesi, leader mondiale di Fridays for Future, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Chi è Greta Thumberg? Se non lo sapete non siete di questo pianeta (e forse è meglio così, anche se, sullo stesso pianeta ci siamo anche noi). <em>I am Greta</em> segue da vicinissimo la vorticosa storia di una giovane e timida studentessa svedese divenuta, nel giro di pochi mesi, leader mondiale di <a href="https://fridaysforfuture.org/" target="_blank" rel="noopener"><em>Fridays for Future</em></a>, un movimento che si propone di far riconoscere a chi ci governa l&#8217;<strong>emergenza climatica</strong> che stiamo vivendo e pretende azioni concrete per contrastarla.</p>
<p><em>I am Greta</em> racconta la storia della minuta attivista dal primo sciopero per il clima davanti al parlamento svedese a Stoccolma &#8211; un venerdì di agosto del 2018 che segnò la storia &#8211; fino ai discorsi al Parlamento Europeo e al Summit sul clima dell&#8217;ONU a New York. Un anno in cui il documentarista Nathan Grossman, quasi sempre da solo o con una piccolissima troupe, ha avuto la lungimiranza di seguire una ragazzina sconosciuta, armata solo di logica e conoscenze scientifiche, destinata a diventare il simbolo di una <strong>battaglia planetaria contro i cambiamenti climatici</strong>. Un documentario pensato dunque in corso d&#8217;opera, realizzato secondo le tecniche di ripresa del <i>cinéma vérité</i>, che non mostra solo i momenti pubblici più noti, ma fa luce sul lato più intimo e personale di Greta, fino a oggi custodito &#8211; giustamente &#8211; sotto una doverosa coltre di privacy.</p>
<p><em>I am Greta</em> ci mostra il dietro le quinte, i momenti di debolezza, il rapporto con il padre che la accompagna agli eventi e alle conferenze in giro per l&#8217;Europa (rigorosamente in treno o in auto elettrica, o in barca a vela, per arrivare a New York). Soprattutto tira in ballo lo schiacciante peso della responsabilità di cui Greta si sente investita, protagonista di una battaglia che &#8211; e lei è la prima a dirlo &#8211; non dovrebbe ricadere su una ragazza di 15 anni e sui suoi coetanei. Ma la posta in gioco è troppo importante e la comunicazione è fondamentale oggi, così Greta continua a inchiodare i potenti di tutto il mondo con i suoi discorsi (scritti da lei, lo diciamo subito) affilati e chiarissimi. E per questo che fanno storcere il naso a più di qualcuno.</p>
<p>Incredibile come Greta sia potuta infatti diventare una figura controversa. O meglio, in un mondo di complottisti, negazionisti, incitatori all&#8217;odio, ignoranti, opportunisti, non sembra così strano. In molti fanno a gara per screditare Greta Thumberg e le sue battaglie che ispirano e portano nelle strade a manifestare milioni di giovani in tutto il mondo. Dalle manie di protagonismo alle accuse di essere eterodiretta o portavoce di lobbies anticapitaliste, la giovane ragazza svedese (schernita persino per la sua Sindrome di Asperger) viene accusata di tutto, non senza soffrirne le conseguenze, ovviamente. Ma la nostra casa è in fiamme, e bisogna continuare a dare l&#8217;allarme. Così continua.</p>
<p>Continua nonostante la consapevolezza dell&#8217;ambiguità di fondo che spesso porta il potente a incontrarla solo per farsi un<em> selfie</em> spendibile politicamente sui social. Avremmo voluto che <em>I am Greta</em> esplorasse ancora di più glie effetti della rapida popolarità acquisita da Greta ma, in fondo, ci accontentiamo di scoprire un po&#8217; del lato umano di una ragazza coraggiosa che, come tutti noi, ogni tanto vuole soltanto stare a casa con i suoi cani.</p>
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		<title>&#8220;The Duke&#8221; di Roger Michell</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/the-duke-di-roger-michell.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo S. Pistolato]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2020 21:50:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Li chiamiamo illusi, a volte folli, nella migliore delle ipotesi ingenui sognatori. Sono quelli fuori dal coro, quelli che vogliono fare &#8220;la cosa giusta&#8221; perché è giusta, non per il proprio tornaconto. Sono quelli &#8211; e quelle, ovviamente &#8211; che scherniamo, che guardiamo con aria di superiorità e trattiamo con sufficienza. Per fortuna, qualcuna di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Li chiamiamo illusi, a volte folli, nella migliore delle ipotesi ingenui sognatori. Sono quelli fuori dal coro, quelli che vogliono fare &#8220;la cosa giusta&#8221; perché è giusta, non per il proprio tornaconto. Sono quelli &#8211; e quelle, ovviamente &#8211; che scherniamo, che guardiamo con aria di superiorità e trattiamo con sufficienza. Per fortuna, qualcuna di queste persone, cercando bene, ancora la si riesce a trovare. Di sicuro, di queste valevoli caratteristiche è stato un esempio lampante Kempton Bunton, sessantenne combattivo di provincia divenuto celebre perché, nel 1961, rubò il ritratto del Duca di Wellington di Francisco Goya dalla National Gallery di Londra. Ma per una buona causa.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/32759010-8696377-image-a-159_1599179060189.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" td-modal-image aligncenter wp-image-541715 size-full" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/32759010-8696377-image-a-159_1599179060189.jpg" alt="" width="634" height="423" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/32759010-8696377-image-a-159_1599179060189.jpg 634w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/32759010-8696377-image-a-159_1599179060189-300x200.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/32759010-8696377-image-a-159_1599179060189-630x420.jpg 630w" sizes="auto, (max-width: 634px) 100vw, 634px" /></a></p>
<p>La vicenda, realmente accaduta in Inghilterra e venuta alla luce solo pochi anni fa, rivive ora in <em>The Duke</em>, una misurata e spassosa commedia molto <em>british tanto </em>nella costruzione quanto nello <em>humor</em>. A portare sul grande schermo l&#8217;ostinato idealista e la disillusa moglie, troviamo l&#8217;affiatata coppia <strong>Jim Broadbent</strong> e <strong>Helen Mirren</strong>, qui in versione &#8220;vecchie volpi del mestiere&#8221;. L&#8217;abilità dei protagonisti esalta infatti una scrittura sottile e asciutta, ricca di dialoghi serrati e battute che rimbalzano al ritmo giusto per tutto il film.</p>
<p>A far emergere ancor di più le istanze &#8220;rivoluzionarie&#8221; di Kempton contribuisce invece il suo non essere un vero e proprio eroe senza macchia: pigro, furbo, bugiardo, un po&#8217; mascalzone e con un dubbio gusto per la teatralità di ogni gesto. Ma è proprio questo a renderlo ancora più simpatico, come spesso accade. La sua sete di giustizia è contemperata da una vena di irresistibile esibizionismo, il suo lottare contro il sistema è un modo per restituire un po&#8217; di equità a un mondo che l&#8217;ha privato di una figlia, scomparsa prematuramente per un incidente di cui lui si sente responsabile.<a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Jim-Broadbent-The-Duke-first-look.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" td-modal-image aligncenter wp-image-541716 size-full" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Jim-Broadbent-The-Duke-first-look.jpg" alt="" width="681" height="383" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Jim-Broadbent-The-Duke-first-look.jpg 681w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/Jim-Broadbent-The-Duke-first-look-300x169.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 681px) 100vw, 681px" /></a></p>
<p>Robin Hood con aspirazioni letterarie, Don Quixote filosofeggiante, Klempton preferisce portare avanti giuste rivendicazioni universali con poche speranze piuttosto che trovare (e mantenere) un lavoro fisso. Così la vita in famiglia procede tra rituali schermaglie coniugali, piccole menzogne &#8220;a fin di bene&#8221;, qualche sorriso e un amore di quelli senza tempo, che resistono in un modo o nell&#8217;altro alle bordate degli anni che passano. Finché non arriva il <em>colpo del secolo,</em> che le autorità attribuiscono a professionisti ben finanziati (italiani?), ma che invece scaturisce dall&#8217;idea di devolvere il riscatto del quadro per pagare il canone della BBC ad anziani e veterani di guerra.</p>
<p>La storia è sì edificante ma, come sottolinea Roger Michell, regista dal tocco leggero, da non prendere troppo sul serio. In un mondo di film &#8211; e persone &#8211; senza il senso dell&#8217;ironia, resta il gusto del <em>divertissement</em>, per fortuna.</p>
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		<title>&#8220;Final Account&#8221; di Luke Holland</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/final-account-di-luke-holland.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Falcone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 05:04:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Venezia 77. Fuori Concorso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inizia citando Primo Levi «I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi; sono più pericolosi gli uomini comuni», e termina con le parole della cancelliera Angela Merkel durante la sua visita ad Auschwitz, dedicando Final Account ai nonni morti in un campo di concentramento. Stiamo parlando del regista Luke Holland (scomparso nel luglio di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="td-paragraph-padding-1">
<p>Inizia citando Primo Levi «I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi; sono più pericolosi gli <em>uomini comuni</em>», e termina con le parole della cancelliera Angela Merkel durante la sua visita ad Auschwitz, dedicando <em>Final Account</em> ai nonni morti in un campo di concentramento.<br />
Stiamo parlando del regista Luke Holland (scomparso nel luglio di quest&#8217;anno, a 71 anni), Fuori Concorso alla 77. Mostra del Cinema di Venezia, con un lavoro realizzato nell&#8217;arco di 12 anni.</p>
<p>Era il 2008 quando Holland ha iniziato a intervistare l’ultima generazione di tedeschi ancora in vita che avevano fatto parte del Terzo Reich di Adolf Hitler.<br />
250 interviste racchiuse in un film di 90 minuti: comuni cittadini, donne e uomini della gioventù hitleriana, membri delle SS, soldati al fronte e dell&#8217;areonautica, uomini che ancora si compiacciono di aver fatto parte dell&#8217;élite nazista, vengono intervistati fronte camera e rispondono alle domande rivolte dal regista.<br />
Mentre immagini di repertorio, vecchi filmati, fotografie si alternano a questi volti rugosi, molti dei quali ancora obnubilati, dagli occhi glaciali, dall&#8217;identità nazionale e un&#8217;ideologia folle.</p>
<p><em>Final Account</em> ha due tempi. La prima parte più didattica, dove l&#8217;indagine stringata, ma non per questo superficiale, del regista analizza le fasi dell&#8217;Olocausto in capitoli raccontati da chi &#8220;stava&#8221; dall&#8217;altra parte.<br />
La seconda parte è morale, forse quella più interessante, che provoca, in chi guarda, sgomento e rabbia, e genera riflessioni. C&#8217;è chi si riconosce complice, per non essere andato via (e ritiene complici i suoi simili), chi sostiene che a giudicare sarà il &#8220;buon dio&#8221;, chi non riconosce l&#8217;autorità del tribunale di Norimberga, ma solo quella dei giudici tedeschi, &#8230;</p>
<p>Holland ascolta, pone domande, non scende a compromessi con l&#8217;interlocutore. Riesce così non solo a fornire un lucido ritratto storico, e critico, sulla pericolosità dei falsi miti e del nazionalismo, ma anche un istantanea del presente sulle varie inflessioni del Male e dell&#8217;Odio.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Lacci&#8221; di Daniele Luchetti</title>
		<link>https://www.nonsolocinema.com/lacci-di-daniele-luchetti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giacomo S. Pistolato]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2020 18:11:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Fuori Concorso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccola, la famiglia tradizionale. Quella che cova rancori, prende ostaggi, immola la propria esistenza &#8211; e ipoteca quella della prole &#8211; sull&#8217;altare dell&#8217;infelicità reciproca. È un dio del massacro quello che scorre carsico sotto una coltre di vuota normalità, tra moglie e marito, tra il tradimento socialmente accettato del pavido lui e la vendetta inesorabile [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Eccola, la famiglia tradizionale. Quella che cova rancori, prende ostaggi, immola la propria esistenza &#8211; e ipoteca quella della prole &#8211; sull&#8217;altare dell&#8217;infelicità reciproca. È un <em>dio del massacro</em> quello che scorre carsico sotto una coltre di vuota normalità, tra moglie e marito, tra il tradimento socialmente accettato del pavido lui e la vendetta inesorabile e autodistruttiva di lei.</p>
<p><figure id="attachment_541596" aria-describedby="caption-attachment-541596" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-1-high.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-541596" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-1-high.jpg" alt="" width="1000" height="667" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-1-high.jpg 1000w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-1-high-300x200.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-1-high-630x420.jpg 630w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a><figcaption id="caption-attachment-541596" class="wp-caption-text">Set di &#8220;Lacci&#8221;, regia di Daniele Luchetti. Nella foto Luigi Lo Cascio e Alba Rohrwacher. Foto di Gianni Fiorito</figcaption></figure></p>
<p><span style="font-size: 15px; color: #222222;">È una storia quasi banale, come tante, quella di Aldo (Luigi Lo Cascio) e Vanda (Alba Rohrwacher) e inizia nei primi anni &#8217;80, a Napoli, quando Aldo confessa alla moglie di essere andato a letto con la giovane Lidia. Non è una scappatella. È amore. È la <em>malacqua</em>, cioè quando tutto inizia ad andare a <em>scatafascio</em>.</span></p>
<p><span style="font-size: 15px; color: #222222;">Vanda sarebbe pronta a perdonarlo, a dimenticare, pur di non distruggere il focolare domestico, di non violare il &#8220;sacro&#8221; vincolo matrimoniale. Ma il maschio italico è tutto d&#8217;un pezzo e crede di governare il flusso degli eventi, mentre in realtà è solo un altro guscio vuoto sul pelo dell&#8217;acqua, in balia della corrente. Prima o dopo, le due donne della sua vita se ne accorgono, reagendo in modo diametralmente opposto.</span></p>
<p>Passano trent&#8217;anni, ritroviamo Aldo (Silvio Orlando) e Vanda (Laura Morante) insieme, quasi anziani, ancora immersi nel subdolo gioco della famiglia tradizionale: matrimonio, casa, figli e &#8220;invecchiarono insieme&#8221;. Ma anche le acque più placide trovano la via del mare. La tempesta all&#8217;orizzonte incombe.</p>
<p><figure id="attachment_541599" aria-describedby="caption-attachment-541599" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-4-high.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-541599" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-4-high.jpg" alt="" width="1000" height="667" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-4-high.jpg 1000w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-4-high-300x200.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-4-high-630x420.jpg 630w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a><figcaption id="caption-attachment-541599" class="wp-caption-text">Set di &#8220;Lacci&#8221;, regia di Daniele Luchetti. Nella foto Silvio Orlando e Laura Morante. Foto di Gianni Fiorito</p>
<p></figcaption></figure></p>
<p><span style="font-size: 15px; color: #222222;">Arriva sul grande schermo <strong><em style="font-size: 15px; color: #222222;">Lacci</em></strong>, la trasposizione cinematografica dell&#8217;omonimo e fortunato romanzo di Domenico Starnone e inaugura la <a href="https://www.nonsolocinema.com/cinema/mostra-del-cinema-di-venezia-2020">77. Mostra del Cinema di Venezia</a>, edizione pandemica. La <strong>storia di un matrimonio</strong> sordo, psicologicamente violentissimo, risuona con tanta forza quanto, a prima vista, parrebbe invece solo un altro italianissimo racconto tra camera e cucina. Luchetti asseconda l&#8217;indagine forense di Starnone applicata a due vite come tante, a una coppia che si nutre di segreti e risentimenti, senza per questo farne un simbolo, né un&#8217;eccezione. Forse più la regola (con molte sfumature, ovviamente).</span></p>
<p><span style="font-size: 15px; color: #222222;">Ma lì dove lo smascheramento delle relazioni borghesi, dei sessisti patri retaggi sembra cogliere nel segno è la struttura a salti e incastri temporali a mostrare la corda. Lo spettatore viene irretito da facili rimescolamenti cronologici, quasi a suggerire un percorso fin troppo &#8211; paradossalmente &#8211; lineare per una vicenda tanto banale nei fatti quanto profonda nell&#8217;indagare i rapporti di coppia e la società in cui si sviluppano.</span></p>
<p><figure id="attachment_541598" aria-describedby="caption-attachment-541598" style="width: 1000px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-3-high.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-541598" src="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-3-high.jpg" alt="" width="1000" height="667" srcset="https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-3-high.jpg 1000w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-3-high-300x200.jpg 300w, https://www.nonsolocinema.com/wp/wp-content/uploads/2020/09/lacci-3-high-630x420.jpg 630w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a><figcaption id="caption-attachment-541598" class="wp-caption-text">Set di &#8220;Lacci&#8221;, regia di Daniele Luchetti. Nella foto Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini. Foto di Gianni Fiorito</figcaption></figure></p>
<p>Per fortuna, al di là della struttura narrativa un po&#8217; trita, <em>Lacci </em>si rivela attualissimo nella (psico)analisi di un paese ancora beceramente maschilista, dove l&#8217;ottusità del cromosoma y è ancora pervasiva e dove troppo spesso le donne sono ancora costrette a giocare in difesa, a volte fino alle estreme conseguenze.</p>
<p>Buona la prova del cast all star (su tutti Lo Cascio e Orlando, entrambi splendidi Aldo, intellettuali tanto acuti quanto mediocri, mariti e amanti intrinsecamente fasulli), capace di rendere credibile una vicenda che ognuno di noi potrebbe aver vissuto da più o meno vicino.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.nonsolocinema.com/lacci-di-daniele-luchetti.html">&#8220;Lacci&#8221; di Daniele Luchetti</a> proviene da <a href="https://www.nonsolocinema.com">NonSoloCinema</a>.</p>
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