Nella spumeggiante Hong Kong pre Seconda guerra mondiale, ricche famiglie fanno a gara per sfoggiare gli abiti più glamour, organizzare feste sempre più eleganti ed esibire spudoratamente i propri vizi. Tra mode occidentali, stuoli di concubine e giovani belli e sfaccendati, la giovane Ge Weilong arriva da Shanghai per sfuggire all’anonimato del ramo povero della famiglia. Finirà invischiata nei sordidi giochi di potere e adescamento della zia Liang, dai quali probabilmente nemmeno l’amore per il playboy George Qiao riuscirà a salvarla (anzi).

Tratto dal racconto di Zhang Ailing (Eileen Chang), la stessa autrice di Lussuria, la cui trasposizione cinematografica di Ang Lee ha vinto il Leone d’Oro a Venezia, Love After Love è un raffinato melodramma che preferisce concentrarsi sullo stile piuttosto che sulle emozioni. Come sempre però, la grazia registica di Ann Hui – premiata a Venezia 77. con il Leone d’Oro alla Carriera – affascina per il consueto tocco delicato e leggero che sfiora i protagonisti senza giudicarli, esponendoli semplicemente alla loro stessa natura.

Il fulcro della storia ruota attorno all’esibizione di sentimenti e relazioni altrove considerati, almeno nella forma, riprovevoli. Tutti sfruttano tutti apertamente, senza remore, in un gioco a carte scoperte che richiede però una discreta dose di cinismo (da acquisirsi il prima possibile). Il tempo, come il corpo, diventa merce di scambio in un grande palcoscenico costruito da pettegolezzi e desideri, tra noia e horror pauperi.

In quest’ozio diffuso, dove tutto è contorno e a riempire le giornate ci sono i giochi dei grandi, l’importante è non lavorare. Non ci sono fitte trame di inganni e tradimenti, seduzioni e complotti, solo calcoli e divertissement, rispedendo all’origine ogni rigurgito di amore vero. In questo contesto Ann Hui dipinge una ricca borghesia decadente e ipocrita, di giorno in giorno più arida, confusa e svuotata. E infatti il rischio è che anche il film, come gli intrecci tra i suoi protagonisti, soffra gli stessi vizi forma, immerso nella perfezione estetica a discapito di un pulsante cuore narrativo.

Per fortuna l’abilità di Ann Hui è tale da scongiurare approcci troppo superficiali. E quando invece l’amore vero fa capolino, diventa ironicamente esso stesso il simbolo di una sconfitta: per tenersi o guadagnarsi l’amore bisogna “lavorare”.