Inizia citando Primo Levi «I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi; sono più pericolosi gli uomini comuni», e termina con le parole della cancelliera Angela Merkel durante la sua visita ad Auschwitz, dedicando Final Account ai nonni morti in un campo di concentramento.
Stiamo parlando del regista Luke Holland (scomparso nel luglio di quest’anno, a 71 anni), Fuori Concorso alla 77. Mostra del Cinema di Venezia, con un lavoro realizzato nell’arco di 12 anni.

Era il 2008 quando Holland ha iniziato a intervistare l’ultima generazione di tedeschi ancora in vita che avevano fatto parte del Terzo Reich di Adolf Hitler.
250 interviste racchiuse in un film di 90 minuti: comuni cittadini, donne e uomini della gioventù hitleriana, membri delle SS, soldati al fronte e dell’areonautica, uomini che ancora si compiacciono di aver fatto parte dell’élite nazista, vengono intervistati fronte camera e rispondono alle domande rivolte dal regista.
Mentre immagini di repertorio, vecchi filmati, fotografie si alternano a questi volti rugosi, molti dei quali ancora obnubilati, dagli occhi glaciali, dall’identità nazionale e un’ideologia folle.

Final Account ha due tempi. La prima parte più didattica, dove l’indagine stringata, ma non per questo superficiale, del regista analizza le fasi dell’Olocausto in capitoli raccontati da chi “stava” dall’altra parte.
La seconda parte è morale, forse quella più interessante, che provoca, in chi guarda, sgomento e rabbia, e genera riflessioni. C’è chi si riconosce complice, per non essere andato via (e ritiene complici i suoi simili), chi sostiene che a giudicare sarà il “buon dio”, chi non riconosce l’autorità del tribunale di Norimberga, ma solo quella dei giudici tedeschi, …

Holland ascolta, pone domande, non scende a compromessi con l’interlocutore. Riesce così non solo a fornire un lucido ritratto storico, e critico, sulla pericolosità dei falsi miti e del nazionalismo, ma anche un istantanea del presente sulle varie inflessioni del Male e dell’Odio.