sabato, Ottobre 17, 2026
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Berlinale: “Where to invade next” di Michael Moore

La terra delle opportunità?

Berlinale 2016: Berlinale Special
Una dichiarazione d’amore per il suo Paese, gli Stati Uniti, come sono lui può fare: ancora una volta Moore mostra il re nudo e lo fa per il suo bene.

Documentato, ironico, graffiante, paradossale, grottesco, realistico e utopico, parziale come è lecito che sia una denuncia che è anche opera d’arte. Moore vede che nella più grande potenza del mondo troppe cose non vanno bene, mentre si spende una percentuale enorme di denaro pubblico per conflitti che, dalla seconda guerra mondiale in poi, sono stati tutti fallimenti: Corea, Vietnam, Libano, varie volta Iraq, Afghanistan, Yemen, Siria… “non mandate più i marines… mandate… me!” suggerisce. E nelle due ore di questo documentario, il 61enne regista americano “invade” pacificamente vari Paesi, dimostrando con efficacia che lui, da solo, farebbe meglio dell’esercito. “Certo – premette – ogni Paese ha dei problemi: ma io raccolgo solo i fiori, non le erbacce.”

Il primo paese invaso è l’Italia: va alla Ducati e alla Lardini, due aziende prese come campione del nostrano “welfare”, termine quasi proibito in USA, “Sa troppo di comunismo”! Così scopre che l’Italia riesce ad avere uno dei livelli di produttività più alti al mondo benché i lavoratori dipendenti abbiamo 5 settimane all’anno di ferie pagate, mentre gli americani solo due, al massimo tre e niente congedo matrimoniale e di maternità, men che meno il tempo per la pausa pranzo a casa. Gli viene il sospetto che i lavoratori contenti lavorino di più e vivano più a lungo di quelli scontenti e così piazza una bandiera a stelle e strisce a casa dei suoi primi “invasi”. Eppure ricorda che il diritto alle ferie pagate fu rivendicato per la prima volta proprio dai sindacati americani.

Poi passa alla Francia e scopre che i ristoranti migliori sono le mense scolastiche, dove ai bambini è insegnato a mangiare cibi sani e locali e a evitare come satana roba tipo, per esempio, la Coca Cola… invenzione americana! È vero, sì, lo dice anche Depardieu che le tasse sono alte. Ma se si comparano con i costi indiretti che devono sostenere gli americani per godere di servizi che ai francesi fornisce lo Stato, allora la prospettiva cambia radicalmente. Altra bandiera in segno di invasione. Così si passa alla Finlandia, che ha le scuole con i rendimenti migliori al mondo pur avendo abolito o quasi i compiti a casa. Eppure è un’idea sviluppata da studiosi americani! Particolarmente toccante è l’inchiesta in Germania, nazione che ha saputo mettere in luce il suo passato nazista, riconoscere i crimini commessi e ammetterli pubblicamente, rendendo onore alle vittime. Il confronto con gli Stati Uniti è drammatico: “Siamo un Paese nato con un genocidio (dei nativi americani ndr.) e prosperato sul lavoro degli schiavi”. Ma di questo, gli americani non hanno mai fatto un’azione di presa di coscienza come i tedeschi.

Di Paese in Paese Moore passa in rassegna e coglie il meglio di vari altri luoghi: dal Portogallo, dove non si finisce in galera per consumo di droga e nella festa del primo maggio i lavoratori non lavorano. Guarda caso, la festa del primo maggio fu creata proprio negli Stati Uniti, nel lontano 1885. Poi passa in Norvegia, con carceri “aperte” e dove il padre di uno dei 100 ragazzini massacrati nel 2011 sull’isola di Utoya dichiara: “No, non vorrei uccidere quell’assassino: così mi metterei sul suo stesso piano”. Alla ricerca di rivendicazioni femminili Moore arriva inaspettatamente in Tunisia, che dal 2011 ha sancito nell’articolo 46 della Costituzione parità tra uomo e donna. Poi in Islanda, dove con meraviglia scopre che l’unica banca non coinvolta nella crisi del 2008 era guidata da una donna e che dove sono le donne a governare, il sistema funziona meglio. Ma non solo: anche qui, la lezione per arrivare a fare giustizia dei responsabili della crisi bancaria è stata appresa grazie a un esempio giunto dagli USA.

Grazie alle sue invasioni, il regista scopre dunque che quasi tutto di ciò che funziona nel resto del mondo avviene grazie a studi, ricerche e esperienze americane, che però in USA non vengono apprezzate e meno ancora applicate. Paradossalmente: “il sogno americano esiste per tutti tranne che per gli americani”.

Un attacco forte e deciso a un sistema che potrebbe essere il migliore al mondo e invece offre ai suoi cittadini troppe menzogne e corruzione, oltre a una assurda censura, che ha colpito proprio questo film e non per le cose che dice, che sono incontrovertibili perché vere, ma per particolari secondari. Di certo l’ironia, che non piace ai talebani della Motion Picture Association of America (MPAA), che ha assegnato al film un giudizio R, cioè “Restricted”, non permesso ai ragazzi sotto 16 anni senza un adulto. La motivazione? “Linguaggio, alcune immagini violente, uso di droga e breve nudità”. Occorre invece sostenere questo film, vederlo e farlo vedere, specialmente ai bambini. Soprattutto imparare e insegnare come a certi valori non si deve rinunciare. A nessun costo, mai.