Affollata all’inverosimile la Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian per ascoltare Paolo Baratta (Presidente della Biennale di Venezia) e Okwui Enwezor (direttore della Biennale Internazionale d’Arte di Venezia). Ambedue prefigurano la fisionomia della 56. Mostra Internazionale d’Arte di Venezia che si aprirà il 9 maggio con un mese di anticipo rispetto alle ultime edizioni. Con essa si celebra il 120 anno della prima Esposizione avvenuta il 1895.
Si estenderà nei 3000 mq. dei Giardini e negli 8400 mq. dell’Arsenale e con la presenza di aree esterne per 44 eventi collaterali. Ottantanove le presenze straniere. Anche quest’anno sarà presente la Santa Sede nella Sala d’Armi.
Il punto focale della Mostra nell’intenzioni dei progettisti è la disamina del fenomeno della creazione artistica nel contemporaneo.
Ricca dell’apporto di Bice Curiger (la luce come elemento vivificatore) e di Massimo Gioni (ricercatore delle utopie e ansie che spingono alla creazione artistica) questa Esposizione indaga sulle sensibilità, le energie vitali ed espressive degli artisti, i loro desideri, il loro “inner song” o i segreti della loro interiorità.
_ Si auspica un “Parlamento delle Forme” in cui 136 artisti ( 86 per la prima volta presenti)si interrogano e si ascoltano nella molteplicità delle loro esperienze e delle loro aspettative, vale a dire entrare in profondità delle loro microstoria per aprirsi alla macro storia umana.
Enwezor sottolinea l’importanza dell’ARENA, fulcro dell’avvenimento, posto nel Padiglione Centrale dei Giardini dedicato a una programmazione interdisciplinare dal vivo. Il cardine di questo programma sarà l’imponente lettura dei tre volume de Il Capitale di Karl Marx, pagine declamate da lettori e attori in una singolare liturgia laica con performance musicali (notevole sarà quella di Luigi Nono: “Un volto, e del mare / Non consumiamo Marx”. Si esploreranno, attraverso l’apporto di compositori musicali e creatori di saggi teatrali, le condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche, a partire dalla fine dl XIX secolo fino ai nostri giorni, basandosi su materiali d’archivio.
Si aggiungono piccole antologie africane di rassegna teatrale e filmografica tra cui The Invisible Borders Trans-African Project, una organizzazione fondata nel 2009 in Nigeria che riunisce artisti africani (fotografi, scrittori, cineasti) al fine di perlustrare il cambiamento sociale e della questione febbrile delle frontiere.
Esemplare l’evocazione da parte del Direttore dell’Angelus Novus di Klee fra la tempesta impigliata nelle sue ali che lo spinge irresistibilmente nel futuro (da qui l’indovinato logo dell’Esposizione All the World’s Futures), ignorando le rovine che si accumulano dietro le sue spalle. Nella simbologia dell’Angelo è racchiusa plasticamente la filosofia esistenziale del Curatore Enwezor che abbraccia il nevralgico palpitare della coscienza umana, proiettata nella fiduciosa creazione di un futuro meno distruttivo e rispettoso della dignità dell’uomo.
Si auspica che Enwezor al grande Marx affianchi i suggerimenti di altrettante grandi coscienze della spiritualità mondiale.






