“Fuocoammare” di Gianfranco Rosi

"The sea is not a road"

Berlinale 2016: Concorso
Dopo aver sdoganato ai massimi livelli il genere documentario con Sacro GRA, che ha vinto l’edizione 2013 della Mostra di Venezia, Gianfranco Rosi presenta una nuova complessa, sentita ed emozionante prova in un concorso internazionale.

È un piacere vedere come a rappresentare l’Italia in questa 66esima edizione della Berlinale non ci sia una ennesima prova minimalista di nuove promesse o un autore affermato e da osannare del cinema di fiction, bensì una delle scommesse (vinte) più interessanti del nostro cinema documentario. Come nel premiato Sacro GRA, Rosi imbastisce un dialogo a più voci fra vari personaggi, blandamente legati da intersezioni, luoghi e rapporti familiari, in moto perpetuo fra la derelitta ed eroica isoletta di Lampedusa e il mare che la fronteggia e circonda minaccioso.
Si potrebbe affermare (e si sbaglierebbe grossolanamente) che questo sia una sorta di instant-movie sulle tragedie del mare e sulla coraggiosa lotta dei lampedusani di fronte alla drammatica tragedia delle emigrazioni del Mediterraneo. Rosi invece, lo diciamo subito, riesce ad universalizzare e ad instaurare un rapporto sottile, sotterraneo (potremmo anzi dire: subacqueo) fra i “normali” abitanti della cittadina e i derelitti sbattuti fra le onde sulle carrette del mare a causa di guerre, povertà e disperazione esistenziale.

Rosi lavora sulle opposizioni non dichiarate, sui vettori sghembi e irregolari che uniscono e disuniscono i migranti e la peculiare popolazione periferica e anch’essa “abbandonata” del primo avamposto mediterraneo della “Fortezza-Europa”. Seguiamo dunque le vicende del simpatico mariuolo Samuele, dodicenne più interessato al dialogo con la natura che a quello con la maestra in classe, della sua famiglia e di altri isolani a lui riconducibili; ma con tagli di montaggio secchi e a volte espressionisti, Rosi rende “riconducibili” a Samuele anche altri isolani provvisori, quelli che su Lampedusa cercano di approdare sfuggendo da malattie, povertà e bombardamenti.

Se Samuele gioca, esplora, a volte “violenta” la natura incontaminata dell’isoletta (si veda le “torture” inflitte alle piante…), il mare e la Natura si prendono abbondantemente la rivincita, violentando il genere umano nel suo complesso. Il mare è padre e patrigno, come ben testimoniano le bellissime canzoni popolari mediate da un canale radiofonico locale: ti dà il pesce che ti permette di sopravvivere, ma ti rapisce con la sua boria ondosa, quando per sei mesi (si veda il pescatore costretto in gioventù a estenuanti navigazioni lunghe) quando per l’eternità (si vedano, strazianti, i corpi dei migranti).
_ I corpi dei migranti, appunto: Rosi ce li mostra nelle loro due modalità essenziali. Vivi o morti.

VIVI: sono volti boccheggianti di ragazzi e madri disidratate, ma anche bocche che si aprono in un canto liberatorio per ringraziare dio o chi per lui di essere ancora vivi (una delle scene più belle, memore dei canti degli schiavi del sud e del folclore popolare più ancestrale, ma anche delle rielaborazioni hip hop di un vissuto sempre emergenziale).

MORTI: chili di carne ammassati nelle stive puteolenti dove questi passeggeri di “terza classe” (quelli che non hanno abbastanza soldi per poter viaggiare all’aria aperta) hanno esalato l’ultimo respiro, fra miasmi di benzina corrotta e fetidume da galera schiavista. Alcuni si scandalizzeranno per la crudezza delle scelte di Rosi, che non fa sconti e mostra per dimostrare.

Dimostrare che quando si tratta di esseri umani i discorsi stanno a zero: o sono vivi o sono morti, e nel secondo caso è bene capire come la faccenda funziona esattamente: anche per questo il documentarista incappa forse nell’unico “passo falso”, quello di lasciar spiegare a un generoso ed emozionato dottore le pratiche mortuarie da espletare sui corpicini degli infanti che non ce l’hanno fatta. Non è un “faux pas” etico, come alcuni hanno lamentato; semmai strutturale/espositivo: Rosi non ha bisogno di chiacchiere e spiegazioni per colpire l’immaginario sornione dello spettatore occidentale, non aveva bisogno di delegare la parola al referto medico per sottolineare lo iato abissale esistente fra Samuele (bimbo i cui massimi problemi sono “un occhio pigro” e lo scarso rendimento scolastico) e un quattrenne eritreo qualsiasi, cui il medico deve recidere un pezzo d’orecchio per l’esame autoptico.

Non è un film per educande, certo, ma neanche questo dannato mondo lo è. La morte può essere rappresentata se non lo si fa (e Rosi NON LO FA) con fini estetici o autoreferenziali. Ma se Fuocoammare è narrazione di viaggi e di approdi, di lotte per la sopravvivenza, è naturale (ossia è nell’ambito delle regole e delle conseguenze della Natura) comprendere nella visione anche i vari possibili risultati di questi viaggi per il sopravvivere.
Come dice uno dei migranti intervistati: “Il mare non è una strada”, non vi si trovano comode stazioni di servizio e ai caselli a volte come pagamento si deve lasciare un figlio o una moglie. Il mare è fatto per le tempeste, per i baluginii dei fuochi di guerra sulla sua superficie increspata, non per comode traversate in abiti di cotone.
Fuoco a mare: il fuoco brucia l’acqua, la benzina brucia i corpi, che dunque questo film bruci i nostri occhi.

Titolo originale: Fuocoammare
Nazione: Italia, Francia
Anno: 2016
Genere: Documentario
Durata: 107′
Regia: Gianfranco Rosi

Cast: Samuele Puccillo, Mattias Cucina, Samuele Caruana, Pietro Bartolo, Giuseppe Fragapane, Maria Signorello, Francesco Paterna, Francesco Mannino, Maria Costa
Produzione: 21uno Film, Stemal Entertainment, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: Berlino 2016 – Competition
18 Febbraio 2016 (cinema)