Tra i titoli della sezione ”Special Screenings” della Festa del Cinema di Roma appare Knives: The Attempted Murder of Salman Rushdie.
Il documentario di Alex Gibney mette sul grande schermo il racconto del tentato omicidio subito da Salman Rushdie, non limitandosi esclusivamente all’esposizione dei fatti ma facendo emergere degli snodi rilevanti come il rapporto tra la religione e la libertà di espressione, la violenza ideologica e la fragilità umana. L’opera difatti si muove sul labile, e pericoloso confine, tra il diritto inalienabile di dire la propria e la sensibilità religiosa altrui. In questo contesto si inserisce la riflessione, sollevata nel film anche da figure come Yusuf Islam (Cat Stevens), su un presunto “abuso” della libertà artistica. Ci si chiede dunque fino a che punto si può raccontare, interpretare, criticare una religione senza ferire chi la pratica, e, al contrario: quanto è pericoloso permettere che la sensibilità religiosa limiti la libertà creativa?
L’incipit rinuncia a qualsiasi filtro o compiacimento estetico. Le riprese effettuate in ospedale dalla moglie dello scrittore, Rachel Eliza Griffiths, nei momenti immediatamente successivi all’aggressione, ancorano il documentario a una brutale verità fisica. La macchina da presa non distoglie lo sguardo dalle ferite aperte, dalle cuciture e dall’occhio devastato che verrà in seguito rimosso. Queste immagini stabiliscono il punto zero di una rinascita, parlano di un corpo ferito che viene trasformato, attraverso le parole di Rushdie, in materia narrativa e presa di coscienza.
Il racconto compie poi un notevole passo indietro agli anni bui della fatwa del 1989. Attraverso immagini e video di repertorio, la pellicola ripercorre l’isolamento psichico ed emotivo dello scrittore, costretto a cambiare dimora quasi ogni giorno, e l’esplosione di una rabbia globale. Le immagini di piazze invase, effigi bruciate e interviste a persone, compresi i bambini, che augurano la morte all’autore al seguito della pubblicazione de I versi satanici.
Uno degli snodi più intensi e concettuali del film è la figura dell’aggressore, a cui Rushdie rifiuta di dare un nome, riducendolo alla lettera polivalente “A.”. Vi è un forte paradosso in questa figura. A. infatti ha solo 24 anni, per cui non era ancora nato quando I versi satanici furono pubblicati, e non ha vissuto le mobilitazioni di quegli anni. Eppure, ha agito compiendo un gesto ereditato da un odio decennale.
La pellicola tocca il suo apice emotivo nel confronto immaginario, girato in bianco e nero, in cui lo scrittore e A. dialogano. È uno spazio mentale in cui Rushdie cerca le reali motivazioni dietro l’attacco, dandosi delle risposte che però non avranno mai un reale riscontro.
Gibney stratifica il racconto visivo: alle interviste e ai materiali d’archivio alterna animazioni costellate dalle citazioni letterarie di Rushdie e inserti prettamente cinefili. Questi frammenti di cinema funzionano come una finestra evasiva, un rifugio momentaneo dalla crudezza dell’attentato. Ciò che inoltre colpisce è la calma e il distacco che Salman riesce a mantenere nella propria narrazione. La sua voce pacata racconta i fatti quasi come fossero una finzione dei propri romanzi, se non per alcuni momenti in cui l’emotività e il dolore si fanno strada, sebbene ci si possa chiedere quanto sia realmente l’intento documentaristico e quanto invece la volontà di offrirsi al pubblico.
Nonostante il motore della storia sia l’attentato, Knife è un’opera che viene attraversata da un bagliore di luce. Ciò che realmente alimenta tutto, come affermato da Rushdie, è l’amore: la cura della moglie, il supporto degli amici e la vicinanza dei lettori diventano l’antidoto alla violenza. Gibney consegna così un documentario stratificato che si apre come la cronaca di una sopravvivenza e diviene un saggio sulla libertà artistica contemporanea e la testimonianza di un uomo che, di fronte alla morte, ha scelto la parola.




















