All the World’s Futures – Corderie dell’Arsenale

56. Esposizione Internazionale d’Arte

Il percorso della 56. Esposizione Internazionale d’Arte inizia ai Giardini della Biennale e prosegue negli ampi spazi dell’Arsenale, occupando la zona delle Corderie e parte delle Artiglierie. L’arsenale, “cuore” della Serenissima citato da Dante nella Comedia, è stato riconvertito in tempio dell’arte negli ultimi anni del XX secolo.

Okwui Enwezor, curatore di questa edizione della Biennale d’Arte, ha deciso di rimaneggiare completamente gli storici spazi stravolgendo la nostra precedente conoscenza del luogo. La normale ampiezza delle sale è ridotta grazie alla loro suddivisione (fortunatamente provvisoria) in piccole stanze contigue per permettere l’ospitalità di un centinaio di artisti. Il numero elevato di opere presenti produce un senso di straniamento nello spettatore che si trova immerso in una “giungla d’arte” apparentemente infinita. Spesso in ambito espositivo l’abbondanza non rappresenta una virtù, tuttavia “All the World’s Futures” riesce a ricostruire con efficacia la frammentarietà del nostro presente, individuando alcune problematiche centrali su cui riflettere e proponendo un legame tra arte e contemporaneità. Le tematiche affrontate dagli artisti sono quelle che apprendiamo tutti i giorni attraverso l’informazione dei media mondiali, rivitalizzate però da un’essenziale proposta di azione collettiva per un futuro migliore.

L’iniziazione all’esposizione avviene nell’antro buio della prima sala delle corderie dove cespugli di coltelli feriscono il terreno mentre nell’aria compaiono a intermittenza i messaggi di panico e vitalità di Nauman. Il ritorno alla luce è ancora una volta contenuto nel suono, riflesso dagli strumenti musicali inventati da Terry Adkins a cui fanno da contraltare le pesanti e cupe motoseghe di Monica Bonvicini. Il lavoro è tema ricorrente di questa esposizione, narrato attraverso i protagonisti (esseri umani e macchine), i meccanismi di produzione e le lotte per migliorarne le condizioni. Anche il conflitto è affrontato come elemento costante del nostro presente, diverse guerre nate per motivi economici, religiosi e politici sono presenti in forma di disegni, fotografie, sculture, video (Abu Bakarr Mansaray, Cao Fei, Harun Akomfrah, Nidhal Chamekh, Hiwa K, Pino Pascali…) che denunciano la violenza quotidiana. Non mancano riflessioni in merito alle differenze tra i generi, gli scontri razziali, episodi e personaggi storici (compreso un omaggio a Guy Debord e Gianfranco Sanguinetti). Fortunatamente da questo ritratto travagliato del mondo emergono momenti di positiva condivisione di pensieri e spazi: sogni di giovani studenti assorbiti dai banchi di scuola di tutto il pianeta (Oscar Murillo), scambi di diversi punti di vista (Lili Reynaud Dewar) e attimi di libertà espressiva.

Tra tutte le opere esposte si distinguono la video-performance di Theaster Gates, l’opera di Adrian Piper che con tre semplici dichiarazioni rivela l’ipocrisia della società contemporanea, i particolari bouquet di Tyron Simon, le questioni grafiche di Karo Akpokiere e le riprese di Chantal Akerman, la “mitologia personale” di Ricardo Brey e le mappe critiche di Tiffany Chung. A conclusione dell’esposizione le ultime visioni sono offerte dai molteplici ritratti di Kutlug Ataman e dai fragili uomini capovolti di Georg Baselitz.

In questa Esposizione d’Arte il visitatore è invitato a costruire il proprio percorso visivo e intellettuale (per chi si perde ci sono sempre I “fari” di Parreno a indicare una via). In questo caso dedichiamo volentieri qualche ora di attenta riflessione a un evento in grado di produrre un dibattito sull’attualità il cui filo conduttore è l’espressività artistica. Poiché l’arte non è fatta per ruotare su stessa, ma per entrare in contatto o anche in collisione con il mondo a cui appartiene.