Orizzonti Doc
La trama si snoda attraverso la vita di Lulu toccando in particolare gli anni della giovinezza, nel tentativo di descrivere il microcosmo delle sue origini, famiglia, amici, mondo interiore, cercando, se possibile, di vedere il mondo immaginato quando si era bambini.
Frammenti di memoria, frammenti di vita. Rivivere il passato per costruirsi un futuro, o forse riviverlo per cancellarlo e ripartire purificati. Tutto scorre e il vissuto non esiste che nel dopo; immersi negli eventi mentre accadono non se ne percepiscono che frazioni, frammenti. Occorre allargare la prospettiva, allontanarsi dall’accadimento per metterlo a fuoco e coglierne l’essenza, il significato vero.
Lulù è ancora giovane quando compie questa rivisitazione, si trova nel mezzo del cammino dantesco, non è quindi il rimpianto a spingerla a ricostruire con queste pedine sparse il puzzle intrigante della sua esistenza. E’ un viaggio freudiano di ricerca di una identità che le sfugge ma senza la quale non riesce a sentirsi compiuta. Alla ricerca di un proustiano tempo perduto da rivivere con tenerezza, autoindulgenza e nella speranza che ci sia ancora spazio per realizzare il suo vero essere.
I flash back aprono parentesi di riposante respiro, sprazzi di scenografie idilliache, verdi pascoli e ampi cieli si alternano nel bianco e nero di un passato remoto col vibrare dei colori dei tempi più ravvicinati. Amici e parenti riemergono come da buchi scavati nel terreno col trapano dei ricordi. Dice Lulù: ”Ricordare è come scavare, estrarre dal suolo la memoria sedimentata”. Il regista non si trattiene dal citare in modo vistoso ed esplicito il nulla, il vuoto, il deserto all’Antonioni, mentre nella scena successiva sarabande di danze, canti corali in girotondi felliniani trascinano vivi e morti evocati, trasudanti dalle pareti delle case dove hanno vissuto.
Un secolo muore, un nuovo millennio comincia all’insegna di magnifiche sorti progresssive, ricco di attese, ma denso per Lulù di incertezze esistenziali e gravato da assillanti problemi pratici. Neppure lo scavare fra i frammenti sparsi dei suoi ricordi sembra giovarle ma “Debout, debout, dans l’ère successive!” sembra alla fine ripetersi, con Verlaine, la smarrita Lulù, anche se appare difficile per lei riuscire a trarre da quelle tessere sparse, spesso indecifrabili, il codice di accesso alla nuova esistenza.
Edgard Reitz nasce nel 1932. Fonda insieme ad altri giovani cineasti l’”Institut fur Filmgestaltung”, la prima scuola di cinema della Repubblica Federale Tedesca. Nello stesso periodo nasce il suo primo lungometraggio L’insaziabile premiato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 19666 come migliore opera prima. Seguono documentari, altri lungometraggi, film sperimentali, iniziando nel 1984 la serie Heimat.
Regista- Edgar Reitz
Sceneggiatura – Edgar Reitz, Peter Steinbach, Thomas Brussig
Musica- Nikos Mamangakis
Interpreti – Main Cast, Nicola Schossler, Henry Arnold, Salomer Kammer
Produzione- Production Reitz&Reitz Medien
Paese- Germania
35 mm. Colore
durata 146’






