sabato, Agosto 15, 2026
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“Nabat” di Elcin Musaoglu

L'universalità del dolore

Venezia 71. Orizzonti
Nabat vive con il marito malato alla periferia di un villaggio, sperduto nell’immenso territorio dell’Unione Sovietica. Siamo nel 1991, prossimi alla definitiva dissoluzione dell’URSS e in pieno conflitto del Nagorno-Karabakh; il villaggio viene evacuato di fretta con l’avvicinarsi dei bombardamenti. Tutti scappano, tranne Nabat, nel frattempo rimasta vedova, che in quelle terre ha seppellito il figlio, e ora anche il marito. Oltre a lei, gli unici esseri viventi in quelle lande desolate sono la sua mucca e una lupa selvatica.

Descrivere Nabat in termini unicamente di trama è fare un torto a un film che, per potenza narrativa, trascende di gran lunga qualsiasi idea di “storia” in senso stretto. Assistiamo a un dramma universale angosciante e straziante, raccontato con tempi lunghi e inquadrature lente.
Nabat è l’ultima donna sulla terra, Nabat è la madre di tutte le madri: non lascerà alla guerra il compito di distruggere la tomba del figlio. Non lascerà le sue radici, tutto ciò che ha di più caro al mondo. E per andare dove, poi? È sola ormai, non c’è più nessuno da raggiungere, più nessuno da accudire.

Il film si compone per la maggior parte di lunghi momenti silenziosi: non c’è nessuno con cui parlare, come se la parola non fosse ancora stata inventata.
Nabat si aggira sperduta per le strade del villaggio, dove un tempo tutti la salutavano e ora deserte, quasi incapace di credere che il mondo che conosceva sia giunto alla fine. Le case sono state abbandonate talmente in fretta che in alcune la cena è ancora sul tavolo, lasciata a metà; nei cortili ci sono i panni stesi ad asciugare; su una scrivania una tazza con il cucchiaino dentro. Per giorni Nabat posiziona lanterne accese alle finestre delle case disabitate, quasi a volersi illudere che la vita non le abbia abbandonate. Seppellisce da sola il marito, e pianta la sua lapide accanto a quella del figlio: il fazzoletto di terra che copre i due corpi è tutto quello che rimane ad ancorarla alla vita.

Morte e abbandono aleggiano ovunque, e anche per questo sorprende e commuove l’incredibile forza spirituale di una donna che non cede al destino. La guerra è uno spettro in lontananza, ma non per questo meno presente per Nabat, che ha perso un figlio al fronte.
Il realismo con cui le scene sono narrate rimanda a uno stile documentaristico, campo d’azione abituale di Musaoglu che qui è al suo secondo lungometraggio di finzione. Ma le musiche, dolci e dolorose, contribuiscono a trasportare la vicenda al di là del mondo reale per iscriverla nell’universale, e Fatemeh Motamed Arya, con la sua incredibile interpretazione, porta sullo schermo una figura arcaica e immutabile, una divinità che esiste dall’alba dei tempi.

Titolo originale: Nabat
Nazione: Azerbaijan
Anno: 2014
Genere: Drammatico
Durata: 105’
Regia: Elcin Musaoglu
Cast: Fatemeh Motamed Arya, Vidadi Aliyev, Sabir Mamadov, Farhad Israfilov
Produzione: Azerbaijan Film