Venezia 71. Orizzonti
Nabat vive con il marito malato alla periferia di un villaggio, sperduto nell’immenso territorio dell’Unione Sovietica. Siamo nel 1991, prossimi alla definitiva dissoluzione dell’URSS e in pieno conflitto del Nagorno-Karabakh; il villaggio viene evacuato di fretta con l’avvicinarsi dei bombardamenti. Tutti scappano, tranne Nabat, nel frattempo rimasta vedova, che in quelle terre ha seppellito il figlio, e ora anche il marito. Oltre a lei, gli unici esseri viventi in quelle lande desolate sono la sua mucca e una lupa selvatica.
Descrivere Nabat in termini unicamente di trama è fare un torto a un film che, per potenza narrativa, trascende di gran lunga qualsiasi idea di “storia” in senso stretto. Assistiamo a un dramma universale angosciante e straziante, raccontato con tempi lunghi e inquadrature lente.
Nabat è l’ultima donna sulla terra, Nabat è la madre di tutte le madri: non lascerà alla guerra il compito di distruggere la tomba del figlio. Non lascerà le sue radici, tutto ciò che ha di più caro al mondo. E per andare dove, poi? È sola ormai, non c’è più nessuno da raggiungere, più nessuno da accudire.
Il film si compone per la maggior parte di lunghi momenti silenziosi: non c’è nessuno con cui parlare, come se la parola non fosse ancora stata inventata.
Nabat si aggira sperduta per le strade del villaggio, dove un tempo tutti la salutavano e ora deserte, quasi incapace di credere che il mondo che conosceva sia giunto alla fine. Le case sono state abbandonate talmente in fretta che in alcune la cena è ancora sul tavolo, lasciata a metà; nei cortili ci sono i panni stesi ad asciugare; su una scrivania una tazza con il cucchiaino dentro. Per giorni Nabat posiziona lanterne accese alle finestre delle case disabitate, quasi a volersi illudere che la vita non le abbia abbandonate. Seppellisce da sola il marito, e pianta la sua lapide accanto a quella del figlio: il fazzoletto di terra che copre i due corpi è tutto quello che rimane ad ancorarla alla vita.
Morte e abbandono aleggiano ovunque, e anche per questo sorprende e commuove l’incredibile forza spirituale di una donna che non cede al destino. La guerra è uno spettro in lontananza, ma non per questo meno presente per Nabat, che ha perso un figlio al fronte.
Il realismo con cui le scene sono narrate rimanda a uno stile documentaristico, campo d’azione abituale di Musaoglu che qui è al suo secondo lungometraggio di finzione. Ma le musiche, dolci e dolorose, contribuiscono a trasportare la vicenda al di là del mondo reale per iscriverla nell’universale, e Fatemeh Motamed Arya, con la sua incredibile interpretazione, porta sullo schermo una figura arcaica e immutabile, una divinità che esiste dall’alba dei tempi.
Titolo originale: Nabat
Nazione: Azerbaijan
Anno: 2014
Genere: Drammatico
Durata: 105’
Regia: Elcin Musaoglu
Cast: Fatemeh Motamed Arya, Vidadi Aliyev, Sabir Mamadov, Farhad Israfilov
Produzione: Azerbaijan Film






