Un sorriso bellissimo e disperato, quello della piccola Benni, che nei suoi nove anni ha già vissuto tutto il peggio di una vita: abusi, botte, terapie, sedazioni, terrore, autolesionismo, insulti, furti, fughe ma soprattutto abbandono. Eppure tutto ciò che vuole è qualcuno che la ami, cui ricambiare l’amore immenso che il suo piccolo cuore sa e vuole disperatamente dare. Tutto ciò che vuole è la sua mamma. Ma la sua mamma, invocata con lacrime e grida, è terrorizzata dalla responsabilità di quella figlia difficile, è una disperata a sua volta, con un compagno violento e dunque sola, con gli altri suoi due bimbi senza padre, talmente debole e vile da non aver il coraggio di dire alla sua bambina che non tornerà a riprenderla.

Così Bernadette, (detta Benni perché “quel nome mi fa schifo”), con il suo vocabolario troppo osceno per la sua età, scappa sistematicamente  da un centro di assistenza per finire in un altro e in un altro ancora, o perché ogni volta viene riacciuffata o perché non ha un luogo dove tornare. A volte si affeziona ai suoi educatori e assistenti sociali e farebbe di tutto pur di farsi adottare da loro. Ma ciò non è possibile. E se anche lo fosse, Benni non ha il senso della misura. Eppure è intelligentissima, sa essere delicata e dolce, sa prendersi cura dei piccoli, sa esser persino responsabile. Ma la sua ribellione, la sua rabbia feroce, contro gli adulti, contro il destino, contro tutto, alla fine, viene fuori sempre, con un esito che non può che esser atroce e terribile.

Non un documentario, ma un film serio e scrupoloso scritto e diretto dalla trentasettenne regista tedesca Nora Fingscheidt, realizzato sulla base delle sue esperienze dirette di educatrice e regista per progetti scolastici. Il suo obbiettivo era quello di mostrare quali trattamenti e cure vengono prestate dagli operatori sociali e dagli educatori, molto spesso con profonda dedizione, senza però arrivare mai a curare davvero la causa profonda del disagio. In questo caso la sindrome della bambina è detta “distruttiva del sistema”, ma nel titolo c’è anche il segno della volontà, conscia o inconscia che sia, di distruggere sistematicamente tutto ciò che viene offerto, perché non è ciò di cui si ha realmente bisogno.

Un applauso scrosciante alla piccola Helena Zengel, che offre di Benni una interpretazione straordinaria che ti si incolla al cuore e non ti lascia più. La sua espressività e la sua energia fanno di Benni un personaggio credibile e empatico. “Ho studiato molto bene il copione con la mia mamma – dice Helena – ma la cosa più difficile è stata piangere a comando”, dice la bambina in conferenza stampa: proprio come una vera, grande attrice.

In concorso alla Berlinale 2019, il film è stato meritatamente insignito dell’Orso d’Argento – Premio Alfred Bauer.