In un avamposto di frontiera affacciato sul deserto, un magistrato (Mark Rylance) coltiva la pace tra studi archeologici e riflessioni etnografiche. Ma la frontiera non è un luogo di quiete e se il nemico non c’è, bisogna crealo. Così si mantiene l’ordine, così nascono e prosperano gli imperi. Quando le truppe dell’esercito centrale arrivano alla guarnigione, i metodi sadici del colonnello Joll (Johnny Depp) bastano a piantare il seme dell’odio, ponendo le basi per trasformare le placide tribù nomadi del deserto nei tanto agognati barbari da distruggere.

Tratto dall’omonimo romanzo del Premio Nobel J. M. Coetzee, e sceneggiato dallo stesso autore, Aspettando i barbari si concentra sull’odio e la paura, autentici motori della Storia. Facile additare l’altro, temere l’ignoto, accusare lo sconosciuto piuttosto che guardare in se stessi. Contro tutto e tutti però, il magistrato professa l’amore per il prossimo, il rispetto della diversità e il valore della conoscenza. Due visioni diametralmente opposte che nel film dell’emergente regista colombiano Ciro Guerra polarizzano un tema che, per forza di cose, non può prescindere dalle sfumature, invece.

Non fosse per la compassionevole e dignitosissima interpretazione di Mark Rylance, Aspettando i barbari scivolerebbe facilmente nel limbo incerto delle occasioni (cinematografiche) perdute. L’attore Premio Oscar per Il Ponte delle spie restituisce complessità a una vicenda altrimenti risucchiata dal vuoto pneumatico creato dai gendarmi dell’odio, i monolitici – nei ruoli e nelle interpretazioni – Johnny Depp e Robert Pattinson.

È infatti il magistrato illuminato, che crede di poter lottare donchisciottescamente contro il sistema, a segnare ancora una volta la presa di coscienza dell’uomo e della sua natura, almeno per come si sviluppa in questa società. Convinto della sua tolleranza ed empatia, il protagonista finisce per capire troppo tardi di essere parte integrante del sistema, quando una ragazza “barbara” chiarisce che anche le sue tenerezze portano il vile marchio del colonialista.

Chi sono i veri barbari allora? La risposta è fin troppo semplice, un po’ come la struttura di un film che non riesce a guardare vino in fondo nella complessità delle cose, dove la pretesa di universalità annacqua la seppur chiara denuncia del clima d’odio contemporaneo.