Dopo la mini-serie/film P’tit Quinquin, con il/la quale Dumont aveva stupito e non poco, sfoderando una vena umoristica inaspettata, il regista francese ricalca le sue stesse orme con un’altra commedia nera, questa volta in costume.

Nord della Francia, inizio del ‘900. In prossimità di una baia paludosa arrivano i Van Peteghem, famiglia nobile – in vacanza estiva presso il loro aborto architettonico in stile egiziano-tolemaico – costituita da amanti del lusso, della frivolezza, della forma e fondamentalmente incestuosa (“perché tra industriali si usa così”) e sopra le righe. Dall’altro lato della baia invece c’è la casa dei Brufort, famiglia di umili traghettatori che cannibalizza i turisti pur di mettere un po’ di carne in tavola. Ad unire queste due famiglie un’indagine sulla scomparsa delle vittime dei Brufort e un’improbabile storia d’amore tra il loro figlio primogenito Ma Loute e l’androgino/a Billie Van Peteghem.

A rafforzare questa rigida bipartizione c’è la scelta degli attori: dalla parte “nobile” le star internazionali Fabrice Luchini, Juliette Binoche e Valeria Bruni Tedeschi e da quella dei Brufort solo attori non professionisti, come da tradizione dumontiana. Quello che li accomuna, o meglio, che accomuna tutti i personaggi del film, è l’essere grotteschi, fisicamente soprattutto.

Nemmeno la coppia di investigatori ne è esente: il grassissimo commissario Machin e la sua controparte e assistente Malfoy sono infatti uno più folle dell’altro. Billie ama farsi prendere in braccio da Ma Loute con la scusa di attraversare la baia, mentre questi ne è fortemente ossessionato (in una sorta di odi et amo) non riuscendo a capire se è attratto da una ragazza che si veste da maschio o viceversa. Per via della stramba relazione che i due imbastiscono, e la spola che Machin compie da una parte all’altra seguendo piste inesistenti di un’indagine senza capo né coda, le due famiglie saranno costrette a rapportarsi l’una con l’altra.

L’eco di P’tit Quinquin è quindi palese, sia per la struttura (l’indagine che fa da veicolo per raccontare la realtà umana) che per l’esplorazione della trasgressione (che qui è ambiguità sessuale, cannibalismo, etc.), senza dimenticarci ovviamente del ritorno al registro comico. Ma ciò che distingue Ma Loute dall’opera che lo precede è la svolta decisamente farsesca: tutti cadono, camminano in modo strano, soprattutto parlano in modo strano. Ma anche gli oggetti non fanno altro che cadere a terra finendo in mille pezzi, gli strumenti stonano, al punto che a tratti sembra di assistere a una comica in stile Stanlio e Ollio.

Lo stesso commissario Machin non fa altro che cadere, anche volontariamente (per osservare meglio le scene del crimine, per coprire una distanza più velocemente rotolando) e la sua obesità viene portata a un livello meta-grottesco quando, colto da nervosismo, finisce per balbettare, mangiandosi le parole. In generale i personaggi non fanno altro che ridere della parlata altrui: Aude van Peteghem (Juliette Binoche) deride il dialetto rozzo di Ma Loute e quest’ultimo si fa beffa delle frasi ampollose e forbite di lei.

Quindi, il film regala qualche risata (soprattutto nella prima parte), ma si finisce per ridere della carica sempre più assurda che acquistano i toni, più che delle singole gag, in modo da permettere al regista di concentrarsi sui già citati aspetti conturbanti. Non c’è inoltre, nonostante tutto, ironia sulle differenze delle classi sociali. Dumont si concentra sull’analisi che ciascun mondo fa dell’altro, e insiste non sulla loro incomunicabilità, bensì sulla loro sovrapposizione. Ma Loute e Billie hanno vissuto una piccola e straordinaria vacanza formativa, e arriveranno a separarsi senza troppi rimpianti perché di fatto ciascuno dei due ha capito che l’altro non è così diverso, illudendo conseguentemente la reciproca curiosità iniziale che li aveva fatti avvicinare.

In conclusione, in questo affresco umorista sul tabù, dunque, a brillare è il rapporto Ma Loute/Bille che si fa metonimico a livello familiare, ma la stranezza, la diversità dipende interamente dall’immagine, oltre che dalla folle sceneggiata/sceneggiatura del regista francese. Il digitale fornisce un aiuto prezioso, permettendo di allargare i campi e deformare i volti, così come, assieme alla fotografia, di creare sovrapposizioni di colore in grado di far perdere il fuoco della scena allo spettatore, creando una sensazione straniante ma piacevole.

Certo, Ma Loute è sicuramente figlio di P’tit Quinquin e in un certo senso ne perde la purezza, presentandosi come la sua versione più accomodante e accessibile, più meditata e meno emozionale del film che segue. Ma pur non facendo leva (anzi, forse deturpandolo) su quel disprezzo immediato e quello schifo onnipresente che Dumont ci aveva fatto respirare con l’arma dell’umorismo, Ma Loute si presenta come un altro strato aggiunto al percorso del cinema dumontiano.

In ogni caso è un passo avanti e la conferma di una (ulteriore) svolta radicale nel suo modo di fare cinema, e rappresenta una visione interessante forse più per chi vuole avvicinarsi al regista che per chi già lo ama, seppur non certo al livello dei recenti capolavori di Dumont come Hors Satan, Camille Claudel 1915 o il più volte citato P’tit Quinquin.

Titolo originale: Ma Loute
Nazione: Francia
Anno: 2016
Genere: Commedia, Grottesco
Durata: 122′
Regia: Bruno Dumont

Cast: Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi

Data di uscita: Cannes 2016