venerdì, Luglio 17, 2026
Home Lovers Film Festival 2018 “Malila: The Farewell Flower” di Anucha Boonyawatana

“Malila: The Farewell Flower” di Anucha Boonyawatana

Fiori dell'Est

È raro trovare film provenienti dalla lontana Thailandia e ancor più raro trovarne su un tema omosessuale. Onore della 33esima edizione di Lovers, il Festival torinese su temi LGBT, di aver saputo cogliere questo già pluripremiato fiore esotico che, ai nostri occhi di occidentali materialisti e pragmatici, appare complesso, pieno di mistero e di metafore di difficile o inquietante decifrabilità.

Pitch (Anuchyd Sapanphong) è un giovane creatore di “baisri” composizioni floreali tipiche che sottolineano gli eventi più solenni, opere d’arte destinate alla rapidissima caducità.

Pitch spiega al ritrovato amico d’infanzia Shane (Sukollawat Kanaros) che fa questo lavoro perché, dopo aver inutilmente tentato tutte le cure “occidentali” per curare il suo cancro, realizzare un baisri lo fa sentire meglio.

Shane, abbandonato dalla moglie e infelice per l’orrenda morte della sua bambina, stritolata da un cobra, ama riamato Pitch e per contribuire alla sua guarigione decide di farsi monaco finché costui non sarà nuovamente sano. O, se invece Pitch morirà, almeno potrà pregare per la sua anima.

Shane, ormai monaco, si accompagna con un collega più anziano ed esperto, un ex soldato che, nell’allucinazione della meditazione più profonda, rivede i fantasmi del suo passato da guerriero. Anche Shane nella meditazione vede rivivere il fantasma di Pitch, nel frattempo morto: segno che le sue preghiere hanno giovato allo spirito dell’amico.

Il racconto della semplice trama non rende tuttavia giustizia della simbologia racchiusa nel film e dell’atmosfera sempre sospesa tra senso di morte e timore della vita, di inquietudine, di angoscia, di dolore.

La stessa antica arte dei meravigliosi “baisri” è simbolo di quanto la bellezza sia importante nella vita ma di quanto a sua volta la vita sia fragile. Fragile e indifesa come questi fiori di gelsomino che vengono sezionati e poi letteralmente impalati su bastoncini con l’aggiunta di decori di foglie di banano cucite tra loro, per creare strutture complesse e sbalorditive, che possono essere ammirate al massimo per poche ore. Si tratta di una antica tradizione, che potrebbe essere allo stesso tempo interpretata come un rifiuto della semplice bellezza del fiore, troppo genuina e naturale: l’uomo deve imporsi sulla natura a tutti i costi, anche con la violenza, e piegarla alla sua volontà, modificarla, dominarla e determinarne il ciclo della vita così come della morte. Prassi che, se si vuole ben considerare, per lo più viene applicata anche tra essere umani da parte di chi detiene il potere nei confronti dei più deboli.

Analogamente la scena di un cadavere in putrefazione non è, come potrebbe sembrare, un’incursione impropria nel genere “zoombie”, bensì un preciso riferimento a una specifica disciplina meditativa.

Ambiente naturale selvaggio, sentore di non ancora pacificate condizioni politiche, superstizioni e sacrificio sono le sensazioni forti e dirette che, come spiega la giovane e sensibile regista “sono l’esito di una esperienza personale di vita nella foresta come monaco”, svolte da lei stessa nella parte della sua vita in cui era maschio.