Nella notte tra 28 e 29 ottobre è terminata The Deuce, terza stagione della terza creazione televisiva di David Simon dopo i notevoli The wire e Treme. Il terzo atto della serie, sulla falsariga di quelli dei prodotti di cui sopra, è quello più malinconico; si immerge in un atmosfera di declino da cui escono distrutti tutti i personaggi, presentandoci una stagione incentrata più sull’introspezione dei singoli, una sorta epilogo o che sembra essersi lasciato già l’importante alle spalle, come se la vera ultima stagione trovasse collocazione nello spazio vuoto lasciato tra seconda e terza serie.

Il plot

Prima stagioneSeconda stagione

Perché di spazio (e di tempo) ne è passato sotto i ponti: siamo nel 1984, sono passati ben sette anni dalla premiere di Red Hot e il mondo è cambiato ancora, l’unico fattore immutabile è Frankie Martino che rimane sempre il solitoamabile  fancazzista, mentre il fratello Vincent sta attraversando una situazione paradossale con Abby e per la prima volta in vita sua deve ammettere di essere infelice. Non meglio va a Lori e Eileen, ormai icone del passato e alla città di New York, sconvolta dalla piaga dell’AIDS, dall’ignoranza che accompagna la diffusione del virus e dall’incapacità politica di venire a patti socialmente e culturalmente con l’industria pornografica, vecchia e nuova, e il panico di una pandemia.

La serie

La conclusione di The Deuce era scritta, era già stata annunciata la formula in tre parti, ed era ovvio che il nucleo tematico che avrebbe retto l’ultima mandata di episodi sarebbe stato il virus dell”HIV, incarnazione di un declino che si fa sempre più evidente in tutte le sue forme. Il fantasma dell’onnipotenza svanisce, quell’aura da “american dream 2.0″ smette di aleggiare sopra la via più malfamata di New York e nessuno ora può più evitare di fare i conti con il fatto che tutto ciò un giorno finirà. La morte inizia ad aggirarsi per i vicoli della Deuce, vuoi per la misteriosa malattia che non solo fa sempre più vittime ma contribuisce ad aumentare la discriminazione verso gli omosessuali e minaccia di esibire la coscienza sporca dei benpensanti, vuoi perché la pornografia così com’era sette anni prima ha ceduto il passo ai videotape, più facili da vendere e più remunerativi. Siamo dalle parti di Boogie nights, insomma, e non è possibile non avvertire quella stessa sensazione di un microcosmo in marcescenza.

Queste ultime otto puntate sanno appunto di epilogo, hanno un ritmo ancora più lento e denso di melanconia, nonché una struttura ampiamente dissociata. Ognuno dei personaggi principali ha la propria storyline e interagisce con gli altri il minimo indispensabile, permettendo così alla serie di abbracciare una gamma di suggestioni più vasta. Simon e Pelecanos vanno a toccare, pur dedicandovi meno minutaggio, anche il rapporto complesso tra femminismo, attivismo anti-pornografia e destra parlamentare, o la nascita di una nuova criminalità (la mafia di John Gotti), la speculazione edilizia nel nome del progresso e l’iconografia di finanzia e finanzieri (i riferimenti a Wall Street di Stone non sono pochi). L’industria pornografica in grande stile è distrutta da quella da banco, le vecchie glorie come Lori finiscono sul lastrico e le persone come Harvey e Eileen devono venire e compromessi con speranze e aspirazioni; il primo si rifugia in un nichilismo spicciolo e decide di accettare supinamente tutto quello che verrà mentre la seconda, pur di non rinunciare alla sua indipendenza, sceglierà di ridiventare Candy, troncando una relazione perfetta e tornando a fare sesso per soldi come dodici anni prima.

The Deuce 3 ha dunque un respiro più intimo e appassionato, ma nello sparare i personaggi sempre più lontano (l’ambientazione coinvolge anche Los Angeles) e nel ramificare l’intreccio finisce per dare vita a una stagione eccessivamente dissociata e frammentaria, in cui alcune parti fanno fatica ad apparire compatte e allineate rispetto al resto, su tutte risaltano in negativo i meccanismi legati alla mafia e al loro coinvolgimento con la prostituzione (o il nuovo commercio di film amatoriali), che già scricchiolavano sul finire della stagione precedente. Le più frequenti incursioni nel mondo interiore dei personaggi spostano il focus su uno sguardo più personale che sociale, traballando in alcuni frangenti, specie negli episodi centrali, quando ci si allontana dalla firma stilistica di Simon, ovvero il trattare le varie anime che occupano il suo piccolo mondo come archetipi. Qui acquisiscono autonomia narrativa e si slegano dal romanzo giornalistico che abbiamo ammirato in The wire e Treme, rappresentando per certi versi una lieta novità ma anche facendo perdere l’orientamento allo spettatore, che si trova davanti a una materia che manca di amalgama in più di un’occasione. Bisogna aspettare, esattamente e metà della narrazione, l’unico e ben studiato colpo di scena con le ancor più sorprendenti conseguenze che originerà per vedere una ripresa e dare il via alla climax finale.

Dreaming

Il monito sulle note di Blondie che accompagna Vincent e non solo lui nella transizione da questa stagione all’epilogo vero e proprio – il quarto d’ora finale dell’ottavo episodio, è quello di continuare a sognare, di affrontare al vita con la spensieratezza che ha contraddistinto l’epoca nella quale è vissuto, cresciuto ed è diventato la persona che è. L’espediente conclusivo è retorico ma fa il suo, il crescendo finale dell’interpretazione di James Franco e sopratutto di Maggie Gyllenhaal si occupa del resto, facendoci dimenticare magari le sequenze più dispersive e sciape che hanno dovuto risolvere in maniera frettolosa alcune questioni lasciandone inevase delle altre. Avevamo detto che una vecchia televisione era tuttavia possibile e anche questo terzo capitolo di The Deuce non ci smentisce, la TV di qualità non dev’essere per forza vuota manipolazione e imitazione scalcinata del cinema che origina solo “film per pigri”, ma può farsi valere anche senza rimodellarsi da capo, facendo leva magari non tanto sulle idee di partenza ma sulla capacità di sviluppo tra organizzazione su più livelli e sapienza nella gestione narrativa. The Deuce è e rimarrà un prodotto validissimo, e, se vogliamo catalogarlo, molto più simile a Treme di quanto non appaia a prima vista.

RASSEGNA PANORAMICA
Voto alla stagione
Voto alla serie
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Alvise Mainardi
Studente di Scienze Filosofiche, appassionato di cinema (continentale in particolare). Collabora con NSC dal 2015.