Spetta alla Cina l’onore di aprire la serata inaugurale di questa 24esima edizione del Far East Film Festival di Udine, tornato finalmente in presenza a testimonianza di una quasi ritrovata normalità. Opera prima della regista e giornalista pechinese Hou Zuxin, globetrotter e autrice di già cinque corti, The Italian Recipe rappresenta inoltre la prima coproduzione Italia – RPC di un lungometraggio di finzione, per la quale hanno unito le proprie forze Orisa Produzioni, Dauphine Film e il fondo per l’audiovisivo della Regione Lazio, il tutto sotto l’occhio vigile di Rai Cinema. Peccato solo che il risultato finale lasci a desiderare praticamente sotto ogni profilo, in linea con la mediocrità imperante nei drama a tinte rosa provenienti dal mainland cinese.

L’astro nascente del pop Peng – Liu Xun, nuovo volto del cinema della Cina Popolare al suo terzo lungometraggio – è diretto a Roma per prendere parte a un reality con l’avvenente ma infantile celebrità Lisa – Fu Mei, anch’essa alle prese con uno dei suoi primi ruoli sul grande schermo –, nella speranza che una romance organizzata a tavolino possa rilanciare la carriera di entrambi. Dopo essersi prestato alle imbarazzanti richieste del proprio manager, Peng decide di darsi all’alcol e trascorre la prima notte nella Città Eterna vagando ubriaco per le strade, venendo soccorso dalla buona samaritana Mandy – Huang Yao, la giovane star di The Crossing (2018) di Bai Xue –, studentessa cinese trapiantata in Italia che, tra i mille lavoretti per arrotondare, ogni tanto si presta anche come autista presso l’albergo dove alloggia il pop idol. In men che non si dica, la notizia della scomparsa di Peng fa il giro del web, e strane voci iniziano a circolare circa il suo rapimento da parte di una misteriosa fan. Da qui in poi gli imprevisti non faranno che moltiplicarsi, portando Peng e Mandy ad avvicinarsi malgrado l’iniziale indifferenza.
A metà strada tra Vacanze romane (1953) di William Wyler e Crazy Rich Asians (2018) di Jon M. Chu, The Italian Recipe si presenta come una commedia degli equivoci che fa dell’esibizione degli stereotipi e del racconto del Bel Paese il suo punto di forza, accennando anche una timida critica al materialismo ed esibizionismo della società cinese contemporanea, in contrapposizione al supposto spiritualismo e frugalità di quella italiana. Certo, a fronte a queste premesse, non si può negare che la pellicola raggiunga il suo obiettivo, dal momento che davanti a una stazione di polizia intenta a guardare la finale di coppa piuttosto che a condurre un’indagine, o a un ragazzotto italiano ben piantato che si lascia prendere la mano e distrugge la torta nuziale per il suo stesso matrimonio, la risata è assicurata, soprattutto potendo contare su un pubblico che, nella Repubblica Popolare come in patria, è stato abituato a sorbirsi una dozzina di film comici di questo tenore ogni anno, talvolta facendo propria la convinzione – caldamente sostenuta dall’establishment – che questi costituiscano un’eccellenza dell’industria cinematografica nazionale.

Sotto questo profilo, non poteva esserci inizio migliore di The Italian Recipe per dare il la a una nuova era di collaborazioni tra Italia e Cina nell’ambito della settima arte, che si preannuncia tanto fruttuosa quanto inoffensiva e sotterraneamente reazionaria, in linea con la ben nota mentalità da fiction che, filtrando pericolosamente dal piccolo schermo al grande, si propone di rimandare lo spettatore a letto tranquillo, sintomo di un’industria “creativa” che sempre meno sembra meritare questo appellativo – e che proprio in Cina sta togliendo libertà di manovra a quegli autori fino a oggi in parte risparmiati dalle maglie censura, come testimoniato dalle avverse fortune dell’ultima opera di Zhang Yimou alla Berlinale.
Se non altro, a The Italian Recipe si può riconoscere il merito, in certa misura “didattico”, di aprire leggermente gli occhi allo spettatore italiano medio sulla realtà cinese contemporanea, demolendo di gag in gag la barriera di incomunicabilità che ancora in molti credono insormontabile. Ciò detto, a conti fatti si tratta senza dubbio di un prodotto a uso e consumo dell’audience cinese, con la consueta rappresentazione dell’Italia quale luogo di barbara bellezza e simpatica arretratezza: una sorta di invito post-pandemico ai turisti della RPC a prenotare in massa, non appena sarà possibile farlo.



















