Reduce dal successo della Settimana della Critica di Cannes, e presentato tra gli Special Screenings alla Festa del Cinema di Roma, Tin Castle si impone come un documentario di estrema sensibilità.
L’opera nasce dalla curiosità del regista franco-irlandese Alexander Murphy nei confronti dei Travellers, e della sua conseguente voglia di scardinare i pregiudizi che circondano proprio questa comunità nomade che abita tra l’Irlanda e il Regno Unito. Da qui scaturisce la sua volontà di portarci all’interno della famiglia O’ Reilly composta dai genitori Pa e Lisa e i loro dieci figli, cinque maschi e cinque femmine di età compresa tra i sedici e i quattro anni.
Non c’è una trama imposta, ma vi è un autentico squarcio di vita. La famiglia vive in un camper, da qui il titolo, isolati fisicamente dall’autostrada che li separa non solo dalla società, ma persino dagli altri Travellers. Il documentario, le cui riprese di sono svolte in circa cinque anni, attraversa tutte le stagioni, registrando una quotidianità a suo modo spensierata ma colma di problematiche. I bambini, infatti, godono di una notevole libertà, grazie alla posizione isolata possono giocare liberamente, correre ed urlare lontani da qualsiasi contestazione del vicinato. I Travellers inoltre vivono a stretto contatto con la natura, con la terra, allevando cavalli e levrieri da caccia per il loro sostentamento. Tuttavia, questa vita comporta anche varie complicanze. Il camper nel quale vivono ormai è consumato dal tempo, prendono anche in considerazione di trovare una casa, ma ciò non gli permetterebbe di tenere con sé i propri animali, e si scontrerebbe con la loro condizione esistenziale, ovvero, essere dei Travellers. I problemi si moltiplicano: la mancanza di elettricità, i sei mesi di carcere del padre e le varie difficoltà economiche che ne conseguono e che diventano anche fulcro di discussione dei più piccoli.
Il punto forte del film è sicuramente il lato emotivo che arriva allo spettatore grazie ai propri protagonisti. Lisa è la vera figura forte della famiglia, il pilastro che tiene insieme tutti i pezzi di questo microcosmo. Pat si presenta invece con una corazza dura, dietro la quale però si celano l’ansia e la depressione: non esprime la propria interiorità a parole ma traspare prepotentemente nel suo sguardo e nei suoi momenti di assenza. L’abilità del regista, infatti, è stata quella di rendersi parte della famiglia, osservare senza dare giudizio ma entrando in reale sintonia con la famiglia, e in particolar modo assumendo la prospettiva dei bambini.

Registicamente la scelta è stata quella di utilizzare una fotocamera che garantisse la minor invadenza possibile, lavorando senza l’ausilio di fonici (solo dopo il regista afferma che abbia avuto bisogno del supporto di Jean-Baptiste Plard), sia per via del desiderio di instaurare un vero rapporto con la famiglia O’Reilly, che per via delle limitazioni fisiche degli spazi abitativi. Murphy decide inoltre di far emergere con la sua regia i paesaggi Irlandesi così suggestivi, i quali erano stati sfondo anche della propria infanzia.
Ciò che ne risulta è una narrazione silente che non giudica ma non romanticizza la realtà dei Travellers, o più specificatamente la vita degli O’Reilly, ma che si sintonizza profondamente con questa realtà che ha deciso di narrare.




















