La vita di Jack (Adam Driver) e Babette (Greta Gerwig) scorre tranquilla e imperturbabile: quattro figli da matrimoni diversi, una villetta terra-cielo in un’anonima cittadina universitaria del Midwest e una complicità non incrinata dalla routine quotidiana. Il sogno americano a portata di mano, gli Anni ’80 a modellarne i contorni – a tinte pop – il nazionalismo reaganiano garante del suo ineluttabile compimento.

Ma sotto le ceneri dell’omologazione camuffata da libertà individuale, questa famiglia – o accade a tutte le famiglie? – ha già iniziato a sgretolarsi. Così, quando un incidente ferroviario sprigiona una nube tossica e Jack e Babette sono costretti a evacuare la contea insieme ai loro concittadini verso rifugi d’emergenza improvvisati, le trascurate tensioni familiari iniziano a venire allo scoperto, arrivando a mettere in discussione un intero stile di vita.

Dal romanzo cult di Don DeLillo, White Noise arriva sul grande e piccolo schermo (è prodotto da Netflix) grazie alla mano di Noah Baumbach, testimone per eccellenza della fragilità dell’istituzione familiare fin dal suo esordio dietro la macchina da presa, Il calamaro e la balena, fino ad arrivare all’ultimo, premiatissimo film Storia di un matrimonio.

Tra la satira e l’horror, tra il dramma coniugale e la commedia grottesca, White Noise cita stili, atmosfere e sguardi cinematografici degli esuberanti Anni ’80, faticando non poco a mantenere sotto controllo il complesso e ricchissimo materiale originale fornito da uno dei più amati esponenti della letteratura postmoderna americana. Alla difficile ricerca di una coerenza narrativa preconfezionata però, Baumbach preferisce concentrarsi sui sintomi sempre più evidenti – allora come oggi – di una società ostaggio del pensiero dominante, in perpetua ricerca di (falsi) idoli da seguire, persino nel mondo accademico, di vecchie convenzioni da rispettare, di finte libertà da ostentare.

WHITE NOISE – (L-R) Don Cheadle (Murray) and Adam Driver (Jack). Cr: Wilson Webb/NETFLIX © 2022

Critiche sottili ma pungenti, a rilascio prolungato, come le pastiglie “sperimentali” assunte da Babette, che emergono stratificandosi durante la visione del film e coinvolgono il modo in cui percepiamo le notizie, quello che ascoltiamo e quello che non ascoltiamo (cosa spicca dal costante rumore bianco e perché?), l’ossessione del controllo, persino della morte, l’effetto normalizzatore della dipendenza da consumismo.

Colorato e ipertrofico, divertente e a tratti inquietante, White Noise rappresenta la scommessa di Noah Baumbach – vinta solo in parte – di tradurre in immagini un romanzo a detta di molti impossibile da adattare per il cinema. Ma Adam Driver e Greta Gerwig funzionano perfettamente e incarnano bene tutto ciò che troppo spesso non vorremmo vedere di noi stessi.

Da non perdere i titoli di coda danzanti in cui un intero supermercato diventa, a ritmo di musica, metafora di un’umanità che trova pace solo nel conformismo.