Homo Faber – an Island of Light è un elogio al lavoro degli artigiani e in particolare alle loro mani, che plasmano instancabili piccoli capolavori. Questo concetto viene ben espresso nel video introduttivo della prima sala, forse un poco superfluo visto il contesto, ma che dovrebbe rappresentare il focus di questa edizione. Stupisce quindi notare che l’attenzione del pubblico viene catturata di sala in sala da un allestimento incredibilmente scenografico, piuttosto che concentrarsi sul meticoloso e lento processo di creazione.

Homo Faber 2026 – A Language of Hands

Del resto, Es Devlin, la direttrice artistica di Homo Faber 2026, è conosciuta per questo tipo di interventi: ha realizzato scenografie spettacolari per i concerti di Lady Gaga, Muse, The Weeknd, l’Half Time Show al Super Bowl del 2022, fino all’ultimo successo ottenuto con la libreria rotante presentata a Brera durante la Design Week di Milano. Una serie di elementi, che costituiscono questa meravigliosa cornice dell’evento nell’isola di San Giorgio, tornano spesso nel linguaggio della direttrice artistica: la luce, le superfici specchianti e le forme circolari.

Homo Faber 2026 – An Alphabet of Objects

La prima sala, dicevamo, ricrea lo spazio di un ampio laboratorio dove lavorano sarti, scultori, liutai, cartai… e immerge quindi il visitatore nell’antro dell’artigiano, in questo caso fin troppo ordinato. Quando termina il breve video di presentazione, nella medesima parete si apre una porta luminosa che invita il pubblico nella stanza successiva per conoscere i volti dei protagonisti: sospesi in uno spazio ordinato, gli iconici ritratti dei 500 artigiani partecipanti irradiano luce e serenità. Una luminosità in netta antitesi rispetto alle ombre della sala successiva.

Homo Faber 2026 – A Rooted Ascent

Ed è qui che si attiva il meccanismo fantastico: la terza sala è occupata da una macchina cinetica, una sorta di grande libreria circolare colma di manufatti che ruota lentamente su se stessa, al centro dello spazio un proiettore emana luce in tutte le direzioni. Il visitatore può entrare nel cerchio per osservare meglio gli straordinari oggetti disposti sugli scaffali, ma molti si fermano anche nella penombra ad ammirare il teatrino di ombre che viene proiettato sui muri, incantati da questa enorme lanterna magica.

Homo Faber 2026 – Senia Anak Jugi

Per proseguire, torniamo all’esterno, nel magnifico giardino dove ci aspettano altri padiglioni. L’effetto “wow” si ripete in continuazione lungo il percorso, soprattutto grazie al sapiente uso di specchi e superfici riflettenti: dalla ex piscina trasformata nel palco acqueo di una brillante ascensione lunare, che si sposa con i tradizionali moon jar coreani, alla cappella dedicata all’alta gioielleria (Cartier, Montblanc, Van Cleef & Arpels..), che richiama le bifore dei palazzi veneziani, ma vagamente anche le vetrine di lussuosi negozi in periodo natalizio.

Homo Faber 2026 – An Infinite Birdsong. Ph. J. B. Musick

L’attenzione torna a concentrarsi sulle opere nella dependance dedicata alle creazioni in legno e soprattutto nella sala che ospita gli artigiani a lavoro, tutti molto disponibili ad illustrare il loro processo creativo, così come le giovani guide a spiegare tecniche e materiali di quanto stiamo osservando. In questa edizione di Homo Faber vengono esposti molti vasi, contenitori e sculture di piccola o media dimensione, oggetti facilmente posizionabili all’interno delle abitazioni; si prediligono materiali quali ceramica, legno e vetro, per cui rispetto alle edizioni precedenti si sente la mancanza di tessuto e carta. Alcuni manufatti sono opere d’arte, altre curiosità da Wunderkammer, in ogni caso rappresentano ore di paziente lavoro, anni di sperimentazione e tentativi per raggiungere quella perfezione di forme e colori che ci affascinano.

Silenziosamente entriamo nel primo chiostro, dove ci accoglie un canto gregoriano; la melodia ci accompagna lungo il colonnato mentre nello spazio centrale un’enorme forma circolare ruota al di sopra di una vasca d’acqua. Il curioso oggetto metallico riflette la luce ed è stato pensato da Es Devlin per rappresentare l’artigianato e celebrare la bellezza con cui esso illumina il mondo. Intanto il canto prosegue anche all’interno, oltre le scale verso l’antico refettorio.

Homo Faber 2026 – A Luminous Ark

Incantati da una scalinata sormontata da luminosi e grandi volatili di carta, superiamo l’area workshop per immergerci in una sala rigorosamente bianca, caratteristica che accomuna i bizzarri oggetti disposti sul lungo tavolo e per cui forse è stata nascosta (sigh) la copia del dipinto di Veronese Le Nozze di Cana (opera comunque visibile oltre il muro bianco di separazione).
Pochi passi e il colore ritorna prorompente in una sorta di “sala dei giochi” dove bizzarre forme colorate in resina, vetro, smalto… sembrano scrutare a loro volta lo spettatore, o forse è semplicemente il pubblico che si riflette ancora una volta sugli specchi. In questa ultima sala il pavimento è coperto da un grande e colorato tappeto ispirato alla teoria dei colori di Goethe, realizzato da abili artigiani su disegni di Es Devlin. 

Infine, si torna nella pace dei chiostri, il secondo comunica con il primo grazie al ritorno dell’elemento circolare declinato in una ventina di pannelli, realizzati da atelier provenienti da tutto il mondo. Più ci avviciniamo alla conclusione dell’esposizione, più notiamo che lungo il percorso la presenza di Es Devlin diventa sempre più importante, tanto da farci pensare che il suo ruolo non sia solo di direttrice artistica, ma pure di onnipresente partecipante. Infatti, oltre al citato tappeto, suoi sono gli schizzi per la realizzazione degli uccelli di carta, dei pannelli in legno nel giardino, della maestosa struttura circolare che ha ispirato poi i pannelli bidimensionali, infine anche il lungo arazzo posto accanto al Labirinto di Borges è un’idea della direttrice.

Homo Faber 2026 – A Great Turning. Ph. Giovanna Fava

Tutti contributi interessanti, ma che insieme allo scenografico allestimento rischiano di sminuire l’importanza della molteplicità di voci di questo evento.
A fine percorso ci si ritrova esausti ma felici, resta un dubbio su quanto ci porteremo a casa: ricorderemo quel particolare vaso laccato verde o resterà nella memoria l’immagine del nostro sorriso specchiato in un vortice di colori?