giovedì, Ottobre 1, 2026
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Her Private Hell di Nicolas Winding Refn

A dieci anni da The Neon Demon e dopo un periodo dedicato alla serialità con Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy, Nicolas Winding Refn torna alla regia di un lungometraggio con Her Private Hell, al cinema dal 1° ottobre.

C’è una forza magnetica e provocatoria nel cinema di Refn, ci sono un linguaggio per immagini riconoscibile come pochi e scelte stilistiche che rendono pressoché impossibile non identificare sin da un solo frame un film del regista danese. In Her Private Hell, che ha per protagonista la Sophie Thatcher di Heretic e Companion nel ruolo di Elle, c’è tutto di quanto menzionato poco sopra, in un film che mescola i generi tra fantascienza e giallo e che già al suo debutto Fuori Concorso a Cannes è stato accolto in maniera piuttosto tiepida.

La storia – anche se è difficile parlare di una trama lineare – è quella di Elle, un’attrice impegnata in una produzione cinematografica intitolata Candy Floss che, arrivata al Tower Hotel ritrova la compagna del padre, Dominique (Havana Rose Liu) e incontra Hunter (Kristine Froseth), sua collega sul set. Mentre in parallelo seguiamo le vicende del Soldato K (Charles Melton) in uno straniante viaggio infernale alla ricerca della figlia, su tutto aleggia l’oscura presenza di Leather Man, una figura dai tratti demoniaci che uccide le donne con una violenza estrema. Il tutto è ambientato in una futuristica città perennemente avvolta dalla nebbia, dominata dai toni del violaceo e del blu – palette tipica nel cinema di Refn – e da un’estetica al neon altrettanto tipica.

Una fiaba oscura e simbolica intrisa di violenza, che riflette sul desiderio e sul rapporto padre/figlia che, però, al di là di un innegabile fascino visivo ed eleganza stilistica anche nelle scene più crude, appare senz’anima, artificiale, così come i dialoghi che si scambiano i protagonisti in sequenze che più che avere un’organicità e una coesione di fondo sembrano giustapposte.

Le atmosfere richiamano, quando non citano apertamente, il cinema di Dario Argento, quello di Brian De Palma, perfino quello di David Lynch. Il racconto per immagini è ipnotico ma alla lunga si finisce col perdersi più che lasciarsi catturare, perché all’impatto visivo non corrisponde quasi mai una sostanza narrativa. Ci si lascia trasportare, se si decide di stare alle regole del gioco, ma ci si stanca presto. A fare da filo conduttore – e qui sì in maniera organica e coerente – la colonna sonora di Pino Donaggio, storico collaboratore di Brian De Palma ma anche di Dario Argento, che firma un accompagnamento che riempie di pathos e aggiunge significato a immagini che sono sì affascinanti ma che oltre la contemplazione lasciano ben poco.