Citizen K è l’ultimo atteso e, come al solito, controverso documentario di Alex Gibney, presentato fuori concorso dalla 76esima Mostra del Cinema.

Non è certo la prima volta che il regista americano si trova a scavare nel torbido, ma in questo caso fa un passo oltre entrando in territorio nemico: la Russia di Putin. La figura pivotale alla quale inoltre è riferito il titolo è Mikhail Khodorkovsky, a sua tempo il più forte esponente della nuova classe degli “oligarchi” nata dopo la caduta dell’URSS e la fine del comunismo e ora pugnace oppositore del regime.

Dal “far west capitalism” dei primi anni ’90 alla stretta collaborazione con OpenRussia, Khodorkovsky si è sempre trovato al centro delle vicende politiche ed economiche del paese, e Gibney gli concede una lunga intervista che andrà a costituire la spina dorsale del film e lo usa come perno per provare a raccontare l’ascesa al potere di Vladimir Putin nella Russia post-crollo dell’Unione Sovietica e le condizioni che l’hanno permessa o incoraggiata.

Con una ricostruzione precisa degli anni ’90 Gibney racconta la crisi della Russia post-comunista: l’attività legislativa non riusciva a tenere il passo con l’evoluzione economica, l’ignoranza abbondava tra le persone che in vita avevano conosciuto solo un sistema politico e una super-classe oligarchica di uomini istruiti e di buon fiuto ha concentrato nel giro di pochi anni più della metà dell’intera economia russa in una decina di mani, divenendo a tutti gli effetti un soggetto economico e politico di enorme peso, prima entro i confini e poi anche all’estero (si vedano i Roman Abramovich etc.). Khodorkovsky era il primus inter pares tra questi e la mente dietro alcune delle più riuscite mosse strategiche finalizzate al consolidamento così del potere oligarchico, ora connaturato al sistema amministrativo.

Putin invece è il prodotto, il “figlio del secolo” per dirla alla Scurati, l’ambizioso arrivista che in pochi anni scala le gerarchie, viene a patti con gli oligarchi e diventa presidente, e poi dittatore sfruttando la fondamentale deficienza di cultura democratica nel paese. Il documentario gira attorno alla questione nazionale: è possibile una Russia democratica? È possibile una Russia senza Putin? E le due faccende si sovrappongono in larghissima parte.

Il nostro sviscera anche il rapporto personale trai due, passando dalla collaborazione al “vivi e lascia vivere”, dalle prime conflittualità all’incarcerazione organizzata artatamente dallo stato, dalla grazia “olimpica” alla “vendetta” politica di Khodorkovsky. La prima sezione del documentario, dedicata all’autopsia degli anni ’90 dell’est Europa è pregnante e incisiva, utilizza in larga parte found footage o interviste a inviati sul campo e ricostruisce storicamente un affresco quanto più globale possibile utilizzando le testimonianze di Khodorkovsky per avere un punto di vista inedito e interno alla questione, fattore determinante per un’analisi dettagliata della rapidissima evoluzione della Russia nella transizione da baluardo comunista a potenza capitalista dalle mire imperialistiche (qualcuno ha detto Medio Oriente?), derive autoritarie di violenza inaudita, ingerenze politiche di ogni genere.

Gibney discerne bene conseguenze, correlazioni ed effetti e mette tutto in relazione con la congiuntura geopolitica del tempo, cosa che però non gli riesce nella seconda parte del film, quella concentrata sulla presidenza-regno di Putin e il suo confronto a distanza con Khodorkovsky. Il linguaggio, cinematografico e non, subisce una repentina semplificazione: di un’indagine strutturale non si vede nemmeno l’ombra, anzi, si rimane nel territori dell’individualità (Putin da una parte, Khodorkovsky dall’altra) come se la storia la facessero i singoli, con il mondo intero relegato a comparsa. Gibney cade nel tranello di raccontare una colossale operazione di rafforzamento illecito del potere statale come fosse una faida personale, una lite in un dibattito televisivo.

Perciò l’interrogativo iniziale, quello che dava il via al documentario stesso, cioè la possibilità di una democrazia in Russia, viene evaso con leggerezza, facilitando la comprensione dello spettatore al punto da spostare il discorso da un piano storico a uno psicologico, come se si trattasse di una partita a scacchi, riducendo la figura di Putin alla sua parodia animata, neanche fosse l’innocuo villain di un fumetto o un film. La situazione è chiaramente più complicata (e certamente non appena l’Occidente avrà trovato il modo di levarselo di torno per sempre farà un grande passo in avanti) perché riguarda, appunto, stravolgimenti storici, crisi di sistema (che coinvolgono l’intera Europa occidentale, basta aprire la finestra per capirlo) di cui Putin è soltanto una parte – pericolosa, ma sempre parte -, la punta di un iceberg mastodontico che è figlio dell’incapacità organica di formare una base democratica in Russia; semplificare al questione fino a questo punto fa più che altro il gioco della propaganda putiniana, specie tentando di riabilitare fastidiosamente la figura di Khodorkovsky per ridurre ai minimi termini la complessità che questo mondo presenta. Infantile, purtroppo.