Familiar Touch tocca, con delicatezza, le corde della memoria, una memoria che si frantuma, che svanisce, a causa dell’età avanzata.
Ruth, la protagonista è una donna, di origine tedesca, che ha vissuto e lavorato a Brooklyn come cuoca per molti anni: ricorda minuziosamente le sue ricette, gli ingredienti che le compongono, i passaggi che portano dalla materia prima al risultato finale, ma la sua percezione della realtà è alterata.
Steve è il figlio di Ruth, anche se lei questo non lo ricorda, ed è costretto, per salvaguardare la madre, a mandarla a vivere presso una struttura per anziani.
Seguendo lentamente la donna nelle sue azioni quotidiane, ne conosciamo le emozioni, i pensieri e i ricordi di un passato lontano.
Ruth infatti ricorda vividamente solo fatti accaduti in un tempo remoto, persino quando era bambina.
Il film vanta una fotografia splendida, che alterna primi piani e dettagli a campi lunghi, quasi sempre negli ambienti interni della residenza dove alloggia la protagonista.
La luce, in particolare, grazie alla sua naturalezza rende l’opera estremamente plausibile e spinge lo spettatore ad immedesimarsi.
La verosimiglianza, tuttavia, va dissolvendosi nel finale, una conclusione aperta a cui purtroppo si arriva senza i necessari presupposti.
Grazie a quest’opera – e alla bravura dell’attrice protagonista Kathleen Chalfant – è possibile empatizzare con chi soffre di disturbi della memoria, condizione dolorosa e ardua da accettare, e con i familiari di queste persone, ma, nonostante ciò il finale tende ad annullare la tensione creata precedentemente.
Un aspetto apprezzabile è senza dubbio l’ironia, utilizzata nella giusta misura per alleggerire un tema molto serio e variare tempi narrativi piuttosto dilatati.












