Era da qualche anno che non assistevamo a un esordio tanto rumoroso. Lukas Dhont, esordiente classe ’91, ha vinto Camera d’Or e Queer Palm a Cannes 71 guadagnandosi subito la stima dell’ambiente della critica e s’è presentato al grande pubblico grazie alla prima scrematura per gli Oscar che gli ha dato la chance di rappresentare il Belgio nella sezione del miglior film straniero il prossimo 24 febbraio.

Il rumore è anche frutto dell’amplificazione generata dai nuovi media di settore capaci come al solito di trasformare una distinta opera prima in un capolavoro, scomodando paragoni illustri, come quello – delittuoso – con Xavier Dolan e il suo J’ai tué ma mère. Rimane comunque il fatto che, smaltito lo scarto tra il giudizio adeguato e quello che riscrive se stesso per compensare la reazione al responso generale, Girl è un signor debutto sulla scena del cinema internazionale. Lo è per il suo essere così intimamente emotivo, in un contesto semplice che dal punto di vista della scrittura non è altro che il canovaccio di un coming-of-age-movie qualsiasi al quale è stato aggiunto il fattore transgender. La ragazza che dà il titolo all’opera, la quindicenne Lara, è infatti un ragazzo, o meglio, è nata in corpo maschile che non sente suo. Mentre attraversa il calvario di cure ormonali per prepararsi all’operazione di ricostruzione chirurgica si impegna al massimo per realizzare il suo sogno, diventare un’étoile, forzando i tempi per colmare il gap con le compagne derivato dall’aver iniziato più tardi.

Tardi perché c’era ovviamente dell’incertezza, della paura nella Lara pre-adolescenziale, ma tutto ciò interessa poco Dhont, che non spende tempo a costruire un ambiente di discriminazione (forse anche perché in Belgio non c’è per forza il clima che porterebbe a questo risultato?) in quanto la formazione, il passaggio all’età adulta e la ricerca dell’identità sono di Lara e di Lara soltanto agli occhi del regista, quindi vanno trattati esclusivamente dal suo punto di vista. Traccia ambiziosa che rivela anche una certa presunzione, e che difatti rappresenta uno dei limiti del film (specie nella seconda parte), ma con la quale Dhont riesce a tenere la giusta distanza dalla protagonista. L’uso della soggettiva è parecchio insistito, in certe sequenza monopolizza la regia, assieme alla curiosa scelta di usare la messa a fuoco alternata per scandire le più pregnanti scene dialogiche del film, come a sottolineare sempre una focalizzazione sull’individualità, neanche ci fosse un muro trai personaggi in alcune occasioni. Non bisogna comunque sforzarsi per vedere muri e pareti, dato che praticamente tutte le scene del film sono degli interni (casa, scuola di danza, autobus, docce, etc.) il cui susseguirsi non fa altro che restituire una continua sensazione di claustrofobia per farci empatizzare con la Lara e quella che lei stessa sente come una prigione di carne.

Ma anche quando la mdp è di fronte la necessità di spostarsi per contestualizzare il mondo circostante lo fa sempre pedinando la ballerina, seguendo il suo viso e le minime variazioni espressive ma anche i piccoli gesti quotidiani, la dolorosa routine di unghie rotte e dita scorticate a cui si devono aggiungere le mille apprensioni per nascondere il vero sesso, trucco, nastro adesivo (il cui eccessivo uso poi scatenerà un’infezione genitale), e via dicendo, sempre in un 16:10 appena poco più largo del solito che si concentra su un volto e su un corpo soltanto. Chiaro che senza un Victor Polster – ovviamente ballerino, altrimenti addio sequenze di balletto così realistiche – che dà tutto se stesso/a per portare in superficie tutta la fisicità della situazione, bravissimo nel rendere familiari le sue sempre identiche sequenze gestuali e far emergere i disagio interno, intimo del suo personaggio. Perché è pur vero che Lara affronta l’altro in più di una situazione (il primo amore, le compagne di balletto nei bagni della palestra) ed esce turbata sempre dal confronto, ma sembra abbastanza inserita nel suo contesto da concentrarsi su se stessa prima di tutto, e tutto ciò Polster lo rende benissimo, recitando veramente con il corpo, e venendo conseguentemente premiato in Francia.

E Dhont fa del suo meglio per non scavallare e seguire la sua “stella”, subordinando tutto il resto dell’opera alla figura di Lara, rimanendo quindi coerente con la sua scelta fino alla fine, anche a costo, come si accennava poco fa, di perdere per strada lo sfondo a furia di insistere così tanto sull’individualità e di non riuscire a risultare brillante nell’ultimo terzo di film, quando con i turbamenti di Lara la mdp comincia a spostarsi non su di lei ma con lei, mettendone in mostra i sogni, gli oggetti del desiderio, seguendo non lei direttamente ma il suo sguardo questa volta. Scivolando verso le battute conclusive la pellicola perde dunque un po’ di sostanza, sbilanciandosi dopo più di un’ora in affascinante equilibrio in punta in piedi, orfana di materia prima, proprio nel momento in cui è Lara a iniziare il percorso di rinascita perché oltre a lei ormai non c’è nulla intorno. Girl è comunque un esordio più che riuscito, non troppo maturo, come la sua attrice principale, ma capace di raccontare con eleganza e senza cadere per nulla nella narrazione facilona un’adolescenza diversa.