Sesso, coltelli e videotape. Circa. Più che videotape quelli del film però sono autentici film porno, senza che essi traggano benefici in termini di qualità dal non essere mere operazioni amatoriali. La produttrice di tali capolavori è Anne (Vanessa Paradis), donna che sembra perennemente sul punto di svenire dalla fame o per lo stress che però ha trovato uno spazio abitabile nella rete di vicoli della Parigi di fine anni ’70, anche se ora è costretta a confrontarsi con le riprese di un film più complicato del solito e con lo strazio per l’amore perduto, Loïs, la sua montatrice. E se di mezzo ci si mette pure un folle serial killer che rintraccia, brutalizza e massacra gli attori protagonisti dei film di cui sopra…

Meno caciarone e trash di quanto non possa apparire ma al contempo più sontuosamente compiaciuto della reale necessità di esserlo, Un couteau dans le coeur è l’opera seconda di un regista che conferma implicazioni del suo modo di fare cinema da un lato e trova in una sorta di bizzarro divertissement il luogo per un discorso teorico di una certa levatura dall’altro. Yann Gonzalez aveva giù impattato sulla Croisette cinque anni or sono con Les rencontres d’après minuit e sul luogo del misfatto ritorna nel 2018 tutto baldanzoso ribadendo come l’elemento della sessualità sia uno dei cardini della sua vena autoriale. Dalla paradossale metafisica terrigna dell’orgia messa in scena nell’opera prima Gonzalez ritrova infatti il sesso sfrenato a la corporeità di fondo, ma l’apparato concettuale perde riferimenti trascendentali e si converge per formulare un discorso eminentemente teorico sul cinema, tracciando una serie di parallelismi tra atto sessuale e atto filmico.

Il mezzo utilizzato è quello della ripetizione. Il mezzo-cinema si fa ripetizione nel comparto narrativo e si erge a chiave interpretativa del film, evidente in particolar modo quando la figura del gioco inizia a prendere piede nella costruzione della pellicola come contraltare concettuale. Il filmare diviene divertimento egotistico nella sua natura più intima mentre s’accompagna a una scorza di reciprocità, tenendo ben coordinati soggetto e oggetto, filmante e filmato, ma pure avversario e avversario. Una trama che non si dipana, infatti, ma che ridonda senza sosta è l’esoscheletro su cui è imbastito Un couteau dans le coeur nel suo infinito gioco di scambi. Lo svolgimento del film perde importanza fin da subito, a Gonzalez interessa cogliere piuttosto la fraternità tra la mdp e il primordiale istinto sessuale, facendo così del cinema una forma d’arte naturale, voluttuosa e per questo così irrinunciabile.

Da qui la cifra della ripetizione, registica (per movimenti di macchina, scelte di posizionamento), sostanziale (con le varie mises-en-scène si ripetono, internamente e vicendevolmente, come in un rapporto tra moto di rotazione e di rivoluzione) dando vita a una sorta di penetrazione insistita – non a caso la pornografia in primo piano è sempre quella omosessuale maschile – che acquisisce senso solo nella replica meccanica e identica a sé stessa del medesimo gesto nel corso del tempo. Ecco il coltello che infilza il cuore: non è tanto un riferimento al rapporto fra Anne e Loïs – comunque omosessuale, a segnalare ulteriormente questa corrispondenza tra analoghi – ma va guardato piuttosto come a una figura in grado di unire l’idea della penetrazione con un sempreverde della narratologia cinematografica e non solo, ovverosia l’omicidio. Gonzalez cita quindi i maestri del genere, specie quelli che hanno fatto del cinema di variazione, del “fare sempre lo stesso film”, un loro tratto distintivo (De Palma, Argento in primis) e ne parodia i topoi, la luce al neon, l’amore per il barocco, il ritmo, l’ossessione per i contrasti fotografici, ancora una volta ripetendo, e solo dopo variando; allora lo stesso evento viene prima raccontato per immagini, poi riportato a parole da un altro personaggio, poi sognato (in negativo) da un secondo attore, e così riscritto da un terzo.

Una falsa trama thriller o noir viene decostruita per ospitare una riflessione di stampo astratto che si estende al lato visivo prima e tecnico immediatamente dopo. Gli omicidi del film fanno balenare nella mente dello spettatore Vestito per uccidere, con un regista burlone che si diverte a far combaciare i tagli del montaggio con quelli causati dall’arma dell’assassino – in questo senso è da sottolineare l’idea del dildo con lama retrattile, un colpo di genio raccapricciante. Ponendo l’accento sul montaggio come l’arma definitiva, il coltello di Loïs ferisce Anne e rende fruibile il film tagliando un cuore ingenuo, che il cinema lo può afferrare solo superficialmente, destinato quindi a sanguinare. Un montaggio, quello diegetico di Gonzalez, che più classico non si potrebbe, sempre attento a bilanciare citazionismo e accademia, giocoso come negli anni che più l’hanno rivoluzionato dal punto di vista teorico. Prende un po’ anche dall’underground omaggiando Bruce LaBruce e Mandico (che vanta pure un fugace cameo) ma soprattutto si articola per comunicare meta-cinematograficamente, specie nelle battute conclusive.

Un discorso nemmeno troppo complesso se si presta sufficiente attenzione, ma che sviluppato in questo senso non può non divertire (nel senso più alto del termine, in questo caso), pur nella consapevolezza di farsi eccessivamente ricercato. La ricercatezza fornisce linfa vitale alla messa in scena ma ne rappresenta per gli stessi motivi il punto debole, mettendoci di fronte a un film che abbiamo definito poche righe fa appunto come un divertissement, perché al di là della serietà con cui va affrontata l’edificazione teorica non è possibile nasconderne un cuore pulsante fatto di esagerazioni ludiche. Una sorta di macchina di Goldberg fatta pellicola, volendo andare fino in fondo; Un couteau dans le coeur si esaurisce in questa metafora, ma lo fa consapevolmente, abbracciando i propri difetti, ridendo della inevitabili storture. In quest’ottica è “ricercato”, cioè strizza l’occhio a un particolare tipo di pubblico tagliando fuori arbitrariamente un’abbondante fetta dello stesso, e ciò fa parte del gioco. Un film ruffiano con un finale ruffiano, ma in definitiva di grande possanza, una possanza da trovare nelle regole del gioco.

In ogni caso comunque poteva andare peggio, il killer poteva essere Vinnie Jones.