A circa un mese dalla cerimonia di apertura del 72esimo festival di Cannes arriva in sala in Italia il film che ha vinto il premio della giuria dell’edizione precedenteCafarnao, opera terza di Nadine Labaki, che abbandona il solco della tragicommedia per confezionare un dramma più classico, con una mdp ad altezza bambino che segue a ritroso il nostro protagonista dodicenne Zain nella sua catena di peripezie, fino a condurlo al punto in cui inizia il film, e cioè una surreale causa intentata da lui stesso contro i suoi genitori per averlo messo al mondo.

Non si tratta né di una puntata di Forum né di una perversione giuridica dell’insegnamento di Sileno, bensì di un espediente semiprovocatorio per dare il via a un racconto sull’infernale realtà libanese e in particolare sulla situazione degli ultimi, di quelle persone che vivono in povertà assoluta senza futuro o speranza. Zain, folle di rabbia con sua madre e suo padre che hanno appena venduto la sorella appena undicenne al padrone di casa, fugge e si scontra con un mondo ancora più duro di quanto non credesse, tra sfruttamento degli esuli, traffico di esseri umani e compravendita di bambini, incamminandosi in una via crucis in quattro tappe (vita famigliare, incontro con Rahil, accattonaggio e infine la prigione) che si conclude però con una sorta di catarsi che vede portare alla luce l’intera questione, concedendo la “vittoria” a Zain attraverso i media.

Cafarnao non può non riportare alla mente The millionaire, seppur con una narrazione meno episodica, perché alla base la materia è la stessa, perplime però che non sia frutto dello sguardo occidentale (che adesso si evolve in quello che viene definito “poverty porn“), ma abbia un’origine autoctona; perché che chi la respira, la vive, quella realtà, finisca poi per conformarsi, nel metterla in scena con lo stesso crisma edulcorato fatto di facili morali e happy ending, lascia sgomenti per forza. In Caramel, per dire, vi si trovava molta più maturità nonostante la minore serietà del registro. Eppure Labaki dimostra una certa consapevolezza nel ritagliarsi una piccola parte sullo schermo – quella dell’avvocato di Zain -, quando nelle due opere precedenti era al centro dell’azione: un paio di battute e una manciata di piani d’ascolto, che trovano senso in quell’espressione insicura verso la fine quando la madre del bambino la aggredisce verbalmente vomitandole in faccia il fatto che lei non è in grado di capire cosa significa vivere in quella maniera e dovrebbe perciò astenersi da qualsiasi giudizio.

Da parte della regista di tratta di una scena che richiede coraggio, sottolineando che travestirsi da difensori degli ultimissimi non significa essere come loro, capire quello che patiscono ogni giorno, implicitamente allargando poi il discorso all’opera stessa, che per quanto possa cercare di restituire la condizione di non-umanità in cui sopravvivono i personaggi non potrà mai esprimere con la stessa violenza la difficoltà della situazione. E nonostante questo sforzo di conciliazione da parte della sua autrice, Cafarnao non riesce a non sfociare nella retorica più dozzinale e patinata, tipica di quel cinema che più che cantare quella vita, anche limitandosi solo a offrirne uno spaccato, la esorcizza, autorizza a non pensarci più a patto di concentrare ogni riflessione in quelle due ore; dopo si può anche evitare, perché in fondo tutto finisce bene, quando i cattivi vengono arrestati, i bambini recuperati, la morte non si vede, e la televisione diventa un deus ex machina che redime tutto. Proprio durante la conclusione del film subentra la sensazione di assistere alla scena madre, con tanto di ralenti, musica roboante, squarci di illuminazione naturale ad abbagliare la mdp, di una brutta fiction in cui alla fine avviene la riconciliazione di tutto con tutti.

La televisione appunto, mostrando la faccia pornografica di quei programma spazzatura che tengono avvinti assonati spettatori con storie torbide e morbose, è l’eroina della giornata, salva e seda ogni questione. Come se il venire a conoscenza di una cosa comportasse automaticamente la sua risoluzione, come se il problema fosse l’ignoranza. Non stiamo rimproverando a Labaki il non fare nulla di concreto, ovviamente, nessuno è così ingenuo da ragionare così oramai, ma quello che in questa sede si ritiene insopportabile è pompare fino allo spasmo il messaggio (si fanno ancora i film con i messaggi? È proprio vero che forse stiamo regredendo) positivo, che di fatto cancella con il suo esito moraleggiante ogni tentativo di penetrare in quel mondo orribile attraverso le varie brutture che si sono succedute davanti alla macchina. E, daccapo, i genitori e gli Aspro sono cattivi perché di sì, mentre gli Zain e le Rahil stanno dalla parte del giusto. Non sono tutti quanti prodotti del medesimo sistema forse? L’inizio dell’inferno in terra è da biasimare ai primi mentre per i secondi è ritagliata la parte delle vittime? Ingenuo e facilone.

Qui siamo al non plus ultra di questa tipologia di retorica, quella che non riuscendo nemmeno più a distinguere tra causa ed effetto, inizia a riempirsi la bocca di naïvità a proposito dell’innocenza, scaricando la responsabilità sui bambini dietro una falsa esaltazione e un pessimismo esistenziale da pochi spicci. Non bastano due incursioni riuscite sul piano comico (al fine di potenziare il dramma per contrasto), la ricerca fruttuosa del naturalismo, i rimandi tra passato e presente che sottolineano come le vittime diventano inconsciamente carnefici e una regia quanto più possibile silenziosa e concentrata sui piccoli attori (da tenere d’occhio il giovanissimo Zain al-Rafeea),  per salvare Cafarnao. Le aspettative certo erano alte e il riconoscimento sulla Croisette, con la Palma a Shoplifters, non poteva che lanciare il film, che è difficile immaginare come sia stato preferito ad altre pellicole in concorso che abbiamo già trattato come Un couteau dans le cœur, Burning, En guerre.

Che Cannes, la cui ultimissima fase è stato segnato da qualche ingerenza “industrialeggiante” di troppo, stia facendo qualche passo indietro anche sul fronte dell’onestà intellettuale? Speriamo di no, anche se è impossibile scindere la mondanità dei grandi eventi festivalieri da questa altezzosità ipocrita, bisogna rendere atto di questo. In soldoni, Cafarnao non è un film riuscito, non è nemmeno un’opera su cui valga sprecare troppe parole, fa parte di un cinema che credevamo di aver lasciato fuori dalla porta ma che a quanto pare rientra dalla finestra, e che non va considerato più di troppo. Rimane solo dispiacere per Nadine Labaki che aveva mostrato molto più talento di quanto non ne emerga dal film questione, starà a lei smarcarsi da questo evidentissimo passo falso.