Intellettuale a tutto tondo, Lee Chang-dong s’è preso un considerevole lasso di tempo per chiudere il cerchio e ritornare dietro la macchina da presa, nel ruolo che più lo ha reso noto a livello internazionale. A otto anni da Poetry, il meno sottile trai suoi film ma non per questo di caratura inferiore, Burning riporta il regista coreano al centro della scena del cinema d’autore nell’Asia moderna con un balzo leggiadro – e quale piazza migliore di quella cannense per farlo?

Vale la pena ribadirlo in un’occasione ancora, Lee non è un turista disincantato che passeggiando salta dalla letteratura al cinema alla politica, è un uomo di cultura completo in grado di far valere in più territori il proprio estro, intellettuale o artistico. Nell’opera in questione queste due caratteristiche si fondono perfettamente, poiché nella disamina zigzagante che ci viene offerta il processo creativo, in particolare quello della scrittura, funge da scorza a protezione di una vera e propria indagine sul terreno della società civile coreana, un terreno che scotta sotto i piedi, che brucia. Brucia, come appare fin troppo ovvio già dalla proposta di questa chiave di lettura, i personaggi dall’interno. Jong-su, Hei-mi e Ben compongono il triangolo (non) amoroso protagonista del film. I primi due sono vecchi compagni di scuola che si ritrovano dopo anni e riallacciano i rapporti, ma solo per poco, perché lei parte per il viaggio dei sogni in Africa e al ritorno appare indissolubilmente legata appunto a Ben, un figuro poco trasparente incontrato per caso in aeroporto.

Si tratta di un triangolo che ha i suoi luoghi più interessanti non tanto nei vertici quanto negli spazi che intercorrono fra di essi e nell’intreccio di relazioni che ivi si stabiliscono. Lungo la struttura narrativa del racconto Barn burning di Murakami, Lee va a compiere un fine lavoro sulle contrapposizioni, sugli opposti reciproci, sdoppiando i suoi soggetti e ponendo ogni tema dinanzi a uno specchio, il tutto senza l’ombra di una costruzione a livelli. Essa è sì complessa ma non stratificata, e sullo schermo va in scena attraverso uno scope che ama i giochi di simmetria: dal triangolo essenziale il regista edifica sempre nel medesimo spazio un microcosmo che restituisce una precisa istantanea sociologica. Dall’uomo si passa agli uomini, persone differenti che incarnano classi differenti, e così alla donna e alla sua figura, e poi da una generazione all’altra, dal centro alla periferia, anche un po’ dalla Corea del Sud vera e propria a quella di confine, in uno scorcio di due mondi che si riflettono ma sembrano sospesi nell’attimo esatto prima di collidere.

Questa sorta di sospensione la sperimenta in primis Jong-su, sottoproletario innamorato di Faulkner con aspirazioni da romanziere che però si trova bloccato nel circuito del lavoro precario, ovvero in uno stallo che prima che socio-economico è culturale. La condizione che affligge il personaggio è un blocco dello scrittore elevatosi a presenza totalizzante, è cioè innanzitutto un’incapacità di comprendere lo spazio circostante. Non a caso gli spazi prendono corpo solo quando è lui in prima persona a occuparli, il resto è un continuo e lento bruciare – nell’accezione di consumarsi. L’intento di Burning riposa proprio nella figura più interessante del terzetto. Il raccontare la complessità con le immagini è un’azione che sembra impossibile data la vastità della realtà che deve essere abbracciata, ma che forse è più semplice di quanto non si creda. O meglio, questa è la suggestione che accarezza Lee, ma non è così ingenuo da rifugiarvisi. Sì, alla fine del film dobbiamo certamente rivalutare quanto visto a monte. La spiegazione è quella più semplice, la risposta la più immediata, il rasoio di Occam dimostra appieno la sua solidità, non avremmo dovuto ascoltare Hei-mi, pronta a ingannare con la sua pantomima. Bisogna riflettere più a lungo sul significato che si cela dietro lo iato che passa dall’immaginare che sia presente un’arancia che non c’è al dimenticare che quella stessa arancia non ci sia.

Lo spazio, l’immagine filmata è il corpo del racconto e viaggia di pari passo a Jong-su, quello che lui vive viene a essere assieme al luogo come condizione di possibilità. Burning è al contempo sia una summa di tutti i topoi riflessivi costituenti la narrazione di una storia, che un affresco piuttosto chiaro di un’altra storia, quella che ambisce a farsi scrivere con la S maiuscola; e verso la fine parallelamente alla ritrovata facilità di scrittura da parte del suo perno centrale il film ritrova i propri spazi, che questa volta eccome se si sovrappongono, si stratificano, collidono, facendo coincidere realtà e rappresentazione. Una realtà durissima, frammentata al punto che ogni crepa finisce per avere diramazioni autonome, accompagnata a una rappresentazione non meno aspra. L’espediente principe della vicenda è quella del gatto Boil, che Jong-su dovrebbe accudire mentre Hei-mi è in viaggio ma che forse non esiste nemmeno. Il riferimento al celeberrimo gatto di Schrödinger è lapalissiano, e ci proietta in una dimensione ambigua nella quale i personaggi e la terra sotto di loro al contempo esistono e non esistono, sono sia morti che vivi in senso più ampio, sempre impegnati a transitare dal regno delle astrazioni metaforiche all’anarchia della realtà.

E se i genitori appena abbozzati del protagonista sono perfetti esempi microscopici per ottenere una cifra della struttura del film, non si può non nominare il terzo incomodo Ben. Anzi, è già colpevole relegarlo in secondo piano, perché solo il fatto che porti nome anglofono e sia interpretato da Steven Yeun (conosciuto ai più come uno dei token di The walking dead) pone l’accento su come debba essere interpretata e collocata, questa bizzarra crasi tra Gatsby e Patrick Bateman. Bruciare serre (e non fienili, per esigenze di verosimiglianza), cioè il suo hobby a cadenza bimestrale, è e non è pura astrazione allegorica così come è e non è un codice per dire omicidio, consueto e fidato baluardo per gli sfoghi della noia post-borghese. Dopotutto il suo ruolo è quello di offrirsi, con il suo carattere ondivago, la sua pretesa di incomprensibilità, alla rigidità della logica umana, sacrificato/sacrificandosi sull’altare della risoluzione del mistero, come avviene nel romanzo giallo classico. Ma quello caduto nel pozzo che non sa vedere oltre la buccia dell’arancia è lo spettatore, mica qualcun altro.

Burning è un film semplice e complesso allo stesso tempo, ovverosia, in un parola, può farsi vanto di essere essenziale. In un minimalismo di fondo che non appare mai tale perché Lee sa concentrarsi sui suoi interpreti come pochi autori al mondo (in fondo era bastato Oasis per arrivarci) va in scena un racconto che fa del suo interrogarsi su se stesso – ancora una volta – lo spazio perfetto per una scomposizione letterale delle contraddizioni che dominano le megalopoli del primo mondo. Pochissimi sono gli specchi presenti e raro è l’uso del riflesso come tecnica registica, non v’è bisogno di cotanta esplicitazione in un’opera che pone al centro l’atto stesso della raffinazione, più frequente è invece l’insistere sui dislivelli e le conche, i vuoti e gli incastri di un ambiente che funge da quarto polo senza tuttavia essere secondo a nessuno dei personaggi per spessore. Raffinato, appunto, a dir poco, per come è capace di attingere all’immenso mondo dell’antinomia realtà/rappresentazione senza sfociare mai nel metacinema classico (sarebbe stato troppo semplice), per come delinea con delicatezza “l’essere troppo vicino per vedere”, l’ultima opera di Lee Chang-dong brucia: brucia perché consuma silenziosamente il mondo circostante e si concentra su quanto lascia, perché sul vuoto ma anche trai limiti che vi sono fra un luogo e l’altro, imbastisce un affascinante ritratto che miscela l’arte nell’accezione più nuda del termine con una forte presa di posizione culturale. La differenza tra ciò che Hei-mi chiama “little hunger” e “great hunger”, la danza liberatoria e sensibile intorno alla metà della pellicola, prima della svolta narrativa, ecco dove nasce ogni cosa.