Tra cannibali, pedofili e criminali internazionali Mads Mikkelsen deve ormai essere abituato ad interpretare personaggi decisamente lontani dal simpatico vicino della porta accanto. E l’attore danese ha fatto più che bene a seguire questo trend in materia di scelta di ruoli se il risultato è un performance come quella in Polar, il nuove thriller d’azione (che a dispetto del titolo è tutto tranne che un polar) firmato Netflix per la regia del re dei videoclip Jonas Åkerlund (disponibile sulla piattaforma dal 25 gennaio scorso) nel quale Mikkelsen interpreta l’espertissimo sicario Duncan Vizla. In questo crime movie fosforescente, a metà strada tra Joel Schumacher e Paul Verhoven, l’agguerritissimo protagonista si trova costretto a scappare dai colleghi della sua stessa agenzia di spietati killer (diretta dal clownesco signor Blut, interpretato da un viscido e bravissimo Matt Lucas) intenzionati a ucciderlo prima che possa raggiungere l’età della pensione, cosa che costerebbe milioni di dollari all’azienda.

Nella sua disperata fuga si imbatterà nella tenera Camille (Vanessa Hudgens), che col tempo si rivelerà essere una sua vecchia conoscenza. Tutte queste vicende, più una serie infinita di episodi al limite del grottesco che farebbero invidia alla più improbabile delle avventure di Wile E. Coyote e Beep Beep,  sono inserite in un universo che definire sopra le righe sarebbe poco, dove sesso violenza e soldi permeano ogni centimetro del set, dal trumpianissimo palazzo del signor Blut ai vari night club dove si aggira la killer libertina Vivian, passando persino per i dialoghi tra due innocue vecchine sugli attributi fisici di Gesù Cristo in uno sperduto drug store del Montana. E se questa eccentricità emerge negli aspetti marginali della pellicola, ha un ruolo persino più centrale nelle scene d’azione, con combattimenti che sfiorano il soprannaturale (soprattutto nel finale) e una creatività nelle morti dei vari personaggi che non ha nulla da invidiare a film come Machete.

L’esperienza di Åkerlund nel complesso mondo dei video musicali, che rispondo a regole completamente diverse da quelle dei film, gli permette di trasferire su un lungometraggio una serie di caratteristiche che solitamente appartengono a un altro universo dell’audiovisivo, dall’importanza data ai colori a quella data al ritmo (con una colonna sonora sapientemente gestita dal guru della musica elettronica Deadmau5), tutte prese in prestito da un mondo in cui l’esagerazione è all’ordine del giorno, con mini-film che devono comunicare il maggior numero di emozioni nel giro di al massimo 5 minuti, e distribuite al meglio in un film di due ore. L’unica pecca è forse proprio la scelta di distribuire un film del genere in esclusiva Netflix, sacrificando un tale mix di adrenalina nello schermo del pc o del cellulare e sottraendolo così all’esperienza della sala cinematografica che in questo caso, a differenza che in altri, sarebbe stata di grande aiuto per la pellicola.