Hassan è un vecchio idraulico libanese che vive in una cittadina che è rimasta quasi a secco, a causa di tubature e sistemi idrici ormai invecchiati e pieni di buchi. Un po’ come la vita degli stessi abitanti, costretti a tappare gli spazi di una vita senza grosse certezze economiche e agi esistenziali con l’aiuto di espedienti e una buona dose di arrabbiato fatalismo. All’insicurezza generale si aggiunge poi la morte sospetta di Reda, amico bengalese di Hassan, che potrebbe non essere stata casuale.

Karim Kassem (qui anche sceneggiatore e DOP) è un regista libanese con una già nutrita esperienza internazionale alle spalle: vissuto per diversi anni a New York, nel 2020 ha licenziato il suo primo lungo dal titolo Only the Winds, mentre il suo successivo Octopus, dedicato alla tremenda esplosione che qualche anno fa sconvolse Beirut, ha trionfato all’IDFA 2021. Con il presente Pipes arriva con il suo quinto lavoro sulla lunga distanza ad esordire al festival centro-europeo di Karlovy Vary, dimostrando anche a queste latitudini di saper imbastire un’opera magari “povera”, persino esteriormente semplice, ma ricca di spunti intriganti.

Il protagonista è un uomo che si trova più o meno alla fine del suo viaggio, ma le condizioni economiche del suo paese non gli permettono di godersi una meritata pensione: la gente della sua cittadina continua ad assillare Hassan ogni qual volta viene a mancare l’oro liquido che a varie latitudini è forse ancor più fondamentale, data la scarsità e le endemiche stagioni di siccità. L’acqua, elemento vivificante, rinfrescante fluido di sopravvivenza interrompe le proprie funzioni vitali quando nel paesino i tubi del titolo non adempiono più il proprio ruolo di collegamento; Hassan prende dunque il suo malconcio destriero, un’auto sgarrupata e scrostata che metà basterebbe e si dirige (non proprio in modo fulmineo…) verso i vari luoghi dove è richiesto il suo intervento. Inutile dire che, se non peggiora proprio il danno, il nostro eroe non riesce comunque a risolvere quasi nessuno dei compiti che gli vengono imposti. Il suo è un pigro vagabondare per le stradine semi-distrutte del luogo disseccato dove ha avuto la ventura di vivere, e la sua interazione con i concittadini è costituita da battute sarcastiche, lamentele prive di costrutto e riflessioni meditabonde sui grandi temi, fra vita che deve continuare (la speranza è che almeno la figlia sarà felice), morte che arriva quando meno la si aspetta, e “miracoli” che non avvengono mai. Inoltre a Hassan è appena morto un amico in circostanze sospette; poiché ognuno è emigrato di qualcun altro, anche il Libano, pur con tutte le sue zavorre politico-economiche, risulta approdo di lavoratori provenienti da paesi ancora maggiormente inguaiati: Reda, l’amico morto, e altra varia umanità provengono infatti dal Bangladesh, per il quale, sembrerebbe di capire, Beirut e dintorni offrono comunque un porto di salvezza, una percentuale di speranza in più.

Tutte queste riflessioni sono suggerite agli spettatori con soavità dialogante e grazie ad un’interessante interazione fra ambienti e personaggi imbastita da Kassem, che utilizza il suo modesto anti-eroe per avviare un corso mentale che porta lontano fino a problematiche che toccano l’ambito del simbolico e dell’universalità: non è un documento etnografico sul Medio Oriente questo Pipes, ma una lenta e ondeggiante passeggiata fra i temi dell’amicizia, dell’amore familiare e amicale, spruzzata di tocchi che vanno dal comico al grottesco: si veda l’umorismo macabro legato al viaggio con il morto, quando Hassn e un suo amico decidono di portare fino a Beirut la salma del bengalese deceduto, o la stravagante sovrapposizione di cariche e funzioni, per la quale l’unico benzinaio del luogo sembrerebbe quasi svolgere funzioni amministrative di sindaco, mentre la patina di mistero che cresce e gorgoglia gradualmente accanto al problema simbolico dell’acqua si infittisce quando iniziano a girare voci secondo cui alcuni ladri interessati ad oggetti preziosi (ce ne sono in quell’angolo sperduto di Libano?…) avrebbero ucciso Reda per derubarlo. Ne scaturisce una “quest” che gira a vuoto, un girotondo altalenante in auto, che potrebbe addirittura ricordare certi itinerari umanistici “alla Kiarostami”, dove un realismo linguistico e situazionale estremo si anima di voci sovrapposte, incroci casuali, idee balzane ma non del tutto peregrine, come quando Hassan decide di dedicare un piccolo film amatoriale all’amico Reda, da mandare alla madre di questi, o pensa addirittura di improvvisarsi detective…

E qui il film offre il suo quarto d’ora più spassoso, con una combriccola mal assortita di “cinematografari” che cerca (in un film nel film molto “do it yourself”) di riunire emotivamente la sparpagliata comunità cittadina sull’onda del ricordo del bengalese morto. Inutile dire che anche questa impresa non avrà grande successo. Chi è locale e chi è immigrato, chi è rimasto e chi spera di far fortuna nella capitale (come la figlia di Hassan in procinto di sposarsi), chi viaggia con i vivi e chi porta a spasso i morti, chi punta a decollare verso lidi più fruttuosi e chi scava senza costrutto nel terreno arido, tutti sono riuniti in una povertà di chances che non diventa mai piagnisteo melodrammatico, ma offre infine una sorta di claudicante inno alla compassione. In chiusura notiamo che il premio come miglior attore all’interprete di Hassan (Ghassan Saad) ci sta tutto, ed evidenzia le qualità di un volto scavato e di un corpo provato che pulsano comunque idee (per quanto stravaganti) ed impulsi vitali (per quanto inconcludenti come la ricerca dell’acqua).