Svizzera, giorni nostri. Niki è una giovane donna del cantone tedesco, madre single di due bambini che si barcamena come meglio può, tra più lavori, per garantire il sostentamento necessario a sé e ai figli, sempre sotto l’occhio vigile degli assistenti sociali. Una sera, mentre è impegnata come al solito come guardarobiera in una discoteca, nella sua cucina scoppia un incendio. I bambini le saranno tolti fino a nuovo ordine e dati in affido a una famiglia a molti chilometri di distanza. Niki deciderà così di andare a riprenderseli, cambiando anche identità allo scopo… 

I servizi sociali di paesi del Nord Europa rinomati, secondo una certa vulgata, per la loro efficienza, il loro rispetto della legalità e la loro tutela dei cittadini si possono rivelare, almeno stando ad alcuni esempi del cinema recente, sin troppo ligi e severi nell’adempiere alle loro funzioni. Basti pensare al vincitore dell’ultima Palma d’Oro a Cannes, Fjord (2026) di Cristian Mungiu, in cui una numerosa famiglia romeno-norvegese trapiantata in Scandinavia doveva fare i conti con un ente per la protezione dei minori con un’idea di educazione dei bambini molto diversa dalla loro. Mungiu, senza parteggiare palesemente né per la prima né per il secondo, lasciava allo spettatore la libertà di decidere chi adducesse le ragioni più convincenti, tenendo presenti le ambiguità dovute ai diversi background delle due parti in causa e alla sostanziale buona fede di entrambe. La protagonista di A Happy Family, primo film svizzero selezionato per il concorso principale di Karlovy Vary in 60 anni di storia del festival boemo, si scontra anch’essa con l’inflessibilità dei legali che la separano dai figli per tutta la durata delle indagini sul suo conto, ma nel suo caso c’è meno spazio per le sfumature interpretative o le differenze di mentalità. 

Niki, svizzera germanofona purosangue, non è certo una madre snaturata: se mai, è una donna come tante che si è ritrovata con due figli da crescere senza l’adeguato sostegno affettivo, morale e finanziario di un partner e in un paese, la Confederazione elvetica, dove gli standard di vita di alto livello non sono da tutti e i soldi necessari per condurre un’esistenza dignitosa sono tanti, troppi. Quello che si configura tradizionalmente, nell’immaginario collettivo, come l’idilliaco paradiso (fiscale) sulle Alpi, ha qui le fattezze dell’aspro Belgio dei fratelli Dardenne (il regista Jan-Eric Mack ha del resto dichiarato apertamente di aver voluto mostrare una povertà con cui la Svizzera non viene normalmente associata). Niki si muove trafelata in un ambiente urbano grigio e spesso ostile, col solo pensiero di rimanere a galla e con il sogno di fare il salto di qualità una volta terminata, nei ritagli di tempo, una formazione in marketing.  Al netto di ciò, il suo ‘tutto’ sono i figli Leonie e Jimmy, due bambini allegri e vivaci profondamente legati a una mamma che passa sempre con loro il tempo in cui non è al lavoro. Proprio perché non sopporta il fatto di esserne separata, Niki arriva a infrangere la legge, a inseguirli, e addirittura, quando il film sembra prendere una piega dal sapore noir, a tingersi i capelli e inventarsi un’identità come donna delle pulizie nella nuova scuola che frequentano vicino alla famiglia d’adozione, per arrivare all’extrema ratio di una sorta di ‘rapimento’ e di fuga tra le autostrade dell’Italia settentrionale che, con tutte le differenze del caso, può richiamare alla mente alcune sequenze di Ladro di bambini (1992) di Gianni Amelio.

Il film poggia interamente sulla sua protagonista, interpretata da un’ottima Anna Schinz (che è anche co-sceneggiatrice di A Happy Family nonché ideatrice del soggetto), non a caso premiata come miglior attrice al termine del Festival e notevole nell’incarnare una perenne altalena tra infantilismo e senso di responsabilità, vitalità e disperazione. Forse, la conclusione nell’aula di tribunale è un po’ troppo frettolosa con la sua ottimistica constatazione che le cose – non si sa bene come – si sono sistemate o comunque si sistemeranno, in modo che Niki possa davvero dare forma alla “famiglia felice” del titolo: gli autori di A Happy Family mantengono, evidentemente, una grande fiducia nei confronti di istituzioni elvetiche comunque ben funzionanti.