Nella città burmese di Yangon due giovani e piacenti ragazze provano a sbarcare il lunario all’interno di una situazione ben poco sicura: San Kyj e Theint devono fare i conti con alcuni stereotipi familiari e professionali, un inevitabile sfruttamento nel laboratorio tessile in cui lavorano e, in sottofondo, gli echi della guerra che sconvolge parte del paese. Le pressioni cui devono far fronte le avvicineranno in modo inaspettato.
Aung Phyoe è un giovane regista burmese, che con alcuni suoi cortometraggi è già passato in un festival importante come quello di Locarno. Con questo suo esordio nel lungometraggio sorprende molto positivamente chi, come chi scrive, non conosceva il suo stile maturo e semanticamente denso, e sovrasta di una testa e qualcosa di più i concorrenti della competizione principale di Karlovy Vary 2026, portandosi meritatamente a casa il Globo di Cristallo. Nell’incipit una esile ed elegante ragazza, San Kyj, arriva nella popolosa città di Yangon (la vecchia capitale della Birmania/Myanmar un tempo nota come Rangoon) per uno dei numerosi ed estenuanti colloqui di lavoro che coinvolgono la sua ed altre generazioni di un paese che, lo confessiamo, conosciamo poco, ma che è noto più che altro per motivi extra-artistici: la giunta militare, la guerra civile, la figura della controversa attivista Aung San Suu Kyi sono purtroppo le poche cose che noi conoscitori medi della politica internazionale sapremmo dire di quel lontano paese. Ancor più prezioso è dunque questo contributo artistico di altissimo livello, che riflette sulla contemporaneità in modo trasversale e circolare, avvicinando senza supponenza didascalica frontale ma con movimenti di successivo e sorprendente approfondimento il cuore, anzi i cuori (sociale, antropologico, affettivo) della questione.
All’interno di un film a fortissima trazione femminile, dove anzi i maschi o latitano, o si nascondono o hanno ruoli che vanno dal marginale al dannoso, San Kyj incontrerà le numerose colleghe di uno degli innumerevoli laboratori di sfruttamento più o meno legale della forza lavoro disseminati nella città, dove insieme alla più decisa e volitiva Theint dovrà districarsi fra paghe insufficienti, incertezze del futuro e carenze affettive.

Il lavoro è dunque il tema principale, quello che guida come un pungolo (associato ovviamente alla correlata questione del denaro) i movimenti e i desideri delle due donne e delle loro compagne: le loro famiglie sono incomplete o distanti o disfunzionali, così come lo è un paese diviso secondo diverse faglie. Da un lato le città brulicanti ed ingorde, dall’alto l’idillio dei villaggi e dei ricordi legati alla ubertosa campagna; da un lato le donne che fanno i miracoli per sostenere economia e nuclei familiari, dall’altro gli uomini che spesso devono nascondersi o emigrare per evitare di essere chiamati a partecipare alla lotta armata; ancora, da un lato un paese che risulta uno dei più poveri della regione, dall’altro la sfilza di stati che vengono citati come possibile via di fuga in cerca di sostegno economico più certo (Tailandia, Singapore, Malaysia fra gli altri). È una spinta centrifuga perenne quella cui i ricordi infantili, i labili sentimenti, i rapporti familiari instabili e le amicizie appena sbocciate o morte sul nascere devono far fronte, con silente ostinazione.
All’interno di una coproduzione con la Repubblica Ceca (forse uno dei motivi del fortunatissimo inserimento nel concorso) Phyoe cura anche una delicata sceneggiatura che si muove a pendolo fra andate e ritorni fra città e campagna, dichiarazioni e smentite, decisioni fatali e incertezze esistenziali, aiutato nella narrazione da una fotografia di spessore e personalità (curata da Thaiddhi) che privilegia i colori forti e caldi (ocra, rossi, blu intensi) per dare una patina quasi nostalgica, diremmo quasi da “film anni Sessanta restaurato” a delle immagini che trasmettono il rigoglio della natura, gli abiti tradizionali delle feste popolari, i volti delicati delle protagoniste, il tutto per immergerci in una sorta di liquido amniotico che all’inizio ti culla, poi ti affascina e stordisce (quasi affoga piacevolmente) con inaspettati lampi di bellezza. Non mancano meravigliosi sprazzi di etnografia, presentata con accorato piglio documentario: feste popolari, danze misteriose, in particolare una scena meravigliosa di ballo solitario nel mezzo di un campo sconfinato da parte di San Kyj, ci ricordano forse certo cinema africano legato a ritmi ancestrali piuttosto che i maestri del sud-est asiatico.

Fatica, sfruttamento, incertezza sentimentale, guerra in sottofondo, la spinosa questione dei prestiti di denaro e dei ricatti emotivi da essi conseguenti, il composito nucleo tematico si srotola senza fretta e scossoni, in forza di una narrazione sotterranea e sognante come il rapporto che si sviluppa fra le due ragazze. Una simbologia semplice ed efficace accompagna i loro progressivi e alternati avvicinamenti e distanziamenti, in una vita strisciante e “scoperta” come alcune lumache senza guscio che vediamo muoversi sullo schermo: uomini e animali sono senza casa, e il ritorno alla culla primordiale dei villaggi natali è uno dei desiderata idilliaci che sembrano realizzabili solo con l’aiuto di un destino mai troppo amico.

Attraverso una regia ricca di sorprese visive e mai automatica e scontata (riflessi e sdoppiamenti attraverso specchi e superfici del telefono, ombre metonimiche proiettate sull’acqua, sorrisi restituiti e imbarazzati fra le due giovani donne) siamo guidati dentro una geometria di sguardi casuali, sorrisi corrisposti, inquadrature simmetriche che avvicinano le due ragazze fino a che la loro complicità diventa interesse amoroso, fino al bacio, fino agli abbracci…Sono questi i frutti dolce-amari di una condizione vitale sradicata, in continuo movimento, dove in fondo le ragazze dovranno sottostare alle leggi della società patriarcale e potranno rivedersi solo a distanza e fuggevolmente nel finale, salutandosi forse per sempre con un tacito sorriso che, grazie alla sapienza del giovane autore, racchiude in modo ellittico, silenzioso e lancinante dolori costanti e momentanee gioie soffocate.
Una parabola sotterranea sull’amore lesbico, composta da un regista mai invasivamente maschile, una spirale lirica sull’impossibilità dell’amore, sull’inafferrabilità della felicità, sull’illusione della pace e della ricchezza, la visione più coinvolgente e sottopelle di questa edizione del festival ceco.





















