Facile di questi tempi

Intervista a Marcello Murru

“Arbatax è solo un piccolo puntino sulla cartina geografica, ma in quella x finale che sembra una croce rovesciata dal vento, si cela il segreto dei naviganti, il grande mistero, che è poi, in qualche modo, il mistero della vita stessa.”

Marcello Murru è uno dei più raffinati ed eleganti cantautori della scena musicale italiana, sardo di nascita e romano d’adozione. I paragoni sono inutilii, l’unico modo per capirne la grandezza è ascoltarlo dal vivo – nelle poche serate che si concede – per apprezzarne l’inesauribile vena autoriale e le suggestioni che regala attraverso la sua musica.

Due anni fa l’ultimo lavoro – La mia vita galleggia su un petalo di giglio, citazione presa in prestito dall’amato Tom Waits – e un concerto di presentazione all’Auditorium di Roma che fu un successo di pubblico e critica. Poi una lunga malattia a tenerlo lontano dalle scene e dal suo pubblico. Non ama farsi pubblicità, preferisce lasciar parlare le sue canzoni: “alle domande che mi pongono non so mai cosa rispondere, a volte è così assurdo parlare di se stessi”. Ma a volte raccontare serve a lasciare traccia, a dare voce al proprio vissuto. Lontanissimo da quello che traspare pubblicamente, la personalità di Murru è tutt’altro che cupa o introversa: “qualche giornalista mi ha persino definito snob”, confessa. L’ironia, che non lo ha abbandonato neanche nei momenti di sconforto dovuti alla malattia, è il suo modo di raccontarsi. Lo abbiamo incontrato nella sua casa di Testaccio, dove non mancano gli amati libri – da Philip Roth a David Foster Wallace – per farci raccontare il suo rapporto con la musica e con la scrittura.

Partirei col parlare del suo ultimo lavoro, pubblicato nel settembre del 2010. Un cd straordinario che non ha avuto proprio un’esistenza facile…

M.M. Tutti i miei album hanno avuto delle storie travagliate, La mia vita galleggia su un petalo di giglio in modo particolare. E’ un album che ho scritto in un momento molto difficile della mia vita, perché era da poco scomparsa mia madre. E’ un album che si è scritto da solo, e i primi versi ad uscire sono stati quelli di una canzone a cui tengo molto: Facile di questi tempi. Quando vivi un momento così delicato, ci metti dentro tutto. In fondo, anche la mia vita sentimentale non andava da un po’ per il verso giusto. Ero sprofondato in una sorta di depressione che cercavo di arginare, per tentare di superare la quale mi sono immerso nella scrittura di questo lavoro. Ma quando ho voglia di sorridere un po’, mentre lo riascolto, dico a me stesso che questo disco, in fondo, altro non è che una grande bugia sull’amore.

Ciò che è sorprendente nei suoi testi è la forza, l’energia che riescono a sprigionare. Benché a volte le sue canzoni appaiano disperate, più che salvifiche…

M.M. Alla fine delle registrazioni mi sono reso conto di non essere riuscito neanche questa volta a scrivere qualche cosa di divertente, perché molto tempo prima mi dicevo, guardando ai lavori precedenti, che peccavo di troppa malinconia. Stavolta volevo scrivere qualcosa di diverso, anche perché malgrado venga descritto come una persona riservata e cupa – creando una sorta di fraintendimento nei miei confronti – penso di essere un uomo molto divertente con gli amici e con la mia famiglia. In definitiva direi che il mio lato più solare, evidentemente, è molto difficile da tradurre nelle parole di una canzone.

Un cd, un concerto bellissimo in uno dei palcoscenici più ambiti di Italia. E poi?

M.M. Dopo l’uscita del cd e la successiva presentazione, mi sono ammalato gravemente e a quel punto ho dovuto interrempore tutto. Ma è anche vero, in effetti, che non sono molto abile a proporre e promuovere le cose che faccio. Una volta pubblicate, credo sempre che le canzoni non ci appartengano più. E appartengano invece a chi le ascolta. Il pubblico in qualche modo è coautore di quello che gli artisti scrivono. Noi siamo solo dei suggeritori di emozioni. Ora è passato più di un anno, sto meglio, anche se la paura è la mia più cara amica, perché la mia vita negli ultimi sedici anni è stata molto travagliata, ragione ulteriore che mi ha allontanato dal palco. Voglio dirlo perché non sono avverso alle pubbliche esibizioni, ma è pur vero che con la mia musica, in italia, non trovo molto spazio. O forse non sono stato bravo io a farmi strada.

Lei è stato lanciato da Lilli Greco, uno dei più grandi produttori discografici italiani, quello che per intenderci ha convinto Paolo Conte a cantare da sé le proprie canzoni, Francesco De Gregori e Antonello Venditti. La sua musica è carica di influenze linguistiche e sonore, le sue collaborazioni non si contano più…

M.M. La parola collaborazione non mi piace moltissimo. Preferisco parlare di gioco di squadra, anche se la cosa può rendermi antipatico. Ma ciò che ci tengo a dire – perché non è che viva in totale solitudine – è che mi piace stare con i miei amici musicisti: con Fabrizio Gatti, col quale ho scritto quasi tutto, c’è una sintonia perfetta, a volte fatta anche di lunghi periodi di silenzio. Poi Alessandro Gwis, che ogni volta che poggia le dita sul pianoforte, mi porta da qualche altra parte, aiutandomi ad arginare i miei fantasmi. Ma anche Riccardo Manzi e Marco Sabiu.

Qual è il suo rapporto con la scrittura?

M.M. Da qualche tempo ho iniziato nuovamente a scrivere senza sosta, ma non chiedetemi cosa perché ancora non lo so. Di solito scrivo in totale ed estrema solitudine, scrivo all’alba, al mio risveglio e non so neanche io perché. Non faccio altro che rubare un po’, spiando gli sguardi degli altri, spiando nei passi di questa città dove vivo. Anche nelle storie più disparate che ascolto, che vedo, vado un po’ a deporre i miei perdoni, forse per perdonare me stesso di tante mancanze. Nelle disperazioni degli altri, trovo consolazione alle mie.

Lei è un cantastorie, uno di quelli che ama immergersi nelle storie che racconta, storie di margine e di sofferenza, di solitudine e povertà, spesso d’amore…

M.M. Nei gruppi sociali più disparati vedo organi malati che vanno curati. Mi piace farne parte, ma non per curiosità o per voyeurismo, mi ci immergo con tutto me stesso. Tutto questo mi riporta al mio passato, a mio padre che lavorava al porto di Arbatax, a mia madre che vendeva il latte, alle grande difficoltà in cui loro vivevano e ai sacrifici per far studiare me e mio fratello. Mi infilo nei passi degli altri, come dicevo, perché in qualche modo ritrovo i miei. I primi passi a Milano quando mi iscrissi all’Università, subito dopo a Roma, quando in quegli anni ‘70 essere sardi veniva guardato ancora con un po’ di sospetto. In un momento come questo in cui ci si aspettava che tutto cambiasse, non è cambiato proprio niente. Assisto con disagio a una situazione politica imbarazzante, addirittura a fonti di razzismo ancora sulla bocca, e mi chiedo questo paese cosa sia diventato. Non voglio dire che tutti i politici siano uguali, ma la volgarità a cui ci hanno abituato non ha fatto bene a questa nazione. Soprattutto perché questo paese è molto più bello e più colto di quello che molti di loro ci fanno credere.

Quindi non si sente rappresentato?

M.M. No, non mi sento rappresentato. Quando sento delle frasi così razziste, mi chiedo perché queste persone debbano rappresentare un paese. Chi le vota? Non è cambiato niente? Mi sembra di essere tornato all’Università, quando venivo chiamato il sardignolo. Un modo dispregiativo con cui alcune persone mi etichettavano. E oggi credo che nulla sia in fondo cambiato, tutto ritorna.

Ma nonostante questi episodi, o forse proprio grazie a questi, la sua carriera è stata ricca di gratificazioni…

M.M. In effetti non so se ho avuto una vera e propria carriera. Ho avuto dei momenti in cui mi sono affacciato da qualche parte. All’inizio c’è stato il teatro d’Avanguardia, alla fine degli anni ‘70. Ero sempre nudo in scena e morivo ogni volta suicida, ovviamente in scena. Di quegli anni, il ricordo più importante che ha segnato un pochino la mia vita, è stato l’incontro con Vittorio Gassman, che aveva creato una scuola nella quale ero stato selezionato e scelto. Fu lui a definirmi malato di palcoscenico. Negli anni successivi finii persino in un Sanremo – erano gli anni ’80 – con un gruppo che ebbe un discreto successo: I Mondorhama.

Vorrei parlare del mare. Il mare è un tema che ritorna spesso nei suoi testi…

M.M. Il mare ha sempre assunto una grossa importanza nelle mie canzoni. La nostra vita è un eterno ritornare: chi nasce davanti al mare, chi viene da un posto di mare, forse trova una spiegazione a quella che è l’idea di fuga. Perché in fondo, nel mare, non c’è solo la sua bellezza, fatta di odori, colori, vibrazioni, ma vi si cela anche un aspetto molto importante, che è quello della ribellione. Quando nasci in un posto di mare, sin da bambino, lo guardi e ti accorgi che assomiglia alla vita, quella che percorrerai da grande. Veniamo attraversati da tutta la gamma di dolori che poi, crescendo, iniziamo a riconoscere e a nominare. E Il mare è un po’ così: certi giorni lo trovi liscio come l’olio, piatto, lucente. Altri giorni buio, arrabbiato, cupo. Ma è comunque qualcosa che vorresti attraversare tutto. In fondo è un po’ quello che mi è successo. Il mare ha accompagnato negli anni quella mia forma di ribellione. Volevo attraversarlo tutto per andare oltre. Volevo capire, ero molto curioso, volevo conoscere. In fondo non mi vergogno a dire che sono nato in un piccolo paese di pescatori. Ripeto sempre una frase che diverte molto i miei amici: quando sono arrivato a Roma anche i semafori erano qualcosa da dover imparare.

“La mia vita galleggia su un petalo di giglio” di Marcello Murru
1. Buonasera, sono tornato
2. Il Mio Sud
3. Voglio Sparire
4. In Cerca D’Amore
5. Lontano
6. Vatti A Cercare
7. Facile Di Questi Tempi
8. Torna Presto
9. Danzatrici Ioniche
10. Dove Il Giorno Finisce