Con Liberté si chiude la trilogia dedicata da Albert Serra al binomio eros/thanatos iniziata con Història de la meva mort e proseguita con La mort de Louis XIV. Non c’è la parola “morte” nel titolo di quest’opera ma affiora ugualmente in ogni inquadratura della stessa, per certi versi viene esasperata nella sua rappresentazione fino alle sue più radicali conseguenze al punto da diventare la vera protagonista della pellicola.

Se Història de la meva mort è il tassello fondamentale che origina e accoglie in sé i due film successivi, si può dire che La mort de Louis XIV Libertè ne siano i due figli: nel 2013 Serra filma con forse la sua migliore opera in assoluto il legame inscindibile tra amore e morte, le modalità con cui si danno l’uno nell’altra e viceversa fino a formare un unico tessuto, e negli anni successivi ha esportato il medesimo ragionamento di fondo dal punto d’incontro ai due estremi opposti come per rafforzare la tesi nella coppia di momenti in cui la commistione fra i due elementi si sbilancia fino al punto la forbice non può più allargarsi, e cioè quello in cui uno tra amore e morte è presente al suo massimo e l’altro per nulla; e tuttavia riaffiora pesantemente, sia in La mort de Louis XIV, film sul processo fisico, psicologico, politico e culturale della decadenza che a sorpresa scopre una voluttà straripante, quella della nascita dell’Occidente così come lo intendiamo oggi (inquadrato come una pulsione erotica), sia appunto in Liberté, in cui il libertinismo e la sua carica senza fini e freni si ritrova imbrigliata dallo spettro della morte.

Sostanzialmente il trittico di Serra è a sua volta il gemello della più recente trilogia di Lanthimos (The lobster, The killing of a sacred deer, La favorita), che ha la stessa identica struttura e si impernia sulla stessa coppia di pulsioni, ma ne risalta il lato grottesco e isterico. Il regista spagnolo offre invece un ritratto più totalizzante con l’ambizione di inquadrare un aspetto della storia moderna attraverso la lente eros/thanatos e fornirne così un ritratto da un’ottica inedita. Pochi anni prima della Rivoluzione Francese, in un non-luogo con le sembianze di una foresta tra Postdam e Berlino, alcuni nobili francesi scappano dalle loro case per rintracciare il Duca di Walchen (Helmut Berger, la cui scelta riprende la destrutturazione del mito approcciata con il film precedente), pensatore libero e nobiluomo influente, e proporgli il libertinismo come nuovo modello filosofico dominante da esportare dalla Francia in Germania, e da lì in tutto il mondo. Presto si passa dalla teoria alla pratica in una notte di giochi perversi che vedrà coinvolti loro malgrado due novizi di un convento nei pressi.

L’impostazione scelta è di impronta teatrale, tanto che prima di essere un film Liberté era pièce e installazione, per certi versa prossima più alle incursioni dell’autore catalano nella videoarte (come Roi Soleil) che alle altre due opere con cui vanta una parentela, ma non per questo perde qualcosa nel farsi cinema, poggiando il suo peso piuttosto sulla complessità eterogenea dei dialoghi (stiamo comunque parlando di un film molto verboso) e su un rigoroso lavoro di regia improntato sulla ricerca dell’equilibrio assoluto fra l’anatomia della nudità, il celare con eleganza gli elementi più turpi, la chiarezza espositiva nel mostrare questa farsa amorale e la brutalità del processo di reificazione dei corpi, il loro farsi macchina in primis e autentico mezzo (di produzione) poi.

Pellicole come Il piacere e l’amore (Max Ophüls, 1950) o Le 120 giornate di Sodoma di PPP, così come con le loro controparti letterarie, si prestano facilmente al paragone, ma l’ultima fatica di Serra non ha come oggetto della sua esposizione il potere e la brutalità della sua attuazione quando vista direttamente, bensì vuole porre l’attenzione sull’ultimo stadio della malattia della civiltà moderna e su come essa sia stata presente fin dall’inizio, come se non stessimo parlando di una complessa formalizzazione storico-culturale ma di un banale super-organismo che va incontro alla sua decomposizione. E Serra mette in luce la caducità di un sistema di pensiero paragonandolo a un corpo umano negando i vari corpi che si succedono nel perpetrare la lunga serie di nefandezze e perversioni costituenti il film. L’orgia notturna di Liberté è una condensazione dell’Occidente post-rivoluzionario, una decostruzione del libertinismo quale incarnazione della libertà – che poi è il nucleo portante dell’ideologia globale contemporanea – all’interno della quale giace a priori il seme della disfatta, in questo caso con contorni eminentemente fisici.

Serra si muove lungo la ricostruzione (anti)psicologica del fenomeno capitalistico evidenziandone la caratteristica di discontinuità rispetto al presente e a se stesso, riflette sulla necessità artefatta di superare i limiti, di rivedere costantemente i confini fino alla deregolamentazione totale, in una prospettiva bulimica il cui scopo ultimo è la soddisfazione fine a se stessa del desiderio che insorge di volta in volta. Un dinamismo marcescente che inizia e finisce in un crepuscolo, destinato a venire spazzato via dall’alba e, secondo l’autore spagnolo, morto nell’istante stesso in cui nasce: ogni elemento in Libertè tanto più è potente, nel desiderio e nel godimento, quanto più appare già morto, in uno stato di sfacelo psicofisico ab origine, come in un quadro di Schiele in movimento ogni corpo sembra trascinarsi dietro la consapevolezza della propria fine, una fine dai tratti meramente biologici e non più esistenziali.

La mort de Louis XIV è morte vista nel suo processo, in quel film un processo che prende le sembianze di un amplesso, e Libertè, il gemello speculare, è erotismo puro al lavoro, come se fosse la catena di montaggio dell’industria della pornografia. Il prodotto finale è un desiderio sfinito è già soddisfatto, eternamente incompiuto che muore lì sul colpo ma si rigenera, e come se fosse una piaga contagia il prossimo e si ripete ciclicamente senza una vera dialettica che lo veda riassemblarsi o modificarsi con il tempo, avanzando per inerzia. La civiltà occidentale secondo il regista insegue il fantasma della libertà e si ritrova invece costretta in uno spazio vuoto, sconfitti solo in apparenza i dogmatismi e le oscurità, la cui principale caratteristica, nonostante la frenesia, è la stasi. Appunto non c’è dialettica nonostante il piano “planetario” dei nobili francesi, non c’è l’azione della coscienza nel mettere in pratica il libertinismo come azione (contro)rivoluzionaria, non a caso il passo che conduce alla più completa degenerazione è l’introduzione del denaro, con il corpo che diviene forza-lavoro atta alla riproduzione nemmeno più di se stesso, ma direttamente del virus che lo usa per riprodursi.

Dopo infatti le immagini cessano appositamente di essere chiare, nuovi personaggi mai visti si palesano a questo baccanale, i racconti si fanno non più scabrosi ma sconnessi, ed è questo a deturpare l’atmosfera, anche l’ultimo baluardo – quale è la comprensione razionale – viene meno con i rapporti fra corpi, oggetti, sessi, piacere, dolore e violenza. Si va oltre il discorso su liberalismo (e liberismo) per approdare direttamente al suicidio dell’Illuminismo e al mostrarsi della sua inadeguatezza e pochezza di pensiero, e Serra con l’ennesimo colpo di genio aggiunge ancora uno strato all’immagine: l’ambiente si fa allucinato e onirico (passando all’illuminazione artificiale che urla “finto”), la consapevolezza di sé dei protagonisti è ormai sbriciolata – pure il Duca di Walchen che sembrava tirare i fili non è più al di sopra del delirio collettivo – e Liberté diventa rappresentazione di se stesso, farsa di una farsa, cancellando ancora una volta la distinzione tra amore e morte quando creazione e distruzione si sovrappongono, sangue ed escrementi si mischiano, ogni parola o azione diventa un riferimento ad altro, vuoto in sé, in un ciclo senza senso, punti fermi o qualsivoglia determinazione. Il lavoro certosino di regia che nasconde l’esplicitazione dell’atto sessuale senza tuttavia censurarlo si arricchisce nel mostrare la lussuria scevra dalle sue implicazioni come fosse idraulica, e si fa riflessione sulla stessa, aggiunge un’altra lente. Prima è analisi della perdita di senso di un atto performativo e ora si fa analisi della analisi, prima era un documentario circostanziato sulla pornografia e ora discussione sulla rappresentazione con cui la pornografia viene documentata e su come questa filtri inevitabilmente nel freddo ritratto che se ne offre. E questa estrinsecazione non solo è chiara e accessibile nella gradualità con cui si rivela, ma va di pari passo con il ritmo omogeneo del film dovuto all’architettura della successione posizionale delle varie inquadrature che assimilando l’opera a un blocco unico la rende più compatta e incisiva, perché alla fine sembra arrivare tutta in un colpo, come uno schiaffo – oltre ad essere scorrevolissima.

La riflessione sul voyeurismo si fa strada nella conclusione di Liberté fino a diventare infinito gioco di sguardi e riprese e oggettivazioni, bypassando la vis polemica politicamente orientata per prospettare una sorta di buco nero in cui assieme alla perdita di senso logico si verifica la perdita dei sensi fisici. Alla fine si fa tutto sempre più buio e muto, lo spettatore sprofonda in un un contesto folle in cui il film si nega fossilizzandosi sugli alberi che hanno fatto da sfondo alla vicenda per cinque minuti buoni prima dei titoli di coda. La libertà agognata muore con la sua rappresentazione che la smaschera come nulla più di un’ombra, quell’ombra che per Albert Serra restituisce l’immagine della civiltà occidentale e lentamente ne fagocita l’oggetto che la proietta, fino all’autoconsunzione.