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Intervista al regista ruandese Daddy Ruhorahoza

Premio "Città di Venezia" 2008

Nell’ambito della 65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica è stato assegnato il Premio Città di Venezia al ruandese Daddy Ruhorahoza. Premio che porta alla ribalta registi cinematografici africani, testimoni dei drammi e delle aspirazioni dei loro Paesi.

Il Ruanda esce dal terribile genocidio dovuto agli scontri tra le due etnie dei Tutsi e degli Hutu. Vari cineasti locali hanno sentito l’esigenza di capire, di indagare, di interrogarsi sui perché di tale tragedia. Tra loro il giovane Daddy Ruhorahoza.
Si descrive come studente che, alla soglia della laurea in giurisprudenza presso l’Università di Kibali, abbandona gli studi giuridici per intraprendere la carriera di assistente di produzione cinematografica. Piccoli lavori per TV, cinema e Bbc. Scrive brevi storie e sceneggiature con la convinzione che attraverso questa espressione artistica può avvicinarsi alla gente con maggiore penetrazione e impatto.

NSC: Quale uomo di cinema, come si pone di fronte alla tragedia del genocidio della sua gente?

D.R.:Questo genocidio ha portato ai terribili problemi degli orfani, delle menomazioni fisiche e soprattutto dei drammi personali. Ha procurato un milione di morti ma restano tre milioni di vivi che soffrono il loro dramma individuale. Nel mio cortometraggio Confession non mi occupo delle terribili sorti dei morti ma del dramma dei sopravvissuti, di come sia stato possibile la perdita di Dio in una popolazione al 99% cristiana, di come ci sia anche nell’omicida e nel carnefice un peso di tale portata che lo serba dentro con immensa sofferenza.

NSC: A quale maestro-regista fa riferimento?

R.D.: Premesso che insegnare non è il mio compito, mi limito, e non è poco, ad indagare. Il regista mio referente è il sud coreano Kim Ki-duk, Leone d’argento 2006. E’ a me congeniale, quale narratore di storie personali, ma raccontate anche in modo scomodo e denunciatore.

NSC: Qual è il compito dei festival cinematografici?

R.D.: Tutto dipende dagli obiettivi che si prefiggono i vari Festival. Io li ritengo positivi se inducono all’incontro di persone, di registi, di produttori che si scambiano cose e opinioni e su un modo innovativo di produrre cinema. A Venezia constato che manca spazio ai giovani come avviene in altri festival. Mi piacerebbe che anche a Venezia si creasse uno spazio simile.

NSC: Qual è il suo messaggio?

R.D.: Inoculare nel pubblico molta curiosità per ogni cosa. Aprire la conoscenza agli altri Paesi: come vivono, cosa pensano, di che hanno bisogno e interloquire e recarsi reciproco aiuto.

NSC: A quale etnia appartiene?

R.D.: Per un ruandese, oggi, non esistono etnie. Sono unicamente un ruandese!

NSC: Lei valorizza con il suo lavoro il cinema del suo Paese, ne incoraggia il suo sviluppo, invitando i suoi colleghi a un impegno artistico, sociale, morale, può accennarci il messaggio di fondo del suo Confession?

R.D.: Esso porta alla riflessione del pubblico la difficoltà non solo di perdonare, ma anche di chiedere perdono. Come trovare il coraggio di confessare quel macigno che gli pesa nel cuore?