Un viaggio onirico, senza tempo e spazio, nel quale ci si vede talvolta in prima, talvolta in terza persona e tutto scorre come un fiume in piena, inarrestabile e poetico. Questa è la resa che è stata capace di dare Alina Marazzi, direttrice del film La ragazza con la Leica, tratto dall’omonimo romanzo di Helena Janeczek, vincitore del Premio Strega nel 2018. La ragazza in questione è Gerda Pohorylle, interpretata da Emilia Schüle. Nata a Stoccarda il primo agosto del 1910 da una famiglia ebrea polacca, è passata alla storia come la prima fotoreporter donna a morire sul campo di battaglia. Fuggì giovanissima dalla Germania nazista e si recò a Parigi dove conobbe Endre Ernő Friedmann (Aaron Altaras), fotografo ungherese considerato uno dei più grandi reporter di guerra del tempo.
I due intraprendono una relazione professionale e personale e sarà proprio Gerda a far sì che Endre si crei un alter ego, quello di Robert Capa, nome internazionale dietro al quale si celeranno entrambi. Molti degli scatti firmati Capa erano di Gerda che per molto tempo non ne ricevette credito. Questo film sembra dunque voler restituire ad una donna coraggiosa i suoi meriti, riportando sullo schermo un’epoca capace di farci riflettere tramite le sue somiglianze con il presente. Gerda infatti si ritrova spettatrice degli orrori della guerra spagnola ma, invece di distogliere lo sguardo e abbandonarsi all’indifferenza, prende in mano la sua Leica e decide di documentare, inseguendo degli ideali capaci di colpire lo spettatore con un monito severo.
Quando Marazzi sceglie di rappresentare questa storia compie una scelta particolare: a differenza del libro, nel film al centro c’è Gerda, sia coma protagonista che in termini di narrazione. È il 14 luglio 1937, lei si trova a Parigi con gli amici di sempre, quelli con cui è scappata dalla Germania nazista, e con Robert Capa. È l’ultimo giorno prima della partenza per il fronte spagnolo di Brunete, vicino a Madrid. Nell’arco di un giorno solo Marazzi inserisce i ricordi di una vita intera, in un viaggio a ritroso nel quale tempo e spazio diventano malleabili tra le mani di Manuel Alberto Claro, direttore della fotografia, per cogliere tutte le sfaccettature di una donna incredibile tramite i luoghi, gli affetti e gli eventi storici che l’hanno resa unica in vita.
Nei primi minuti la frenesia della partenza per il suo viaggio in Spagna è resa palpabile da una telecamera che si muove libera, spesso a mano, tra e con i movimenti degli attori. La resa tuttavia, nonostante l’inserimento di scatti storici presi da fonti istituzionali, archivi privati e gli stessi rullini di Gerda e Robert, non vuole essere solo documentaristica ma anche storico-drammatica. Veniamo così accolti nella dimensione più intima dei ricordi della fotografa fino a interagire con lei sola. Passando per la Germania, la Spagna, la Francia e l’Italia gli anni Trenta appaiono anacronistici, frutto questo di una scelta dell’autrice di riportare un’impressione, senza dei costumi o un parlato che si soffermino su una ricostruzione meticolosa dell’epoca storica. Decisione questa, che ha contribuito ancora di più a comunicare la smania di Gerda nel tentativo di catturare con la sua Leica un periodo così labile e truce, teatro di cambiamenti continui.
Lei stessa tuttavia è un cambiamento continuo e con la sua fame di vita e d’amore smuove all’azione gli uomini che la desiderano. Loro acconsentono nella speranza un giorno di poterla comprendere e far propria, senza rendersi conto di star cercando di afferrare un ideale.










