1969. Un anno, un mito, una fine e un inizio. Tutto è successo nel 1969: la fine di un’era e l’inizio di un’altra hanno esibito il loro cambio della guardia nella cittadina di Bethel davanti a più di 400.000 persone.
Ma cos’è stato davvero Woodstock? E quale la sua genesi e il suo significato? Assante e Castaldo indagano proprio questo nel loro libro Il tempo di Woodstock, perché, è naturale, un evento di quella portata non nasce dal nulla e le sue conseguenze esistono ancora oggi.
Il libro è veloce come un videoclip. Divisa in brevi ma intensi capitoli, la narrazione segue una scansione ritmica ed emotiva di un accelerando, per raggiungere il climax con il famoso concerto. L’analisi degli eventi sociali e politici che hanno regolato gli anni precedenti funge da preparazione al rito che si è svolto a Betel nell’agosto 1969. Mentre l’epilogo sulle ceneri del festival e dei suoi prodotti serve a stemperare la tensione, a smitizzare e allo stesso tempo a creare la consapevolezza che davvero c’era un tempo prima di Woodstock diverso dal tempo dopo Woodstock.
Gli artisti presenti sono importanti, ma fino a un certo punto. Il vero cambiamento è stato creato dal pubblico, dagli organizzatori, dal territorio e dal film di Michael Wadleigh che ha reso eterni quei tre giorni, e fatto la fortuna di molti artisti che, grazie alle immagini, sono riusciti a emergere e lanciare più o meno fortunate carriere.
Il tempo di Woodstock, nella sua semplicità di scrittura, fornisce un quadro molto dettagliato della cultura, della società e della musica della fine degli anni Sesanta in america, e ha il pregio di far vivere il sogno della nuova società anche a chi non poteva esserci per motivi anagrafici. Ma appunto di un sogno si tratta. Un sogno finito all’alba del 18 agosto sulle note dell’inno americano suonato da Jimi Hendrix. Un sogno interrotto che ha prodotto miti, nostalgie e speranze di cui ci nutriamo ancora oggi.
Ernesto Assante e Gino Castaldo, Il tempo di Woodstock, Laterza, 2009, pp. 189, € 15,00.






