È stato il giornalismo sensazionalistico, l’infotainment di dubbia moralità, a imbarbarire i lettori e l’intera categoria della Stampa o semplicemente tabloid come The Sun, il quotidiano inglese reinventato da Ruper Murdoch e Larry Lamb a partire dal 1969, sono riusciti a fiutare per primi i desideri di una popolazione destinata a essere sempre più intrattenuta che informata? Ink di Danny Boyle, film d’apertura della Mostra del Cinema di Venezia 2026, non serve una risposta univoca su un piatto d’argento, ma ripercorre attraverso gli occhi dell’imprenditore australiano (Guy Pearce) e del giornalista dello Yorkshire (Jack O’Connel) che inventò Page 3 (la pagina con una foto in grande formato di una ragazza in topless) uno dei momenti chiave della storia dell’editoria inglese e mondiale tra disillusioni e privilegi, tra rivoluzioni dal basso e nuove forme di vecchie persuasioni del potere.

Sembra passata un’era geologica da quando, ogni notte, intere squadre di artigiani della composizione fondevano il piombo per realizzare manualmente, una pagina per volta, quelli che poi sarebbero diventati giornali letti da milioni di persone. Ma se una lavorazione così tangibile, concreta oggi sembra quasi inimmaginabile, l’antica pratica di intercettare pulsioni sociali sotterranee, di modellare pubblici, di coinvolgere audience, rimane sempre alla base di ogni attività di comunicazione main stream. È così che Ink, con le sue carrellate violente tra rotative sporche e redazioni sudice e fumose, parla del giornalismo del passato senza troppo romanticismo e del pubblico (dei pubblici) di oggi e di domani, con un notevole tasso di attualità, senza giudicare gli anelli più deboli di un’equazione mediatica ancora da risolvere completamente.

Boyle si conferma interprete attento di una realtà stratificata, che si muove, muta e si ricompone tra mille sfumature di grigio, dove il buono, il giusto, l’amorale e il cinico sono facce confuse della stessa storia, ma in cui l’empatia verso i lavoratori e tutti coloro che sono al di fuori dell’establishment non viene mai meno. Ink è allora un film sul Potere, non solo della parola, ma sulla ricerca del potere tout court come motore inalienabile, insieme alla vendetta, della condizione umana, sempre pronto a digerire il cambiamento per ripresentarsi con sembianze diverse, ma finalità del tutto simili, ovvero il perseguimento del potere in sé, in qualunque sua forma.

Tratto da un pièce teatrale di James Graham, e sceneggiato dallo stesso autore, Ink cavalca lo stile registico chiassoso ed energico di Boyle che, pur non raggiungendo l’originale dinamismo delle sue opere migliori, riesce a convincere per lo sguardo lucido sulle responsabilità individuali e collettive, sul lato oscuro delle ossessioni e sui rischi di realizzare e fruire passivamente un’informazione omologata e basata sui trend del momento. Il film accusa limitatamente l’origine teatrale del testo, mentre con convinzione adotta la metafora del treno, sempre più instabile, buio e fuori controllo, impegnato in una inarrestabile corsa verso l’oscurità, con solo due passeggeri rimasti a bordo, Rupert e Larry, vittime e carnefici di un mondo ipocrita che è cambiato del tutto, forse perchè nulla cambi.