venerdì, Settembre 4, 2026
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“Heart Of The Beast – Nel profondo Selvaggio” di David Ayer

“Heart of the Beast” racconta la storia di sopravvivenza di un sergente in congedo, James, e il suo cane, Odino: entrambi hanno affrontato insieme anni di guerra, riportando ferite fisiche e forti segni di disturbo post-traumatico da stress.

L’opera pone l’accento su una tematica parzialmente esplorata: i cani da ricognizione, parte integrante degli eserciti durante i conflitti armati.

Il film si colloca a pieno titolo nel genere action/survival, per questo la struttura è molto simile a quella di pellicole come The Revenant o 127 ore. Alla tensione sempre presente e all’adrenalina dei colpi di scena (ben scritti e perfettamente collocati per destabilizzare il ritmo) si somma una componente emotiva rappresentata dal rapporto tra uomo e animale domestico. Proprio in virtù di questo legame, il regista esplora temi ancor più ampi come solitudine – in relazione anche alla vita dei reduci di guerra – e forza generativa ma anche distruttiva della natura. In particolare, da questo punto di vista, è indispensabile mettere a fuoco il dualismo tra narrazione e immagine rappresentato dalle inquadrature en plein air, suggestive e meravigliose, in antitesi alle difficoltà, ansiogene e continue, che seguono l’incidente aereo. Sul piano della sceneggiatura si tratta di un film ben scritto ma – come già sottolineato – aderente a un filone, caratterizzato quasi del tutto da monologhi pronunciati dal protagonista al suo cane, che si delineano come introspettivi e sono utili a costruire la storia del personaggio. Per portare il fruitore a empatizzare, il regista mostra dei flashback della guerra: una scelta valida, penalizzata però dal filtro cromatico scelto, il giallo porta verso l’onirico più che verso un ricordo pregnante e traumatico. Complessivamente il film si regge in gran parte anche sulla recitazione realistica e credibile di Brad Pitt, pur conservando una piccola componente di quel “machismo” che ha contribuito a renderlo celebre, qui a spiccare è l’aspetto puramente espressivo: dolore, gioia, speranza, compassione, paura, l’attore si destreggia con professionalità tra le diverse emozioni, coinvolgendo chi guarda senza scadere esageratamente nel melenso.

Un film adatto a cineforum con ragazzi e riflessioni, utile anche in contesti di pet-therapy e rassegne dedicate a pellicole sul rapporto tra umani e animali.